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Zambesi: grandi parchi abbracciati da due fiumi

Era il 1851, precisamente il 3 agosto, quando l’esploratore missionario David Livingstone, dopo aver avanzato per oltre mille chilometri attraverso il Kalahari, avvistò il fiume Zambesi. Quattro anni più tardi, per la prima volta nella storia, documentò la forza impetuosa delle cascate Vittoria. Grazie alle notizie da lui fornite, lo Zambesi iniziò a destare attenzione e curiosità, non solo per la sua imponenza. Dopo il Nilo, il Congo e il Niger, è il quarto fiume più lungo dell’Africa con i suoi 2660 km.

Nasce nello Zambia, prosegue placidamente, sino a quando a metà del suo corso precipita da un fianco di roccia: da calma la sua corrente diventa tumultuosa, riversandosi in una gola rocciosa dalle pareti ripide. È il punto più suggestivo delle cascate Vittoria. Dopo di che, manifestata tutta la sua potenza, lo Zambesi riprende il flusso sino a raggiungere il Mozambico, per poi perdersi nelle acque dell’oceano Indiano.

Il fumo che rimbomba

È la più maestosa caduta d’acqua del pianeta, con un’altezza di circa 100 metri e un’ampiezza di 1700 metri. Quando le piogge hanno ingrossato lo Zambesi, verso aprile-marzo, dalle cascate Vittoria precipitano oltre 600 milioni di litri d’acqua al minuto (un dato che ovviamente è sempre più mutevole, non solo per le naturali variazioni stagionali, ma anche per gli effetti dei cambiamenti climatici). Il loro suono fragoroso è udibile a 20 km di lontananza e la forza prorompente dell’acqua unita alla rifrazione solare crea un gioco di spruzzi colorati e una coltre di vapore, dando talvolta vita a brillanti arcobaleni.

Furono i Kokolo a chiamare le cascate Mosi-oa-Tunya, ovvero “il fumo che rimbomba”. Per il popolo dei Tonga, le cascate erano sacre, ritenute luogo dove dimorava Dio, e quindi territorio ideale per svolgere cerimonie religiose. Il grande fronte di caduta del fiume viene separato in diverse sezioni da speroni di roccia e isole formando una serie di cateratte, tra cui la Rainbow Falls e le Main Falls (Cascata Principale e Cateratta Orientale). Dopo il salto, l’acqua dà ancora sfogo al suo impeto in un vortice chiamato Boiling Pot, “pentola bollente”.

“Lo spettacolo più straordinario che io abbia mai visto in Africa” – scrisse Livingstone suggestionato dalla grandiosità delle cascate, non a caso incluse nelle sette meraviglie del mondo. Fu lui a chiamarle Vittoria, in onore dell’allora regina d’Inghilterra. In questo punto del suo corso lo Zambesi contribuisce ad alimentare un particolare microclima, ideale per mantenere rigogliosa la foresta pluviale che caratterizza la zona, ricca di piante di ebano, mogano, palme, orchidee e un intricato groviglio di rampicanti.

I Parchi della Pace

So che ogni movimento politico, ideologico e filosofico non può che condividere il progetto dei Parchi della Pace. È un concetto che può essere sostenuto da chiunque. In un mondo invaso da conflitti e divisioni, la pace è uno dei pilastri del futuro. I Parchi della Pace stanno costruendo una colonna portante in questo processo, non solo nella nostra regione, ma potenzialmente nel mondo intero”. Sono le parole di un grande uomo, Nelson Mandela, che si è sempre impegnato per il bene comune, considerando ogni volta gli interessi collettivi.

Appena ritrovata la sua libertà, dopo oltre vent’anni di prigionia, si è prodigato non soltanto in favore del suo popolo. È lui uno dei promotori dei Parchi della Pace, aree protette transfrontaliere, che coinvolgono diverse nazioni tra loro confinanti. L’obiettivo è quello di creare ampi spazi, che oltrepassino le artificiali frontiere tra Stati, in modo da permettere agli animali di spostarsi liberamente entro certe aree.

Un parco grande quanto l’Italia

Uno degli ambienti ecologici più importanti in termini di estensione ancora da implementare compiutamente coinvolge Angola, Namibia, Botswana, Zambia e Zimbabwe. È l’area di conservazione transfrontaliera conosciuta con il nome di Kaza, abbreviativo di Kavango-Zambezi, e incorpora i bacini dei due fiumi (Kavango è la denominazione con cui in Namibia viene chiamato l’Okavango). Gli accordi risalgono al dicembre 2006, quando i Ministri dell’ambiente e del turismo dei cinque Paesi coinvolti firmarono, in un luogo prossimo alle cascate Vittoria, una partnership di cooperazione.

