Tag Archive Storia e Archeologia

La lunga marcia degli afroamericani verso l’emancipazione

Il periodo successivo alla Seconda guerra mondiale fu per gli Stati Uniti caratterizzato da rivendicazioni degli afroamericani volte a ottenere piena integrazione nella società americana. A tal fine la comunità nera attuò una serie di forme di protesta che andavano dal boicottaggio ai sit-in, dalla resistenza organizzata nelle istituzioni alle cause giudiziarie.

Tra queste, una delle più importanti riguardò il caso Brown contro il Provveditore all’Istruzione di Topeka: storico processo che fu possibile grazie sia al Congress of Racial Equality (associazione composta da bianchi e neri, nata nel 1942 a Chicago, ispirata agli ideali di non violenza gandhiani), sia alla NAACP i cui avvocati (tra i quali emerge il nome di Thurgood Marshall) intrapresero numerose azioni legali che permisero il raggiungimento della storica sentenza del 17 maggio 1954. In quella data, la Corte Suprema affermò che il principio “separati, ma eguali” applicato al sistema dell’educazione pubblica era incostituzionale, violando, tra gli altri, il XIV Emendamento.

Rosa Parks e il boicottaggio degli autobus di Montgomery

Sebbene con tale sentenza venne rovesciata la decisione presa nel 1896 in occasione del caso Plessy contro Ferguson, la pratica della segregazione razziale non scomparve. Durante la metà degli anni ’50, si afferma pienamente il movimento per i diritti civili. L’evento che influenzò la storia degli afroamericani avvenne il primo dicembre 1955. Quel giorno, Rosa Parks, appartenente alla sezione della NAACP di Montgomery, si rifiutò di cedere il proprio posto ad un bianco, sull’autobus di linea cittadino, come le leggi dello stato dell’Alabama permettevano. Quel gesto coraggioso diede vita al famoso boicottaggio degli autobus di Montgomery, durato per più di trecento giorni.

L’emergere della figura di Martin Luther King

In quell’occasione iniziò a circolare all’interno della comunità nera il nome di un allora sconosciuto Martin Luther King: fu nominato presidente della Montgomery Improvement Association (MIA), associazione sorta appositamente per condurre e gestire una delle forme di protesta più riuscite, di carattere non violento, da parte degli afroamericani. Grazie a questa importante iniziativa, la Corte Suprema, il 21 dicembre 1956, dichiarò incostituzionale la segregazione sugli autobus. Il boicottaggio di Montgomery fu un evento centrale per l’emancipazione degli afroamericani, non solo perché permise di far conoscere all’intera nazione il vero volto del razzismo ancora imperante negli Stati Uniti, ma anche perché mostrò l’efficacia della protesta non violenta di cui si fece portavoce il Reverendo King.

Il razzismo non si ferma

Un importante risultato conseguito dal “Movimento per la libertà” (come veniva chiamato dai suoi sostenitori il Movimento per i diritti civili) fu l’approvazione del Civil Rights Act, emanato dall’amministrazione Eisenhower nel 1957, con l’obiettivo di permettere agli afroamericani di esercitare il diritto di voto. Nonostante l’approvazione della legge, la percentuale dei votanti neri rimase molto bassa a causa delle violenze, dei linciaggi e addirittura degli assassini perpetrati da vari gruppi razzisti, come il Ku Klux Klan e i White Citizen’s Councils.

Le vittorie conseguite negli anni ’50 e le azioni intraprese da organizzazioni per i diritti civili come la National Association for the Advancement of Colored People e la Montgomery Improvement Association riuscirono a creare all’interno della comunità nera sentimenti di fiducia nelle proprie capacità. Nel corso degli anni ’60, nacque una nuova forma di protesta, il sit-in, con il quale si attaccavano le leggi e i costumi che proibivano agli afroamericani di frequentare luoghi riservati esclusivamente ai bianchi. Dopo il primo importante sit-in, nato spontaneamente il primo febbraio 1960 nella cittadina di Greensboro (North Carolina), decine e decine di neri attuarono questa nuova pacifica strategia. Le azioni di tipo non violento, l’avvento alla Casa Bianca di John F. Kennedy prima (1960-1963) e di Lyndon B. Johnson poi (1963-1968) e le attività intraprese dal Dipartimento di Giustizia diretto da Robert Kennedy, diedero inizio al processo di desegregazione: obiettivo però contrastato da una serie di violenze e omicidi.

Verso la marcia di Washington

Il 12 giugno 1963 venne assassinato uno dei più celebri attivisti della NAACP, Medgar Evers e, sempre in quell’anno, il governatore dell’Alabama, George Wallace si fece portavoce del razzismo ancora imperante negli Stati del Sud non solo diffondendo lo slogan “segregazione adesso, segregazione domani, segregazione per sempre”, ma andando anche a picchettare personalmente di fronte a svariate Università del Sud per impedire l’ingresso agli studenti neri.

I have a dream

Nello stesso 1963, il presidente Kennedy aveva inviato al Congresso americano la proposta di legge in base alla quale chiedeva di porre fine alla segregazione ed esortava che fossero effettivamente garantiti il diritto di voto e le libertà agli afroamericani. In questo contesto, anche per far pressione affinché tale progetto legislativo fosse approvato, nellagosto del 1963 venne organizzata la marcia su Washington, alla quale presero parte circa 250 mila persone, tra le quali si stima ci fossero 60 mila bianchi. In quell’occasione, Martin Luther King pronunciò il suo celebre discorso I have a dream. Dopo circa un anno dallo storico evento, fu approvato il Civil Right Act (1964) che rendeva incostituzionale ogni forma di discriminazione. L’anno seguente il presidente Johnson fece approvare il Voting Rights Act attraverso il quale furono abolite le tasse elettorali e altre leggi dirette a impedire il voto alla comunità nera. Questi provvedimenti apparirono positivi a molti e furono ben accolti da leader moderati come King. In realtà, la radice sociale e culturale della discriminazione non fu intaccata, né nel Sud, né nel Nord degli Stati Uniti, dove la maggior parte dei neri viveva relegata nei ghetti.

