Ayurveda India Libri Verso oriente

L’amore per l’Ayurveda – Intervista a Alida Dal Degan

Di recente, su Edizioni Il Punto d’Incontro è uscito il libro di Alida Dal DeganNel cuore del massaggio ayurvedico“. Si tratta di una riedizione di un bel volume uscito tempo fa, che aveva ricevuto ottimi riscontri. 

Ho avuto modo di conoscere di persona Alida oltre 10 anni fa. Ho visto come trasmette e diffonde il massaggio ayurvedico… con una grande sensibilità e con quei gesti che ho visto solo in India, da maestri esperti.

Alida ha, non a caso, assorbito i preziosi insegnamenti del monaco indiano Govindan-ji, discepolo del Mahatma Gandhi e devoto servitore, nonché massaggiatore personale del santo Vinoba Bhave.

Era il 1986 quando lo conobbe. Grazie a questo incontro straordinario, Alida si è appassionata all’Ayurveda e per quindici anni, ha avuto l’opportunità di apprendere  l’arte e la scienza del massaggio ayurvedico direttamente dal Maestro Govindan-ji.

Tornata in Europa, dal 1990 Alida diffonde la tradizione del massaggio ayurvedico dei monaci erranti per il tramite dell’omonima Associazione italo-svizzera 

Per approfondire il suo percorso abbiamo avuto il piacere e l’onore di intervistarla.


Nel tuo libro parli spesso dell’amore che il terapeuta, tramite le sue mani e il massaggio, trasmette al paziente. È questo il cuore dell’Ayurveda come insegnato a te dal maestro Govindan-ji?

«Ho incontrato il “massaggio ayurvedico” in modo così speciale, che mi ha sconvolto letteralmente la vita. Ha rivoluzionato tutta la mia esistenza sino a quel momento vissuta.

È stato un punto a capo, una nuova partenza, una rinascita. Sono passati diversi decenni da quel primo momento ma, ancora oggi, mi rendo conto dell’incontro fortunato che ho potuto vivere. Successivamente, ho viaggiato moltissimo tra ospedali ayurvedici nel mondo asiatico, università e scuole occidentali ma, quello che ormai emerge, è che l’ayurveda viene trasmessa da insegnanti, non da Maestri.

Maestro è stato per me un monaco indiano, Govindan-ji, vissuto con il Santo Vinoba Bhave, che ha lavorato nei laboratori artigianali e nella libreria-tipografia interna all’Asharam per Gandhi.

Alida massaggiata dal maestro indiano Govindan-ji

Ho avuto un Maestro.

Lui insegnava la purezza della parola, degli atti, del corpo, del pensiero e, quando toccava un corpo per massaggiarlo, toccava l’anima della persona. Spesso le persone uscivano dai suoi trattamenti piangendo e dicendo: ha le mani di un santo!

Essere massaggiati da lui significava fare un viaggio nella propria vita. Si “vedeva” il vissuto precedente, gli errori, i desideri, le speranze e i progetti per il futuro. Mani sicure nelle quali abbandonarsi senza remora, subito, immediatamente. Il Massaggio si svolgeva nel ricordo del tocco spesso non avuto dal genitore e in più, in silenzio, insegnava. Govindan-ji insegnava l’amore incondizionato.

Era come essere trasparenti davanti ad uno specchio, più le sue mani con sapienza infinita toccavano il corpo, più la mente si risvegliava all’amore: all’amore come significato primo ed ultimo della vita.

Govindan-ji, che mi è stato Maestro, padre, mi ha insegnato il Cuore del Massaggio ayurvedico che ho praticato e diffuso in questi 40 anni».

Sono passati decenni dal tuo primo incontro con il maestro Govindan-ji. Qual è il ricordo più emozionante che conservi di questo discepolo di Vinoba Bhave?

«Quando l’ho incontrato per la prima volta, mi sono trovata di fronte a qualcuno che non pensavo, e non riuscivo nemmeno ad immaginare che esistesse. C’era forza nella sua dolcezza, quasi traumatizzante. Non avevo mai incontrato una persona con ideali vissuti totalmente. La sua fede in Krisna era disarmante, quando si sedeva, mangiava, si alzava, alla fine di un discorso, ricordava sempre ad alta voce il Suo nome: Krisna.