Il Parco Kavango-Zambezi si estende su un’area di quasi 300mila km² (circa la grandezza dell’Italia) e include la regione di Caprivi, il parco nazionale Chobe, il delta dell’Okavango e le cascate Vittoria. Considerata l’ampiezza, il progetto non è stato ancora terminato compiutamente. È in atto l’implementazione degli IDP nei vari Stati coinvolti. Si tratta di piani di sviluppo integrato, tramite i quali vengono informate, preparate e rese partecipi le comunità locali. Questo e gli altri Parchi della Pace non creano soltanto ampi ecosistemi ideali per le migrazioni degli animali, ma essendo aree protette consentono alla popolazione di sfruttare le opportunità legate al turismo responsabile ed ecosostenibile.

250mila elefanti

Foto Peace Parks Foundation

Un altro progetto simile è l’area protetta transfrontaliera Lower Zambezi-Mana Pools, che mette in comunicazione Zambia e Zimbabwe attraverso la valle e il fiume dello Zambesi, un’estensione omogenea dal punto di vista naturalistico, spezzata solo dai confini nazionali. Mana Pools è una delle ultime aree incontaminate dell’Africa, situata circa a metà del lungo percorso dello Zambesi; nel 1984, il parco è stato incluso nella lista del Patrimonio dell’umanità dall’Unesco. È una zona straordinaria, per la presenza di numerosi elefanti (se ne contano circa 250mila, la più alta concentrazione al mondo), bufali, antilopi, ghepardi, leopardi e leoni. Numerosa è anche l’avifauna. Le acque di queste “piscine” (pools significa proprio così) sono ricche di una grande quantità e varietà di pesci, come abramidi e pesci tigre, e non mancano nemmeno coccodrilli e ippopotami.

Kariba e Cahora Bassa, giganti di cemento

Accanto a questi straordinari progetti ambientali, lungo il corso dello Zambesi ritroviamo costruzioni artificiali che hanno modificato l’habitat originario. È il caso dell’imponente diga di Cahora Bassa, una delle più grandi al mondo, situata nella zona settentrionale del Mozambico, circa 150 chilometri a nord-ovest della cittadina di Tete. Per costruirla vennero modificati addirittura i percorsi delle ferrovie esistenti e a Tete fu realizzato un ponte sospeso sul fiume Zambesi lungo 538 metri.

I lavori della diga sono stati ultimati nel 1974, ma il suo pieno sfruttamento energetico è stato ostacolato a causa della cruenta guerra civile che ha insanguinato il Mozambico e che ha visto opporsi il Frelimo e la Renamo. Solo negli ultimi anni, il potenziale della diga di Cahora Bassa inizia a essere sfruttato a vantaggio della popolazione. Il lago omonimo, originato dalla creazione della diga, è ampio circa 2700 km2 ed è in grado di produrre oltre 3500 megawatt di energia elettrica. L’area della provincia di Tete, caratterizzata da un terreno secco dominato da baobab, viene rigenerata e resa meno arida, grazie al passaggio del fiume Zambesi.

Emblematica è soprattutto la costruzione della diga di Kariba, con una altezza di 128 metri. Fu innalzata negli anni Cinquanta e inaugurata nel 1960 dalla regina Elisabetta d’Inghilterra. L’opera ingegneristica, che fornisce elettricità allo Zambia e allo Zimbabwe, per un totale approssimativo di 1300 megawatt, ha dato vita a un ampio bacino, quasi una sorta di mare interno che si estende per 5400 km2.

La sua realizzazione ha causato non soltanto la dislocazione di seimila animali minacciati dalle acque (fu la cosiddetta Operazione Noè), ma anche il trasferimento forzato di circa 50mila persone di etnia Tonga, dedite in particolare alla pesca. Furono coinvolti i gruppi delle due sponde del fiume, che abitavano lungo la riva nel territorio dello Zambia e in quello dello Zimbabwe. Sono passati cinquant’anni, ma il caso della diga di Kariba non si è ancora risolto.

I discendenti e le stesse persone di quei gruppi deportati hanno chiesto un risarcimento dei danni alla Zambezi River Authority, ente preposto alla gestione della diga. L’indennizzo non lo vorrebbero sottoforma di denaro. Tutt’altro. Chiedono piuttosto alla Zambezi River Authority di avviare progetti specifici di irrigazione, sanitari e di sviluppo infrastrutturale per migliorare le condizioni di vita, peggiorate dopo lo spostamento forzato.

I Tonga per secoli hanno vissuto lungo le rive dello Zambesi, dedicandosi alla pesca e nutrendosi con la ricchezza che forniva loro il generoso corso d’acqua. Le aree dove vivono dopo la costruzione della diga non sono fertili e il livello di povertà è aumentato. La loro simbiosi con il fiume era talmente forte che in esso credevano vi abitasse il dio Nyami Nyami, lo spirito che portava loro l’acqua per i raccolti e per la pesca abbondante. Una mitologia che forse, dopo la costruzione della diga, si è persa nei meandri della storia.

Articolo di Silvia C. Turrin© pubblicato anche su Afriche