Malcolm X

Leggi come il Civil Right Act e il Voting Rights Act non modificarono realmente le condizioni socio-economiche in cui i neri erano costretti a vivere. L’insoddisfazione e la frustrazione sfociarono in rabbia e in molte città, nel corso degli anni ’60, si verificarono svariati tumulti: si ricordano, per la brutale violenza con cui agivano le forze di polizia, quelli di Harlem (1964), Watts (1965) e Detroit (1967). In questo contesto, il progetto e le azioni moderate di Martin Luther King furono criticate da molti esponenti della comunità nera, in quanto la povertà, le difficoltà nel trovare casa e lavoro rappresentavano ancora una costante. Uno degli esponenti neri che più aspramente criticò il moderatismo del Reverendo King fu Malcolm X, secondo il quale, per ottenere la liberazione e la fine della discriminazione, gli afroamericani avrebbero prima dovuto sviluppare un forte sentimento di unità e, per far ciò, era necessario che eliminassero sia il diffuso sentimento di self-hate, sia la schiavitù mentale che ostacolava ogni loro azione. Malcolm X recuperò le idee di autodeterminazione e di nazionalismo nero tratteggiate già all’inizio del XX secolo da Marcus Garvey, ma le elaborò in modo molto più esaustivo e complesso.


Malcom X esortò i neri a recuperare la loro storia e le proprie radici culturali, affinché potessero definire una specifica identità. Il processo di auto-conoscenza (self-knowledge) costituiva dunque per Malcolm X la precondizione del self-love (stima in sé stessi) e del black pride (orgoglio nero): stimoli potentissimi per la lotta di liberazione. A differenza del Movimento per i diritti civili capeggiato da King, Malcolm X – almeno sino a quando fu portavoce dei Black Muslims – esortò gli afroamericani all’auto-difesa (self-defense), promuovendo così l’uso della violenza per affermare i diritti e le libertà del popolo nero.

Solo dopo aver abbandonato i Musulmani Neri e, soprattutto, dopo il suo pellegrinaggio alla Mecca e dopo aver intrapreso un viaggio in Africa (dove conobbe importanti personalità, quali Julius Nyerere, Kwame Nkrumah, Jomo Kenyatta), Malcolm X attenuò il proprio estremismo. Divenne sostenitore della solidarietà razziale e della fratellanza fra i popoli: un cambiamento anche suggellato dalla modifica del suo nome in El-Hajj Malik El-Shabazz.

Black Power!

La popolarità di Malcolm X assunse dimensioni rilevanti solo in seguito al suo drammatico assassinio, avvenuto il 21 febbraio 1965. Le sue idee furono riprese da un gruppo interno al movimento per i diritti civili. Il 16 giugno 1966, a Greenwood (Mississippi), Stokely Carmichael dichiarò che “Il solo modo in cui noi possiamo fermare l’uomo bianco è andare oltre. È da sei anni che chiediamo libertà e non abbiamo ottenuto nulla. Ciò che dobbiamo iniziare a dire adesso è Black Power!”. Proprio il Potere Nero divenne l’altra anima, più radicale, del movimento per i diritti civili: esaltò la fierezza nera, il Black pride invocato anni prima da Malcolm X e il concetto di blackness fu utilizzato non per esprimere una specifica appartenenza razziale, ma per affermare la consapevolezza di sé e una specifica coscienza politica di chi subiva ingiustizie.

L’assassinio di Martin Luther King

Mentre la comunità nera cercava di risolvere i problemi della segregazione e del razzismo attuando una risposta, da un lato moderata, dall’altro radicale, anche le istituzioni federali avevano ufficialmente riconosciuto la gravità della situazione vissuta dagli afroamericani. Nel 1968, la commissione Kerner, voluta dal presidente Johnson, stilò un rapporto secondo cui negli Stati Uniti si stavano formando due distinte società “una nera, una bianca, separate e ineguali”. Il documento denunciava non solo la discriminazione, ma anche la povertà ormai cronica, l’alto tasso di disoccupazione, la mancanza di strutture scolastiche e sanitarie adeguate e la sistematica brutalità della polizia contro gli afroamericani. Nello stesso anno in cui fu pubblicato il rapporto, la comunità nera subì un duro colpo: Martin Luther King venne assassinato, il 4 aprile 1968.

Silvia C. Turrin

Immagine emblematica esposta all'interno del museo dell'apartheid - Photo Silvia C.
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apartheid Sharpeville

21 marzo 1960 – ricordando il massacro di Sharpeville

apartheid Sharpeville

Immagine emblematica esposta all’interno del museo dell’apartheid – Photo Silvia C. Turrin

Il massacro di Sharpeville, avvenne il 21 marzo 1960.

In quella data, i dirigenti del PAC, organizzazione politica sorta nel 1959 da una scissione interna all’ANC, decisero di intraprendere una campagna di protesta, non-violenta, contro le pass law. Tale scelta scaturiva dalla convinzione che “le masse fossero già pronte per rispondere spontaneamente ad un’iniziativa creativa”.

Quel giorno, 20mila persone si mossero verso la stazione di polizia di Sharpeville protestando pacificamente contro le pass law. Sebbene i manifestanti fossero disarmati, il contingente di polizia, numericamente inferiore rispetto ad essi, si fece prendere dal panico e iniziò a sparare uccidendo 69 persone e ferendone molte altre. Sobukwe, leader del PAC fu arrestato insieme ad altri dirigenti.

In seguito all’eccidio, l’8 aprile l’ANC e il PAC furono dichiarate organizzazioni illegali tramite l’Unlawful (Criminal) Organizations Act (N.34, 1960) e, da quel momento in poi, entrambe dovettero agire in condizioni di clandestinità. Tra il 1961 e il 1963, le due organizzazioni abbandonarono la strategia non-violenta, formando rispettive ali armate e intraprendendo azioni di sabotaggio. A seguito di diversi attentati, i leader storici dell’ANC e del PAC furono arrestati, processati (processo di Rivonia) e condannati all’ergastolo.

In seguito all’eccidio di Sharpeville, il governo di Pretoria varò nuove leggi di carattere repressivo, quali il General Law Amendment Act (1963) che autorizzava la polizia a detenere una persona incommunicado per 90 giorni, rinnovabili, senza mandato, senza processo, senza capi di accusa e senza l’assistenza di un legale. Nel 1965 fu implementato il Criminal Procedure Amendment Act che autorizzava la polizia a trattenere un testimone in un processo incommunicado per 180 giorni, rinnovabili.



Per Approfondire segnalo il mio libro “Il movimento della Consapevolezza nera in Sudafrica. Dalle origini al lascito di Stephen Biko” in cui parlo fra l’altro del massacro di Sharpeville

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Domani 19 ottobre uscirà il seguito dell’Autobiografia di Nelson Mandela. Dopo Long Walk to Freedom

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Esce il seguito dell’Autobiografia di Nelson Mandela

Domani 19 ottobre uscirà in Sudafrica e in contemporanea negli Stati Uniti il seguito dell’Autobiografia di Nelson Mandela. Dopo Long Walk to Freedom (tradotto e pubblicato in italiano da Feltrinelli col titolo Lungo cammino verso la libertà) potremo leggere “Dare Not Linger: The Presidential Years” un libro postumo di Nelson Mandela, redatto e ultimato poi da Mandla Langa.

Dare not Linger Nelson Mandela

Come suggerisce il titolo il volume descrive i 5 anni che hanno visto Mandela nella carica di Presidente della Repubblica Sudafricana, la Rainbow Nation (il primo Presidente liberamente eletto da bianchi e neri dopo decenni di politiche razziste ). Un libro biografico e storico che traccia le vicende personali di Nelson Mandela e gli equilibri politici dopo la fine ufficiale del regime di apartheid nel 1994.

L’aspetto interessante è che a curare e a ultimare questa seconda autobiografia postuma di Madiba è Mandla Langa, poeta e scrittore sudafricano che da giovane si unì alla SASO, la South African Students’ Organization della quale diventò poi Direttore. La SASO è stata la prima manifestazione organizzata del Black Consciousness Movement (BCM).

Come scrivo nel libro Il movimento della Consapevolezza Nera in Sudafrica. Dalle origini al lascito di Stephen Biko (Edizioni Erga, Genova):

“Il messaggio della Consapevolezza Nera venne interiorizzato poi da numerosi poeti, fra i quali, spiccano Sipho Sepamla, Oswald Mtshali, Mongane Serote, Mandla Langa, Mafika Gwala e Western Kunene. […] la poesia per il BCM non era un fenomeno accidentale, bensì espressione intrinseca della sua vera sostanza”.

In seguito, come tanti esponenti del BCM, dopo la dissoluzione del movimento, Mandla Langa si avvicinò all’ala armata dell’ANC, l’Umkhonto we Sizwe, abbracciando quindi le posizioni politiche del partito di Mandela.

Dare Not Linger: The Presidential Years (Pan Macmillan, Sudafrica) un libro da leggere, sicuramente…

I diritti di traduzione sono stati venduti a varie case editrici di respiro internazionale, tra le quali citiamo la Rosinante (Danimarca), le Edizioni Plon (Francia), la Quadriga (Germania), la Feltrinelli (Italia), la Marcador (Portogallo).

Silvia C. Turrin

Per Approfondire:


 

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intervista di Syusy Blady a Zecharia Sitchin

Syusy Blady, sulle tracce dei misteri della storia

Maurizia Giusti, in arte Syusy Blady, è una donna poliedrica. Tutti la ricordiamo grazie a trasmissioni di successo quali “Turisti per caso” (con Patrizio Roversi) o il più recente “In viaggio con la zia” (con Livio Beshir e il simpatico e preparatissimo critico d’arte Costantino D’Orazio).

Syusy Blady non è soltanto una capace conduttrice televisiva, che ha creato uno stile comunicativo personale e unico, ma è anche autrice e attrice, nonché è un’instancabile appassionata di viaggi. È una nomade.

Che ci faccio qui?” – citando un noto libro di Chatwin – potrebbe essere un suo motto. Già con Turisti per caso (insieme all’inseparabile Roversi) ci ha accompagnati in giro per mondo, conducendoci, attraverso immagini e racconti avventurosi, in tantissimi luoghi meravigliosi, dall’India al Marocco, dall’Argentina alla Cina, passando per il Giappone e la Polinesia Francese.

Il suo interesse per l’archeologia e la storia l’hanno poi portata a indagare su alcuni “enigmi” legati ad antiche civiltà. Sulla scia dei lavori pionieristici di Peter Kolosimo, Syusy Blady ha cercato di dipanare la matassa dei misteri che ancora aleggiano sulla nostra storia, viaggiando in vari angoli di questo nostro villaggio globale. Molti degli itinerari presentati nel ciclo di puntate televisive di “Misteri per caso” vengono riproposti in forma scritta nel libro “Tutta un’altra storia” (Verdechiaro Edizioni), riedizione di un precedente e fortunato volume del 2011. Questa volta, la narrazione è integrata anche con riferimenti interattivi, che rimandano il lettore a oltre 80 video, tramite cui andare sulle tracce di una storia diversa. Per esempio… siamo proprio sicuri che Cristoforo Colombo sia stato davvero il primo navigatore a scoprire l’America?

Syusy Blady attingendo a fonti antiche e attuali ci spiega episodi precedenti il 1492 che dimostrerebbero come altri esploratori abbiano toccato per primi le terre del Nuovo Mondo. Basti considerare alcune mappe storiche, citate nel libro “Tutta un’altra storia”, come quella di Benincasa del 1482 o la Mappa di Vinland del 1440: entrambe, raffigurano terre che teoricamente e ufficialmente erano allora sconosciute. Ma ufficiosamente la realtà era ben diversa.

Syusy Blady ci svela anche il suo incontro con il compianto Zecharia Sitchin (1922-2010), sumerologo poi diventato famosissimo come scrittore: nei suoi libri ha svelato teorie relative alla genesi della specie umana; teorie che si rifanno proprio ai miti sumerici, nei quali si legge, in forma epica, ciò che secondo Sitchin è realmente accaduto agli albori delle origini della nostra specie. In particolare, una tavoletta sumera assume un’importanza rilevante dalla prospettiva di Sitchin: in essa si vede la dea Ninmah che crea un bambino e la dea è circondata da ampolle, come se si trovasse in un laboratorio.
intervista di Syusy Blady a Zecharia SitchinQuesto e altri elementi storici, tra cui un sigillo cilindrico del 2400 a.C. in cui si vede chiaramente il pianeta Nibiru, hanno portato Sitchin a formulare la sua teoria, descritta in modo semplice e chiaro anche da Syusy Blady in “Tutta un’altra storia”. Ciò che noi chiamiamo dèi non sono forse altro che esseri molto progrediti giunti da un altro pianeta? Fu il loro arrivo sulla Terra a determinare il nostro sviluppo e la nostra evoluzione? È grazie alle loro conoscenze che possiamo trovar spiegazioni relative a monumenti, come le mura megalitiche, e a eventi ancora oscuri, come l’improvvisa e inspiegabile distruzione della straordinaria civiltà di Mohenjo-Daro, nella valle dell’Indo?

Syusy ci guida anche in altri tempi e luoghi: dalla Siria – quando ancora non era presa d’assalto dai giochi geopolitici di altre nazioni – a Malta, da Il Cairo a Baalbeck. Sono tante le tappe compiute da Syusy che ci portano indietro nel tempo e che ci fanno riflettere sulla nostra evoluzione e sul nostro modo di studiare e considerare la storia.

È chiaro che molte analisi sono imbevute di preconcetti eurocentrici e paternalisitici, cui si aggiunge una visione fallocratica/androcratica della società. Un manufatto può essere catalogato in un modo piuttosto che in un altro a seconda della prospettiva del ricercatore. Il lavoro encomiabile di Marija Gimbutas (1921-1994) ne è una prova: la nota e compianta archeologa ha praticamente riscritto una parte della nostra storia, mettendo in luce il ruolo della donna e della logica femminile agli albori delle prime società umane. Linee di discendenze matrilineari, società pacifiche ed egualitarie, culti sacri legati a divinità femminili: erano questi gli elementi salienti dell’Europa neolitica. Questi elementi sono stati per lungo tempo offuscati o minimizzati o deformati sul piano storico-archeologico, proprio per la forza della logica fallocratica/androcratica dominante.

Negli ultimi decenni, come mette in luce anche questo volume di Syusy Blady, si sta cercando di delineare un’altra storia, un po’ più vera, un po’ meno ideologizzata, un po’ più rispettosa di modelli incentrati sul matriarcato e sui culti femminili. È dovere di ciascun cittadino capire e conoscere il passato per non commettere più gli stessi errori. Se capiamo il passato senza guardarlo con lenti offuscate o deformate possiamo capire il presente, le contraddizioni e le dominazioni che vediamo nel mondo. Se comprendiamo il presente possiamo capire quale strada percorrere tutti insieme per andare avanti nella nostra evoluzione. È chiaro che se il paradigma politico-economico attuale ancora fortemente basato su logiche maschili non cambierà, il nostro destino come specie umana vivente sarà compromesso.

Siamo noi gli artefici della nostra esistenza. Studiare la storia serve a questo: a capire le nostre vere radici, senza le quali non possiamo crescere davvero in modo compiuto, prospero e armonioso.

Tutta un’altra storia” di Syusy Blady, in modo divertente e coinvolgente, ci elargisce variegati spunti su cui riflettere, per aggiungere nuovi tasselli al vasto mosaico del nostro passato, più o meno remoto. Un passato sul quale aleggiano ancora diverse domande e ancora diversi misteri. Solo ricerche archeologiche serie e rigorose, attuate in un’ottica paritaria ed equilibrata tra il femminile e il maschile, potranno spiegare molti quesiti che ruotano attorno alla nostra storia.

Purtroppo, tanti luoghi ricchi di vestigia ancora nascoste, come Israele, la Palestina, la Siria, l’Egitto e l’Iraq, sono tormentati da guerre e instabilità politico-sociali. E purtroppo, tanti storici monumenti del passato sono stati distrutti durante questi conflitti, come se si volesse oscurare un passato scomodo per taluni gruppi di potere.

La storia è una disciplina quanto mai “politica”, è uno strumento che crea la cultura di un Paese, e quindi delle varie civiltà. È da lì, dalle nostre radici storiche, che bisogna partire per evolvere!

Silvia C. Turrin

 

Maurizia Giusti, in arte Syusy Blady, è una donna poliedrica. Tutti la ricordiamo grazie a
Il Giappone è un paese dove gli opposti convivono in modo armonioso. Accanto all’indiscutibile modernità,
Allontanarsi dai ritmi frenetici delle metropoli grigie, inquinate, convulse e immergersi in un paesaggio meraviglioso,
Terra di contrasti assoluti, dominata da paesaggi selvaggi, dove l’acqua e il fuoco si scontrano
Per gli antichi Romani era la “finis terrae”, la fine della terra. Oltre le spiagge,

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Il retaggio della Mesopotamia

La Mesopotamia é una regione che da sempre affascina, per l’importanza storico-archeologica che la contraddistingue. Nonostante la forte instabilità che ha colpito l’area negli ultimi due secoli e le guerre che la stanno deturpando, questa zona continua a sorprendere.

L’antica Terra fra i due fiumi

 

L’antica Mesopotamia è quella “terra fra i due fiumi” dove sorsero le prime città, come Uruk, Ur e Zabala. Nella piana fertile fra il Tigri e l’Eufrate si sviluppò l’agricoltura e in questa stessa area si evolsero i rapporti economici, sociali e culturali. Fu qui, che grandi popoli quali gli Assiri, i Babilonesi, i Sumeri, partendo da argilla lasciata essiccare, elaborarono la scrittura cuneiforme.

Partendo anche da questi rimandi storici, Stephanie Dalley, già docente all’Università di Oxford ed esperta di Mesopotamia, ha sintetizzato una corposa ricerca che mette in luce quanto diversi popoli abbiano attinto da numerosi elementi sorti proprio nella mezzaluna fertile.

il-retaggio-della-mesopotamiaNel libro The legagy of Mesopotamia uscito nel 1998 per la Oxford University Press, e pubblicato nel 2016 da Adelphi (tradotto da Adriana Bottini), Stephanie Dalley mette a confronto varie culture e sottolinea come tante civiltà siano in qualche modo debitrici di svariati saperi germinati in Mesopotamia. Scopriamo così che persino nella Bibbia, in particolare nella Genesi e nell’Esodo, si possono individuare riferimenti a poemi e storie babilonesi. Parallelismi si ritrovano nella storia del Diluvio, che è raccontata già nell’Epopea di Gilgames.

E ancora, testi giuridici cuneiformi sembra costituiscano la base di altri importanti libri biblici, come il Deuteronomio coi suoi precetti. Influenze mesopotamiche vengono rilevate da Stephanie Dalley anche nel mondo dell’antica Grecia: basta osservare per esempio tavolette d’argilla provenienti da Cnosso, confrontandole con quelle cuneiformi di origine paleo-assira. Ma queste e altre influenze hanno toccato molte altre terre, molte altre civiltà, raggiungendo persino l’India.

Ciò dimostra che le conoscenze nate a Babilonia e a Ninive hanno varcato confini geografici e culturali, intrecciandosi e adattandosi ad altre tradizioni, ad altri modus vivendi. Tutto questo fa emergere l’urgenza di altre ricerche, di altri scavi archeologici e di altri studi sul campo. E l’urgenza di pacificare molte zone (dall’Iraq alla Siria) di quella regione un tempo meglio conosciuta con il nome di Mesopotamia, per consentire nuove ricerche archeologiche. Ricerche da portare avanti non più con l’intenzione di saccheggiare culture altre, bensì di ri-valorizzarle.

Silvia C. Turrin

 


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È immerso nel cuore dell'Himalaya, difeso da un complesso ambiente costituito da valli profonde e
Professori di neuroscienze cognitive, docenti di comunicazione e psicologi ci stanno mettendo in guardia, ormai
Il Giappone è un paese dove gli opposti convivono in modo armonioso. Accanto all’indiscutibile modernità,
Proseguiamo il nostro itinerario nel mondo colorato e profumato delle spezie. Nella prima parte abbiamo
Il medico e fisiologo indiano M.V. Bhole unendo le tecniche di Pranayama con le pratiche

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Il calice e la spada. Verso un mondo privo di violenza e gerarchie?

il calice e la spadaIl libro di Riane Eisler, Il Calice e la Spada (Forum editrice, 2016) composto da circa 400 pagine, l’ho letto d’un fiato. Già prima di aprirlo sapevo che poteva trasmettermi tanto, ma non immaginavo che quel “tanto” si sarebbe rivelato pieno di nozioni e analisi legate non soltanto alla storia e all’archeologia, ma anche alla psicologia, alla sociologia, all’antropologia, alla religione e all’ecologia…

Come può un libro sintetizzare una varietà di dati, di fonti, di osservazioni ed essere al contempo chiaro e coinvolgente? Riane Eisler è riuscita in modo brillante a far questo, grazie sia ai suoi studi, sia alla sua esperienza di vita, tragica e allo stesso tempo meravigliosa. Penso che per capire la profondità, la complessità e l’autorevolezza di questo libro sia necessario comprendere chi ne è l’Autrice.

La Eisler è nata a Vienna nel 1931. Luogo e anno infelici per l’espansione tentacolare del nazismo in terra teutonica. Proprio a causa delle persecuzioni delle SS la Eisler viene portata via dalla famiglia, di origini ebraiche, per rifugiarsi prima a Cuba, poi negli Stati Uniti, dove si è imposta come importante studiosa e ricercatrice, laureandosi prima in giurisprudenza, poi in lettere, per indagare in seguito vari campi, dall’antropologia alla sociologia passando per le neuroscienze. I suoi studi e il suo approccio sono certamente di stampo multidisciplinare. Oltre a essere co-fondatrice e responsabile editoriale dell’ Interdisciplinary Journal of Partnership Studies (pubblicazione legata all’Università del Minnesota), è attivista sociale a favore di un mondo non-violento. È inoltre co-fondatrice del Center for Partnership studies, centro istituito nel 1987, incentrato sulla ricerca e sulla promozione dei diritti umani, con particolare sensibilità verso i diritti delle donne, il cui obiettivo è accelerare il cambiamento dal modello dominatore alla partnership nel mondo.

Proprio quest’ultimo aspetto sta alla base del libro Il Calice e la Spada, la cui prima edizione in lingua originale The Chalice and the Blade, our history our future, era uscito per la HarperCollins (San Francisco) nel 1987.

Il fatto che siano passati diversi anni dall’uscita e che sia stato tradotto in oltre venti lingue e ripubblicato ancora, significa che questo libro ha ancora molto da dire all’umanità!

Il sottotitolo italiano non deve trarre in inganno: “La civiltà della Grande Dea dal Neolitico ad oggi”. Non deve trarre in inganno, perché non si tratta di un testo neofemminista che vuol porre l’accento su una qualche forma di supremazia della donna per il tramite di un recupero storico-archeologico della civiltà della Dea. L’intento dell’Autrice non è quello di elogiare le virtù dell’altra metà del cielo/dell’umanità mettendo in cattiva luce e criticando l’operato e le espressioni culturali-psicologiche del genere maschile. La Eisler non vuole creare una dicotomia tra uomo/donna, tra femminile/maschile, perché la dicotomia crea divisioni, contrasti, ostacola il dialogo.

Piuttosto, il recupero e l’analisi della civiltà della Grande Dea è la spinta propulsiva ad andare oltre il modello “dominatore” (nel quale siamo ancora immersi), e fare invece spazio a un nuovo modello chiamato dalla Eisler “mutuale” o di “partnership”.

Il Calice e la Spada non sono altro che metafore di questi due modelli sociali, culturali, politico-economici.

“Il calice” rappresenta naturalmente il modello mutuale, in cui vi è totale parità fra uomo e donna e in cui vi sono determinati valori, come la pace, la giustizia, la cooperazione, la collaborazione, il rispetto per l’ambiente ecc. Società basate sul modello mutuale – rintracciabili a grandi linee oggi nei Paesi scandinavi e in alcuni gruppi etnici come tra le popolazioni BaMbuti e !Kung – sono prive di forti gerarchie istituzionalizzate e non hanno come valori dominanti il potere e l’autorità; sono società fondamentalmente pacifiche ed egualitarie.

“La spada” è invece il modello esistenziale della società contemporanea; un modello che ormai ci trasciniamo da diversi secoli, scandito dalla supremazia di una logica maschile, in cui trionfano coloro che pensano e agiscono in funzione del proprio ego, per accrescere il proprio potere, sia all’interno del nucleo familiare, sia in un contesto più ampio, come un’impresa o una nazione. Esempi di questo tipo di società le troviamo in varie epoche e in varie nazioni: nella Germania nazista, nell’Iran di Khomeini, nel Giappone dei Samurai e tra la civiltà Azteca della Meso-America. In un modello in cui trionfa “la spada” vi è un rigido dominio maschile, c’è gerarchia a più livelli (non solo tra uomo e donna) e vi è un alto grado di violenza.

La Eisler, studiosa acuta quale è, ha voluto spiegare meglio questi due tipi di modelli parlando di modello androcentrico e modello gilanico. Il primo è caratterizzato dal predominio di valori ritenuti di impronta maschile, come la forza, la virilità, l’autorità, il potere.

Il modello gilanico è invece basato su questo nuovo concetto/neologismo, gilania, concepito proprio dalla Eisler. Gilania è un termine che nasce dall’unione di Gi – che deriva dal greco gyné, che significa “donna” – con an – da andros, cioè “uomo”; la l rappresenta l’iniziale della parola inglese linking che significa “unione”. Con Gilania si crea quindi l’unione fra maschile e femminile.

Questo modello in effetti risolve molti problemi e contrapposizioni, a cominciare dalla dualità tra patriarcale e matriarcale. In un modello mutuale e quindi gilanico non esiste più questa dualità, poiché non c’è antitesi tra madre/padre, uomo/donna. Esiste una parità assoluta, in ogni campo.

Da questa prospettiva, se il modello dominatore nel quale siamo ancora immersi – scandito da guerre, conflitti tra uomo e donna in vari contesti sociali e religiosi, da tante forme gerarchiche a livello economico e politico – vede l’uomo assurgersi di fatto ancora a dominatore della donna, in un modello gilanico/mutuale questo tipo di dominio dell’uomo non viene sostituito da un nuovo dominio, della donna, bensì si assiste a una compartecipazione della vita pubblica e privata: in pratica, c’è quel linking e quella parità tra uomo e donna.

La Eisler analizza la storia da più punti di vista, poiché il passato ci può insegnare come progettare un nuovo futuro. Lo fa partendo dalla Teoria della Trasformazione Culturale, secondo cui l’umanità, a prescindere dalle latitudini e dalle appartenenze religiose, etniche, ecc. – è caratterizzata da due modelli culturali, quello mutuale e quello dominatore.

Statua di donna o divinità feminile ritrovata presso il sito di Çatal Höyük - Museo della civiltà anatolica, Ankara, Turchia (photo: tr.khanacademy.org)

Statua di donna o divinità femminile ritrovata presso il sito di Çatal Höyük – Museo della civiltà anatolica, Ankara, Turchia (photo: tr.khanacademy.org)

Per farci comprendere l’urgenza di un cambio di paradigma e quindi di un cambio esistenziale l’Autrice parte proprio con l’analizzare la storia del genere umano, delineando in primis i tratti distintivi di un’antichissima civiltà, nata nel Neolitico. Una civiltà che solo negli ultimi decenni si inizia a scoprire veramente, grazie alle ricerche e agli scavi archeologici (si pensi alle scoperte di città neolitiche altamente evolute, presso i siti di Çatal Höyük e di Hacila, nell’odierna Turchia) uniti a un altrettanto nuovo modo di fare archeologia (una scienza che ha anch’essa subito le pressioni e le distorsioni del paradigma dominatore/androcentrico). Un notevole contributo lo ha dato per esempio l’enorme ed encomiabile lavoro portato avanti dall’archeologa Marija Gimbutas (1921-1994).

Quella civiltà neolitica così legata alla Dea, così legata a valori vivificanti e creativi, così arcaica e così lontana nel tempo si rivela una civiltà altamente evoluta, poiché in essa non vi erano guerre e i rapporti tra uomo e donna erano in assoluto paritari.

Prima di un mondo fondato sui conflitti, sulla gerarchia, sulla supremazia di logiche maschili, l’umanità in un’epoca remota ha conosciuto e vissuto quell’eden tanto declamato da varie mitologie e tradizioni. Era un eden fondato sulla pace.

La Eisler compie quindi un’acuta e complessa analisi della nostra evoluzione/involuzione culturale, descrivendo quel mondo neolitico della Dea, il modello di Creta, l’arrivo di nuovi invasori che hanno dato un colpo all’evoluzione culturale, gettando poi le basi del modello dominatore-androcentrico.

L’umanità è passata da un modello socio-culturale basato sul “potere di donare la vita” a un modello fondato sul “potere di togliere la vita”. Questo potere, il potere di togliere la vita, ha istituito e rafforzato il dominio, la gerarchia e l’autorità, tra uomo-donna, quindi il dominio e la subordinazione tra nazioni, tra etnie, tra popoli.

Invece, in origine, la nostra evoluzione culturale era orientata verso la mutualità.

Le analisi fornite in questo libro mettono in luce la necessità di riscoprire, di conoscere davvero quel periodo del neolitico in cui dominava il culto della Dea, in modo da poterci ricollegare a esso, al fine di ri-stabilire quel giusto equilibrio di forze, quell’armonia tra uomo e donna, tra varie fedi, etnie e vari popoli, tra genere umano e la Terra nel suo complesso.

Dagli eventi degli ultimi decenni – gli attentati a New York, le guerre in Afghanistan, Iraq, Siria, la rinnovata corsa all’energia nucleare di varie nazioni occidentali e non, le alluvioni e la siccità dovute al riscaldamento globale per effetto del modello socio-economico dominante, le nuove forme di terrorismo, di integralismo e di fondamentalismo – è ormai chiaro a tutti, uomini e donne, abbienti e indigenti, bianchi, rossi, neri, cristiani, mussulmani, buddhisti, induisti, che così come stiamo progettando le nostre vite siamo destinati a un’involuzione che ci porterà nel peggiore dei casi all’autodistruzione.

Solo cambiando il nostro modello culturale possiamo sperare di modificare la società nel suo complesso, in favore di un modus vivendi non più fondato sul conflitto, ma sul dialogo, la cooperazione e la pace.

Il punto è: lo vogliamo davvero questo mondo non violento e mutuale? Siamo disposti, tutti, a metterci in discussione per costruire una società in cui dominano valori come la compassione, la cooperazione e la non-violenza, in ogni sua forma?

Silvia C. Turrin

P.S. Un plauso ad Antonella Riem Natale, docente dell’Università degli Studi di Udine (Dipartimento di Lingue e letterature straniere), che ha voluto la riedizione di questo libro, tradotto da Vincenzo Mingiardi.
Un plauso al Partnership Studies Group dell’Università di Udine, fondato da Antonella Riem Natale, laboratorio linguistico, letterario e pedagogico che propone analisi e dibattiti utili ai fini della nostra evoluzione culturale.
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Nepal fra terra e cielo

Gli appassionati di trekking sono stati tra i primi ad aiutare – in loco o a distanza tramite raccolte fondi – la popolazione nepalese colpita dai sismi del 2015.

Ben due volte l’anno scorso, nel giro di nemmeno un mese, il Nepal ha subìto due forti scosse di terremoto, la prima di magnitudo 7.9 della Scala Richter il 25 aprile 2015, la seconda di magnitudo 7.4 della Scala Richter il 12 maggio. La zona maggiormente colpita è quella tra Kathmandu e Pokhara. Tra le vittime anche alcuni trekker. Sebbene sia difficile stabilire l’esatto numero, quasi 9000 persone sono decedute, mentre altre migliaia (16mila secondo i dati delle Nazioni Unite) sono rimaste ferite o costrette a spostarsi dal proprio villaggio.

Una vera catastrofe.

Eppure, dopo un anno, malgrado l’inefficienza governativa, la crisi economico-diplomatica tra Nepal e India e gli ostacoli burocratici, le zone colpite vengono progressivamente ricostruite.

nepal-fra-terra-e-cieloIl libro Nepal fra terra e cielo uscito proprio nel 2015 celebra questa meravigliosa terra. Lo fa attraverso il racconto sviscerato con passione dall’alpinista Danilo di Gangi. In questo racconto il lettore viene accompagnato con grande maestria nel cuore di un Paese intriso ancora di una profonda spiritualità.

In ogni anfratto possiamo infatti incontrare espressioni delle diverse filosofie e fedi religiose che qui convivono ancora in armonia: dal buddhismo all’induismo, dal tantrismo all’antica corrente sciamanica bön.

Danilo di Gangi, insegnante, scrittore, nonché appassionato di alpinismo e di culture orientali, descrive il Nepal per il tramite dei trekking e ascese da lui compiuti nel corso di vari anni.

L’itinerario parte dal mitico Mustang, un tempo chiamato Lo-Monthang, sino a pochi decenni fa un territorio chiuso e isolato, invalicabile per la maggior parte degli occidentali. Leggendo il libro si scopre come questo piccolo regno, ormai annesso al Nepal, abbia fornito riparo alla resistenza tibetana, cioè ai guerriglieri Khampa, tra gli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso. Danilo di Gangi ripercorre un capitolo della storia del Tibet spesso taciuto, ma che è rivelatore di come le sorti di uno Stato possano dipendere dalle scelte e dalle decisioni di altre nazioni.

bandiere tibetane

In questo caso, come si evince dalla sintesi storica rielaborata dall’Autore, il Tibet, dopo l’invasione cinese e l’esilio forzato del Dalai Lama in India, si trovò nel bel mezzo dello scacchiere della Guerra Fredda, in balia di servizi segreti, di promesse politiche sibilline e di interessi geo-strategici che indebolirono e, infine, annullarono il sogno di un Tibet nuovamente libero.

Il racconto storico è inframmezzato dal trekking compiuto dall’Autore nella valle e lungo i sentieri, spesso impervi, del Mustang.

La narrazione prosegue poi con un itinerario faticoso, poco battuto e solo per esperti camminatori, lungo la valle dell’Everest, che prevede la traversata di tre passi. Un percorso dominato da vette imponenti, tra cui il Taboche (6542 metri), il Cho Oyu (8021 metri), il Cholatse (6440 metri), l’Ama Dablam (6856 metri) e il Chomolungma (8848 metri), noto ai più col nome di Everest.

Segue l’itinerario nella valle dell’Annapurna.

annapurna

Accanto alla descrizione dell’impegnativo trekking ci immergiamo nel profondo misticismo, nelle leggende e nelle tradizioni locali. Esplorare luoghi come questi significa infatti comprendere la forza di Madre Natura, la potenza dei 4 elementi, il rapporto tra terra-e-cielo e tra essere umano-e-spirito. In questo libro si percepisce il profondo rispetto dell’Autore verso le imponenti cime, verso i culti degli abitanti del posto, verso un modus vivendi in profonda simbiosi con una natura al contempo creatrice e distruttrice, come sintetizza perfettamente la divinità simbolica di Shiva.

Danilo di Gangi ci descrive anche un ambiente ecologico sempre più fragile, per effetto del turismo di massa, ormai alle porte anche in alcune zone un tempo remote, a causa di progetti di viabilità che rischiano però di destrutturare gli stili di vita delle popolazioni locali.

Nepal fra terra e cielo non è dunque solo un racconto di viaggio, poiché troviamo descrizioni storiche, analisi antropologiche e sociologiche. È un libro che si immerge completamente nel mosaico di popoli e fedi di un territorio che oltrepassa le frontiere artificiali stabilite su carta nei trattati.

Infine, il Nepal – ci ricorda di frequente l’Autore – è la terra degli Sherpa, coloro venuti da Oriente (il loro nome, in lingua tibetana, significa “gente dell’Est”) indispensabili per chiunque si voglia cimentare in un trekking nella zona Himalayana. Senza di loro la prima scalata all’Everest non sarebbe stata possibile negli anni Cinquanta (Edmund Hillary era accompagnato, o meglio, guidato dal nepalese Tenzing Norgay). E anche gli attuali trekker e alpinisti ringraziano sempre questo popolo originario del “tetto del mondo”, senza i quali non ci sarebbero portatori, né esperti conoscitori di certe aree ancora sconosciute ai più.

Danilo di Gangi non poteva quindi non raccontare il suo speciale rapporto con Ngima Dawa Tamang, colui che lo ha accompagnato per questi suoi “pellegrinaggi” in terra nepalese. A lui e alla sua famiglia è dedicato il libro Nepal fra terra e cielo. Vale proprio la pena leggerlo, anche per scoprire la storia toccante, a tratti drammatica, a tratti straordinaria, di Ngima Dawa Tamang, vivo “miracolosamente” forse anche grazie alla potenza evocativa del mantra di Padmasambhava

Silvia C. Turrin

Nepal fra terra e cielo
Danilo di Gangi
Il Ciliegio Edizioni
2015

È immerso nel cuore dell'Himalaya, difeso da un complesso ambiente costituito da valli profonde e
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Ricordando Nelson “Madiba” Mandela

Oggi Nelson Mandela avrebbe compiuto 98 anni.
Per ricordarlo ripropongo qui due articoli che avevo scritto anni fa: l’uno tratteggia la figura storica di Mandela, l’altro lo ricorda attraverso le sue fiabe africane preferite.
Amandla…
***

mandelaIl 10 maggio 1994, si concludeva ufficialmente “il lungo cammino verso la libertà” di Nelson Mandela. Quel giorno, in un clima sia interno che internazionale di generale euforia, avvenne la sua ufficiale investitura in qualità di primo presidente della Rainbow Nation, come è stato metaforicamente definito il Sudafrica multirazziale e democratico.

Rolihlahla (nome xhosa di Mandela) è diventato non solo la guida di una nazione che ha vissuto un lungo periodo di oppressione e razzismo, ma è anche uno dei personaggi più rappresentativi della storia del XX secolo. Nel 1948, quando Mandela aveva 30 anni, in Sudafrica venne instaurato il regime di apartheid, in seguito alla vittoria del National Party. Il partito nazionalista – caratterizzato da una piattaforma politico-ideologica intrisa di razzismo e da una distorta concezione storico-religiosa – promulgò una miriade di leggi che legalizzavano il principio di separazione razziale.

La popolazione sudafricana – attraverso il Population Registration Act (1950) – venne classificata in base al colore della pelle e, in funzione di questo, i diritti e le libertà di una persona cambiavano radicalmente. Le città – tramite il Group Areas Act – furono suddivise in una serie di zone a seconda dell’appartenenza razziale: i neri furono ghettizzati nelle aree della periferia (township), dove i servizi primari (elettricità, acqua potabile) erano in pratica inesistenti. Venne così instaurato un regime autoritario, fondato su un sistema razzista de jure e de facto, che sfruttava il basso costo della manodopera di colore.

Nelson Mandela (come centinaia di altri sudafricani bianchi, neri, coloured) decise di lottare contro l’oppressione, entrando nelle fila dell’African National Congress (ANC). Una delle prime azioni a cui prese parte fu la Defiance Campaign, la campagna di sfida contro le leggi ingiuste, organizzata dall’ANC e dal South African Indian Congress nel 1952. I suoi metodi di resistenza contro il governo del National Party si ispiravano, almeno inizialmente, ai principi di non violenza ghandiani. È infatti con questo spirito che appoggiò l’idea di vari movimenti anti-apartheid di promulgare la Freedom Charter (1955), documento nel quale si auspicava la creazione di un Sudafrica libero, democratico e multirazziale.

Scioperi, boicottaggi, proteste pubbliche non attenuarono l’oppressione, che anzi, venne rafforzata, attraverso il sistema sia giudiziario, sia poliziesco. Mandela decise quindi di adottare una strategia di lotta alternativa, mirata a colpire obiettivi che potevano destabilizzare “il sistema”. Diede così vita all’Umkhonto we Sizwe (la lancia della nazione), ala militare dell’ANC, che aveva come fine quello di colpire lo Stato nei punti strategici cercando di evitare il coinvolgimento dei civili. Nel 1962, Mandela (e altri esponenti dell’ANC) fu arrestato e, in seguito al processo di Rivonia, venne condannato al carcere a vita.

Durante il periodo di prigionia, Mandela si è sempre rifiutato di scendere a compromessi con il governo e sebbene fosse in carcere, la sua popolarità e il suo prestigio non diminuirono affatto, anzi, divenne il politico che più di altri poteva rappresentare il futuro Sudafrica libero. E così è stato. Dopo 27 anni di detenzione, molti dei quali trascorsi nell’isola-carcere di Robben Island, grazie anche alla sua lungimiranza e alla sua fermezza, alla fine degli anni ’80 iniziarono le trattative verso una modifica dello status quo sudafricano. Nel 1990 Madiba (come è familiarmente chiamato da molti sudafricani) venne liberato e dopo varie trattative con gli esponenti del National Party furono indette nell’aprile del 1994 le prime elezioni multirazziali e democratiche: con esse terminava ufficialmente il regime di apartheid. Un anno prima, Mandela era stato insignito del premio Nobel per la Pace: riconoscimento internazionale che voleva sottolineare il suo impegno a favore di una svolta politica in un Sudafrica tormentato da decenni da oppressione e razzismo. Ma anche dopo aver ottenuto la libertà per il suo popolo, Mandela ha continuato a impegnarsi affinché i diritti di tutti fossero rispettati. Promosse così la riconciliazione nazionale, attraverso l’istituzione della Truth and Reconciliation Commission. Si è poi impegnato attivamente per porre fine al drammatico conflitto che ha coinvolto la Repubblica Democratica del Congo alla fine degli anni ‘90. La sua ultima battaglia è quella contro un nemico invisibile, che miete milioni di vittime soprattutto nel continente africano: l’Aids, che Mandela ritiene non più solo una malattia, ma un problema che riguarda i diritti umani.

Silvia C. Turrin

Joyful Birthday Madida!

***

L’Africa è un continente immenso, variegato, abitato da tanti popoli che hanno forgiato diverse culture. Eppure, da nord a sud, troviamo alcuni elementi che accomunano questo grande mosaico etnico e tra questi elementi figura certamente la tradizione orale. Le vicende di un villaggio, antiche epopee, leggende, proverbi che racchiudono la sapienza degli anziani sono raccontati oggi, come in passato, dai cantastorie.

Questi personaggi sono depositari delle tradizioni e delle conoscenze del villaggio e della regione dove risiedono. Definiti anche “biblioteche viventi” i cantastorie creano un ponte tra le nuove e le vecchie generazioni, tra il passato e il presente di un popolo. Incarnano la cultura orale che appunto accomuna il nord e il sud del continente africano: in Africa occidentale vengono chiamati griot, in Camerun mwet e in Sudafrica imbongi.

Il cantastorie contemporaneo ha la funzione importante di mantenere in vita di generazione in generazione racconti che appartengono alla comunità, al fine di non perdere una patrimonio orale immenso e prezioso. All’interno di questa ricchezza orale figurano le fiabe, colorate allegorie che insegnano ai più piccini – ma anche ai grandi – quella saggezza che va oltre i confini del tempo e delle culture. Racchiude proprio questa sapienza imperitura il volume Le mie fiabe africane selezionate accuratamente dal padre del Sudafrica democratico e libero, Nelson Mandela.

Madiba, come viene affettuosamente chiamato dai suoi connazionali, ha dedicato la sua intera esistenza alla lotta contro il razzismo e l’apartheid imperante in Sudafrica dal 1948 al 1994. Premio Nobel per la pace, Mandela incarna la perfetta sintesi tra modernità e tradizione: con le sue scelte politiche ha avuto uno sguardo lungimirante e al contempo ha saputo conservare le tradizioni tipiche della sua terra natia e dell’intero continente africano.

Questa salvaguardia delle tradizioni è racchiusa anche in questo libro (edito dalla Feltrinelli, uscito nel 2012 nella collana Universale Economica), in cui Mandela ha selezionato le fiabe africane più espressive, toccanti, formative, adatte per tutti i bambini a prescindere dalle radici culturali di origine. Giocando su personaggi allegorici, e quindi sui simboli che sono forme archetipiche, queste fiabe raggiungono la fantasia del lettore, trasportandolo in un mondo apparentemente lontano, ma che invece è molto vicino proprio grazie alle metafore in esse contenute.

Figure come la lepre, il leone, il serpente racchiudono profondi simbolismi comprensibili da ogni bambino, ad ogni latitudine del globo. I vari racconti mettono anche in luce la ricchezza culturale del continente africano, preservata attraverso il ruolo dei cantastorie. Come scrive Mandela nella Prefazione: «Il mio desiderio è che in Africa la voce del cantastorie possa non morire mai, e che tutti i bambini africani abbiano la possibilità di sperimentare la magia dei libri senza smarrire mai la capacità di arricchire la loro dimora terrena con la magia delle storie».

Le fiabe scelte da Mandela provengono da tanti Paesi dell’Africa: Tanzania, Zimbabwe, Botswana, Marocco, Nigeria, Lesotho, Kenia e naturalmente Sudafrica. Questi racconti divertono piccoli e grandi, alimentano l’immaginazione, e ai lettori fanno conoscere tradizioni, elementi materiali e paesaggistici dell’Africa. Le mie fiabe africane è un testo che non solo dovrebbe essere letto da tutti i genitori ai propri figli, ma che dovrebbe anche essere inserito in ambito scolastico, a cominciare dalle scuole materne, per aprire le menti dei più piccoli a mondo davvero libero, pieno di culture, di voci e di colori.

Silvia C. Turrin

Nelson Mandela
Le mie fiabe africane
Feltrinelli (collana Universale economica)
Pagg.172

La regione sudafricana del Cederberg è un’area montana ancora incontaminata, caratterizzata da paesaggi unici. Questa
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