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Un ricordo dell’ecologista kenyana Wangari Maathai

L’annuncio della sua morte dato dal portavoce del Green Belt Movement è giunto come un macigno, che pesa sulle coscienze di tutti gli ambientalisti. Wangari Maathai, che stava portando avanti un’altra battaglia, non ecologista, ma contro il cancro, si è spenta all’età di 71 anni. Lascia un’enorme eredità, non quantificabile, poiché si tratta di progetti realizzati, nonché di principi volti a difendere i delicati equilibri ambientali dell’Africa.

Sin dagli anni ’70, Wangari Maathai è riuscita a creare una rete di persone impegnate a proteggere gli ecosistemi del Kenya e del continente africano. Tutto è iniziato nel 1977, quando decise di piantare sette alberi in onore di sette antenati di etnie diverse nel parco Kamukunji. Quella decisione ha posto le basi per la nascita del Green Belt Movement, movimento ambientalista promotore di campagne di sensibilizzazione verso temi di tutela del territorio e delle risorse naturali. Grazie alla determinazione di Wangari Maathai sono stati piantati oltre 30 milioni di alberi in tutto il Kenya e sono stati coinvolti nell’iniziativa altri paesi africani: una vera “cintura verde”.

L’iniziativa di piantare alberi in Africa vuole contrastare pericolosi fenomeni tra loro concatenati: la deforestazione da parte delle compagnie del legno (spesso multinazionali straniere) provoca l’erosione dei suoli che a sua volta non permette di coltivare alimenti, aprendo le porte a ondate di carestie, portatrici di malnutrizione e di malattie. Piantare alberi è un gesto che salva sia l’ambiente, sia i popoli. Ma è anche un gesto culturale.

Wangari Maathai ha infatti scritto nel libro La religione della terra. Amare la natura per salvare noi stessi (Sperling & Kupfer, 2011):

“Dopo alcuni anni mi sono resa conto che i nostri sforzi non consistevano solo nel piantare alberi, ma erano volti anche a spargere semi di un altro tipo: quelli necessari a curare le ferite inflitte alle comunità, depredate della loro autostima e della consapevolezza di sé”.

Tutelare l’ambiente significa anche creare le condizioni necessarie alla pace e alla stabilità: gente affamata, in balia di carestie dovute all’erosione del suolo, è costretta a spostarsi in cerca di cibo e questo tipo di migrazioni forzate può creare ostilità tra i popoli. La scarsità di risorse naturali è già causa di guerre nel continente africano (e non solo). Ecco perché nella motivazione che assegna a Wangari Maathai il premio Nobel per la Pace 2004 si legge:

“La pace sulla terra dipende dalla nostra capacità di garantire la sicurezza dell’ambiente in cui viviamo. Maathai è in prima linea nella lotta per promuovere in Kenya e in Africa uno sviluppo sociale, economico e culturale che sia ecologicamente sostenibile. Ha assunto un approccio olistico allo sviluppo sostenibile che collega la democrazia, i diritti umani e i diritti delle donne. Maathai pensa globalmente e agisce localmente”.

La sua filosofia di vita l’ha ben spiegata anche in un altro illuminante libro Solo il vento mi piegherà in cui si legge:

“Credo che essere orientati a dare fiducia agli altri e a coltivare un atteggiamento positivo verso la vita e gli esseri umani sia assolutamente salutare, non solo per la propria serenità, ma anche per promuovere un cambiamento nella società”.

La prima donna africana Nobel per la Pace nel corso della sua intensa vita ha incrociato anche soprusi, minacce di morte, carcere (le accuse a lei dirette sono cadute grazie all’intervento internazionale e all’appoggio di uomini come Al Gore, impegnato anch’egli nelle questioni di tutela ambientale). Lei si è sempre rialzata. Il cancro l’ha portata via, ma tutto ciò che Wangari Maathai ha costruito in questi decenni rimane e non deve essere dimenticato.

Salutiamo questa pacifista-ecologista riprendendo le parole di un altro grande dell’Africa, Nelson Mandela:

“Wangari Maathai e il suo Green Belt Movement dimostrano quanto sia forte il legame tra la gestione sostenibile del ricco patrimonio naturale africano e la democrazia, il buon governo, la pace. Questi sono gli strumenti per ridare all’Africa nuova luce. Spero che il mondo sosterrà il suo progetto di speranza”.

Silvia C. Turrin

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