Negli anni successivi di studio compresi questa sua frase:

Vivi ricordando sempre il mio nome e avrai la salvezza dalle rinascite“.

Ma come? La salvezza dalle rinascite?

Ha sconvolto con una forza e dolcezza infinite la mia vita. Avevo di fronte a me e con me un essere davvero speciale.

Non potei non seguirlo. Non sono più riuscita a dimenticare il significato ultimo della vita che mi aveva fatto “vedere”.

Io non ho scelto di fare ayurveda, semplicemente, diciamo così, non ho potuto più fare altro.

I suoi racconti di vita che lo portavano spesso ad inumidire gli occhi… con Vinoba che ha massaggiato fino alla fine della vita e i dialoghi e le lettere con Gandhi, gli incontri nell’Asharam con i maggiori filosofi indiani di cui mi parlava, la lotta per l’emancipazione delle donne, l’autosufficienza energetica e alimentare e quindi economica… questi racconti risvegliavano in me ricordi, che desideravo riportare nella vita.

Era come sentire una grande favola, era come sentire la possibilità di una grande lotta sincera e spirituale per uscire dall’ingranaggio del sistema capitalistico. Era la speranza di una vita davvero vissuta, facendo del bene, guarendo persone, aiutandole e aiutandomi. Semplicemente, non ho potuto far altro che mettermi in cammino».

Prima di partire per l’India e di conoscere l’Ayurveda hai lavorato con il Living Theatre e con Grotowski. Si può dire che il mondo del teatro ti abbia permesso di amare la sperimentazione e la creatività tanto da spingerti a sperimentare, appunto, una tradizione orientale all’epoca di nicchia?

«Lavorare con il proprio corpo, con la voce, sperimentando il superamento dei limiti, della fatica, del conosciuto, lavorare con le emozioni più profonde ha aperto tante “finestre” nella mia vita vissuta. Trovavo nei laboratori teatrali, che conducevano poi allo spettacolo vero e proprio, parti di me e di noi che non sospettavo di avere. Come reagisce il corpo ad uno stimolo straordinario? Quanta fiducia bisogna avere negli esseri umani che sono pronti a raccoglierti tra le braccia in un volo da 6 metri? Cosa succede al corpo e alla mente se corri in una stanza di 30 m² in 10, in tondo, per 3 ore? Cosa succede alla voce dopo queste 3 ore di corsa? È possibile cantare, da dove arriva la voce, è una voce diversa quella che esce? Ho passato notti intere, dal tramonto all’alba a fare esercizi con il corpo e la mente; dov’era il sonno e cos’è l’energia?

Questo training mi ha aperto finestre e strade sconosciute in me, mi ha reso curiosa e forte. Senza paura.

Senza paura sono entrata nella più antica medicina della terra ed ho lasciato quello che, infine, veniva portato sul palcoscenico.

Il palcoscenico non mi interessava più, il lavoro era solo interiore e senza applausi… ».

L’Ayurveda può offrire consigli e una speranza a quelle persone che tendono ad avere una visione pessimistica del futuro – considerando ciò che accade nel mondo?

«Si, c’è una buona notizia: si può sempre migliorare, sempre, finché c’è la vita questo è possibile e a tutti i livelli sperimentabili. Possiamo dire che questo è il significato del vivere.

Scoprire che abbiamo la cura ogni giorno nel piatto, ovvero il cibo, offre possibilità nuove e impensate di benessere a portata di mano.

Vedersi e concepirsi come un tutt’uno può allontanare la solitudine, possiamo scoprire di non essere più soli, ma di far parte di un grande equilibrio.

Questa consapevolezza può donare la speranza nelle cose semplici: l’alimentazione, il contatto con la natura, ritrovare i ritmi naturali di riposo, movimento, lavoro, amore.

Riscoprire il contatto profondo con la propria natura attraverso pratiche millenarie come il massaggio ayurvedico può aiutarci a trovare fiducia in noi stessi e nelle nostre risorse interiori per affrontare periodi complessi.

Succede spesso che dopo aver ricevuto un massaggio qualcuno dica: se solo si ricevessero massaggi così la guerra non potrebbe esistere!

Sono esperienze, queste, che trasformano l’individuo».

 

Intervista a cura di Silvia C. Turrin

 



 

Alida Dal Degan
Associazione Ayurveda Monaci Erranti
www.ayurvedamonacierranti.com

Potrebbe piacerti...

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *