Tag Archive Eventi

Mimosalia 2015 – attraverso i 4 Elementi

Ormai è una tradizione giunta alla sua XIX edizione. Dal 1996, nella Ville fleurie di Bormes les Mimosas, durante l’ultimo week-end di gennaio si svolge Mimosalia, manifestazione dedicata agli appassionati di fiori, erbe aromatiche, piante più o meno conosciute e varietà provenienti da altri continenti, come l’Africa. La cittadina di Bormes les Mimosas la conosco da svariato tempo, ma solo in questo 2015 l’ho visitata in occasione di Mimosalia.

Mimosalia 2015 - foto di Silvia C. Turrin©

Mimosalia 2015 – foto di Silvia C. Turrin©

La giornata di Domenica 25 gennaio è stata splendida dal punto di vista climatico, con sole, cielo terso e temperatura mite. Sembrava già primavera! e non solo a livello meteo, ma anche osservando la Natura che già mostra il suo lento, progressivo risveglio. Una Natura ricca, caratterizzata da una straordinaria biodiversità per effetto di un microclima privilegiato. Una Natura che colora le vie del villaggio di un manto policromatico. Gli alberi di mimosa regalano nei mesi invernali la loro vivace energia attraverso un tripudio di fiori dorati. Nelle aiuole si scorgono I non ti scordar di me, splendide margherite, e addirittura la protea, fiore simbolo del Sudafrica! Splendide Bougainvillea – pianta originaria delle zone tropicali – adornano muri delle case, passaggi e incantevoli pergolati. Non mancano piante grasse, cactus e poi agrumi succosi.

Protea - Mimosalia 2015 ---- foto di Silvia C. Turrin©

Protea – Mimosalia 2015 —- foto di Silvia C. Turrin©

L’articolo continua sul Blog Provenza da Scoprire

Respirare profumi di spezie orientali, immergersi nei meandri di intricate medine, ammirare i variopinti colori
Il Giappone è un paese dove gli opposti convivono in modo armonioso. Accanto all’indiscutibile modernità,
Allontanarsi dai ritmi frenetici delle metropoli grigie, inquinate, convulse e immergersi in un paesaggio meraviglioso,
Terra di contrasti assoluti, dominata da paesaggi selvaggi, dove l’acqua e il fuoco si scontrano
Maurizia Giusti, in arte Syusy Blady, è una donna poliedrica. Tutti la ricordiamo grazie a

Tags, , ,

Christian Scott, una bella rivelazione al Festival jazz dei Cinque Continenti di Marsiglia

Tante le aspettative verso questa serata del 23 luglio al Palais Longchamp tutta dedicata al volto nuovo del jazz afroamericano. In particolare, il pubblico del Festival dei Cinque Continenti di Marsiglia attendeva con trepidazione Gregory Porter, l’artista jazz-soul dell’anno, che è riuscito ad allargare il numero dei suoi estimatori grazie all’album Liquid Spirit (Blue Note, 2013). Non c’è dubbio che la sua voce sia straordinaria: calda, profonda, baritonale, che si dilata con estrema facilità lungo la scala pentatonica. Anche in questo concerto Gregory Porter ha confermato la capacità di plasmare le note, i vocalizzi come solo i grandi del gospel, del soul e del jazz sanno fare. Eppure, al di là di questa facile ed eccezionale duttilità vocale è mancato qualcosa o, meglio, chi scrive ha percepito qualcosa di troppo.


“Un di più” derivato dall’interazione oltre misura studiata fra Porter e il suo gruppo. Accompagnato da Chip Crawford al piano, Aaron James al contrabbasso, Emanuel Harrold alla batteria e Yosuke Sato al sax, il nostro vocalist ha dato l’impressione di aver lasciato ampio spazio a eccessivi tecnicismi e alla puntigliosità di arrangiamenti già pianificati; si è percepito uno “sforzo” nello sviluppare un pathos di gruppo che stentava a imporsi. Troppi anche gli assoli acuti del sassofonista, che soffocavano letteralmente il resto della band. Nessun musicista si è imposto per particolari virtuosismi jazz e Porter si è di fatto limitato a reinterpretare pari pari molte delle tracce incluse in Liquid Spirit, dall’omonimo brano a “Musical Genocide”, da “Hey Laura” a “Free”. Tra le poche divagazioni e improvvisazioni regalate da Porter a un pubblico per la maggior parte distratto (ad eccezione dei pochi fortunati seduti sul manto erboso difronte al palco) citiamo la sua incursione nel classico “Hit the Road Jack”, portato al successo dal compianto Ray Charles.

Decisamente molto più jazz, anzi, free, post-bop e contemporary jazz, è stata la prima parte della serata affidata a una band affiatata, il cui leader è il giovane trombettista Christian Scott (classe 1983). Formato da Braxton Cook al sax, Lawrence Fields al piano, Kristopher Funn al basso, Corey Fonville alla batteria e la talentuosa diciannovenne Elena Pinderhughes al flauto, il gruppo ha sviscerato con passione suoni eleganti, sofisticati, a tratti pieni d’energia e di arrangiamenti improvvisati. Dal palco promanavano belle vibrazioni, dall’interplay vivace, libero e al contempo rispettoso dei canoni del jazz. Una bella rivelazione, quella di Christian Scott, almeno per Marsiglia e la Francia. Ma questo giovane trombettista – che si ispira ai lavori di Miles Davis, Coltrane, Mingus e al contempo Bob Dylan e Hendrix – ha già infuso energia, non solo musicale, al movimento Occupy Wall Street, ha collaborato tra gli altri con Mos Def e Jill Scott e attraverso le sue composizioni parla di questioni socio-politiche pressanti negli States (come il sistema carcerario e le conseguenze, che si fanno ancora sentire, dell’uragano Katrina). Tutto un altro spessore musicale rispetto al più rassicurante e prevedibile Gregory Porter.

Silvia C. Turrin

  “Viaggi nella Musica” Un volume dedicato alla Musica e alla Musicoterapia, con approfondimenti inerenti
Si sono spese tante parole – forse anche ripetitive e talvolta troppo stonate – dopo
Gianfranco Rosi è stato insignito dell'Orso d'oro alla Berlinale con un docufilm impegnato e purtroppo
È trascorso un decennio dalla prima intervista con il musicista statunitense Jeff Oster e da
Addio Mr Bowie - photo telerama.fr Un personaggio istrionico come David

Tags, , ,

L’arte dell’Africa nera a Sassari

Dal 30 gennaio al 28 febbraio 2014, presso il palazzo della Frumentaria di Sassari si può visitare la mostra Nka. L’arte dell’Africa nera, con maschere, sculture e altri oggetti provenienti da Ghana, Burkina Faso,Tanzania e da altri paesi africani.

Ormai in Italia è sempre più raro vedere un’esposizione, ben curata, in cui protagonista è l’arte africana. La crisi economica unita a una crisi culturale non permette di dare spazio alla creatività e alle tradizioni del continente africano. Questo 2014 è però iniziato positivamente. La Sardegna, isola di migranti e di popoli diversificati, nel suo capoluogo ospita una mostra interessante dal titolo “Nka. L’arte dell’Africa nera“. Aperta sino a venerdì 28 febbraio 2014 presso il palazzo della Frumentaria, l’esposizione propone al pubblico oggetti della collezione del Museo Africano di Verona, a cui si aggiungono maschere delle collezioni private Budroni di Cagliari e Rubino di Sassari. Organizzata dall’Associazione Culturale Tabularasa, in collaborazione con il Comitato di via Università e con il contributo e patrocinio del Comune di Sassari, la mostra è una bella opportunità di ammirare pezzi artistici singolari, un centinaio in tutto, provenienti da varie zone dell’Africa.

Uno spazio è dedicato al Mali, in particolare all’etnia Dogon, di cui sono espressioni le maschere impiegate per scandire cerimonie animiste e importanti riti di passaggio. Si osservano poi preziose sculture originarie del Ghana e del Burkina Faso, nonché maschere della Tanzania.

La mostra è un susseguirsi di colori forti, intrisi di una potente energia cromatica, come il rosso, simbolo della fecondità e della vita, poi il bianco ed il nero, evocatori rispettivamente della vita eterna e dell’oscurità.

Colleen Madamombe scultrice dello Zimbabwe

Oltre a oggetti utilizzati durante cerimonie le cui radici affondano in un lontano passato, l’allestimento include elementi contemporanei, come un quadro del togolese Joseph Amedokpo e una scultura di Colleen Madamombe, artista della Repubblica dello Zimbabwe, deceduta nel 2009 a soli 45 anni. Colleen Madamombe è diventata popolare grazie alle sue opere sulla cultura Shona e sul lavoro delle donne, queste rappresentate mentre trasportano l’acqua, mentre coltivano i campi e curano i propri figli. Molto apprezzata anche nel Regno Unito e degli Stati Uniti, Colleen ha ottenuto per tre volte il premio come miglior artista donna dello Zimbabwe.

Per i neofiti, i curatori della mostra hanno voluto inserire nel percorso pannelli informativi sugli oggetti esposti, con relativi riferimenti alle etnie africane (Dogon, Ashanti, Yoruba, Kuba) cui sono collegati. Si potrà così scoprire il significato della parola Nka inclusa nel titolo della mostra. Un termine molto evocativo – usato in particolare nell’area sudorientale della Nigeria, nel Golfo di Guinea, dall’etnia Igbo – indicante l’espressione creatrice dell’essere umano e più in generale il concetto di “arte e creatività”. Una creatività che traspone in una dimensione materiale il senso spirituale e animista di tanti popoli africani.

Silvia C. Turrin

L’Articolo è on line anche sul sito SMA  Afriche

 

Tante le aspettative verso questa serata del 23 luglio al Palais Longchamp tutta dedicata al
Dal 30 gennaio al 28 febbraio 2014, presso il palazzo della Frumentaria di Sassari si
Ricevo questa notizia e la pubblico con grande coinvolgimento. Purtroppo non sono in Italia ma
È una delle poche rassegne italiane che resiste alle mode, all’indifferenza di molti, alle critiche
Sabato 27 luglio si sono tenuti gli ultimi live della 14ª edizione del Festival Jazz

Tags, , ,

CONGO WEEK – “BREAKING THE SILENCE – ROMPIAMO IL SILENZIO”

Ricevo questa notizia e la pubblico con grande coinvolgimento. Purtroppo non sono in Italia ma vi parteciperò con il cuore! scriverò certamente un articolo sulla situazione in Congo sentendo le fonti locali e chi conosce bene la realtà della RDC.

 

CONGO WEEK

“BREAKING THE SILENCE – ROMPIAMO IL SILENZIO”

REGGIO EMILIA E IN TUTTO IL MONDO

DAL 19 AL 26 OTTOBRE 2013

 

CONGO WEEK A REGGIO EMILIA

Con la presente sono ad invitarla al Congo Week (19 ottobre – 26 ottobre 2013), una settimana dedicata alla RD Congo. Questa iniziativa è promossa ed organizzata da 2007 da Friends of The Congo, un’organizzazione di congolesi ed americani, per sensibilizzare l’opinione pubblica sul dramma che vive il popolo congolese, un dramma molto lontano da noi ma che ci riguarda molto da vicino.

Dal 1996 è in atto nella RD Congo una guerra economica per il controllo delle tante risorse minerarie di cui è pieno questo paese. Secondo stime ONU, dal 1993 al 2003, avrebbero perso la vita circa 5 milioni di persone. Oggi, nel 2013, le stime parlano di circa 8 milioni di vittime e milioni di casi di violenze su donne, usate come arma di guerra. Tutto nella quasi indifferenza della cosiddetta comunità internazionale e dei media.

Un silenzio che uccide, un silenzio giustificabile solo dagli interessi economici delle multinazionali, dei soliti paesi industriali in cerca di energia e materie prima. Oggi, un minerale che rende molto vicino a noi questo silenzio si chiama coltan, la cui produzione e riserve mondiali sono all’80% nell’est della RD Congo.

Dal coltan si estrae il tantalio, metallo preziosissimo per la realizzazione di micro condensatori, necessari per le batterie e microchip per i telefonini, portatili, airbag, gps, tv, computer, playstation, ecc. Un metallo indispensabile a tutta l’elettronica di nuova generazione per la sua efficienza nella gestione della corrente elettrica, un metallo che rende quindi questo conflitto vicini a noi perché abbiamo tutti un pezzo di Congo nelle nostre tasche.

Il Congo week si svolgerà dal 19 al 26 ottobre a Reggio Emilia, con il patrocinio del Comune di Reggio Emilia e della Provincia di Reggio Emilia ed in collaborazione con l’Officina Educativa (Comune di Reggio Emilia), il Centro Missionario Diocesano, la Scuola di Pace di Reggio Emilia, il Centro d’Incontri Reggio Est, la Dynamique de la Diaspora Congolaise en Emilia-Romagna ed altre realtà, con una serie di appuntamenti (vedi allegato o il link http://www.peacewalkingman.org/docs/allegati/kongoweek/eventi.pdf) che hanno lo scopo di spiegare meglio una guerra che continua ad uccidere in silenzio, tragedia di cui abbiamo una corresponsabilità in quanto consumatori di tecnologia.

Sapere è molto importante, perché solo così riusciamo a renderci conto delle sofferenze degli altri. Sofferenze causate dalla nostra società consumistica ed egoista.

Solo sapendo possiamo cambiare le cose.

John Mpaliza

 

Il 2018 è un anno importante non soltanto per il Sudafrica. Il 18 luglio si
Il periodo successivo alla Seconda guerra mondiale fu per gli Stati Uniti caratterizzato da rivendicazioni
Immagine emblematica esposta all'interno del museo dell'apartheid - Photo Silvia C.
Domani 19 ottobre uscirà il seguito dell’Autobiografia di Nelson Mandela. Dopo Long Walk to Freedom
Se questo è un uomo Voi che vivete sicuri Nelle vostre tiepide case, voi che trovate

Tags, , ,

Ottobre Africano

È una delle poche rassegne italiane che resiste alle mode, all’indifferenza di molti, alle critiche di tanti e alla carenza di fondi. Giunto all’XI edizione, il Festival Ottobre Africano propone incontri e concerti in varie città italiane dedicati all’Africa, partendo dalle voci migranti giunte nel Vecchio Continente

Tutto è partito dalla città di Parma circa un decennio fa, quando l’Associazione di promozione sociale “Le Réseau”, impegnata a creare un ponte comunicativo tra africani e italiani ha deciso di trasformare il mese di ottobre in un periodo dedicato a un continente spesso bistratto e deformato da un punto di vista culturale. Il progetto, poi estesosi in altre città (Roma, Reggio Emilia e Milano), dà voce ai migranti provenienti da vari angoli dell’Africa. Quest’anno, grazie al patrocinio di vari Enti e istituzioni pubbliche, oltre che di Fondazioni e Associazioni, la manifestazione si è ingrandita, riuscendo a diversificare e ad accrescere le proposte culturali. Il programma è infatti molto ricco, con eventi che vanno dal 6 al 27 Ottobre 2013, dedicati al cinema, alla danza, alla musica e alla letteratura.

Importante la presenza di Cecile Kashetu Kyenge, Ministro dell’Integrazione che venerdì 11 ottobre, alle ore 19 presso il Teatro comunale di Felino (Parma) parteciperà alla conferenza “Educare contro il razzismo”. Tema ancora purtroppo attuale, in un’Italia in cui si ritrovano gruppi estranei al multiculturalismo e all’apertura delle frontiere, che hanno dato prova di un’incommensurabile ottusità criticando lo stesso Ministro Kyenge con parole razziste assurde, vergognose e arroganti. Fondamentale quindi il tema della formazione dei più piccoli verso una prospettiva esistenziale aperta, non offuscata da falsi e infondati pregiudizi.

A livello letterario, diversi gli scrittori meritevoli di segnalazione, tra cui Alain Mabanckou. Nato nel 1966 nella cittadina portuale di Pointe-Noire (Repubblica del Congo), questo poeta e romanziere vincitore di vari prestigiosi riconoscimenti – dal premio Renaudot al Gran Premio dell’Académie française – ha oltrepassato diverse frontiere, non solo geografiche, ma anche accademiche. Dalla specializzazione in diritto passa alla sua vera passione, la letteratura, scrivendo romanzi e poesie di successo. Opere che incontrano il favore di pubblico e critica, tanto da venire tradotte in varie lingue, tra cui l’ebraico e il coreano. In Italia fra gli altri, sono usciti Black bazar (66th and 2nd Editore), amaro, ironico e autobiografico ritratto del melting pot di africani in Francia, e Domani avrò vent’anni (66th and 2nd Editore), con protagonista il piccolo Michel, un bambino che negli anni Settanta vive a Pointe-Noire, tra sogni, speranze in uno sfondo socio-politico irrequieto. In occasione del Festival Ottobre Africano, Alain Mabanckou presenterà il suo libro Zitto e muori, domenica 6 Ottobre alle ore 18 presso il Tempory Palazzo – Palazzo Della Rosa Prati (Parma).

Altro scrittore di rilievo internazionale è il beninese Florent Couao-Zotti, classe 1964. Oltre che giornalista e novellista, Couao-Zotti, nato a Pobé, poi trasferitosi in Francia, è anche drammaturgo e sceneggiatore. Con la pièce Ce soleil où j’ai toujours soif (L’Harmattan, 1995) ha iniziato il suo percorso nel mondo del teatro ottenendo rilevanti encomi. L’unico suo libro tradotto in italiano è Si la cour du mouton est sale, ce n’est pas au cochon de le dire (Le Serpent à plumes editore , che ha ottenuto il Premio Ahmadou-Kourouma 2010), uscito col titolo Non sta al porco dire che l’ovile è sporco (66th and 2nd), un noir-pulp ambientato in una Cotonou carica di oscuri intrecci.

Tra le protagoniste femminili del Festival, non si può non citare Odile Sankara, il cui cognome rivela davvero la parentela con il grande rivoluzionario che ha reso indipendente l’ex Alto Volta, l’attuale Burkina Faso. Con una personalità differente rispetto al famoso e compianto fratello, Odile, riservata e a tratti introspettiva, porta avanti la sua rivoluzione di donna africana attraverso il teatro. Ben nota è la sua interpretazione di Medea, una tragedia classica riletta da un punto di vista africano, ambientata in un campo di rifugiati. Odile Sankara parlerà di “arte come mezzo di cambiamento sociale” lunedì 21 ottobre, ore 17, alla Casa delle Letterature (Roma); con lei ci saranno anche Fiorella Mannoia, madrina del Festival, e Gabin Dabiré, noto musicista burkinabè, da anni in Italia.

Tanti incontri, quindi, che hanno come fulcro l’Africa, terra variegata i cui figli, in patria o all’estero, rivelano una fervida e multiforme creatività

Silvia C. Turrin

Per conoscere il programma completo del Festival Ottobre Africano clicca qui

Tante le aspettative verso questa serata del 23 luglio al Palais Longchamp tutta dedicata al
Dal 30 gennaio al 28 febbraio 2014, presso il palazzo della Frumentaria di Sassari si
Ricevo questa notizia e la pubblico con grande coinvolgimento. Purtroppo non sono in Italia ma
È una delle poche rassegne italiane che resiste alle mode, all’indifferenza di molti, alle critiche
Sabato 27 luglio si sono tenuti gli ultimi live della 14ª edizione del Festival Jazz

Tags, , ,

Me’shell Ndegeocello e George Benson, tra intimismo e prevedibilità

Sabato 27 luglio si sono tenuti gli ultimi live della 14ª edizione del Festival Jazz dei Cinque Continenti di Marsiglia. All’esterno del Palazzo Longchamp, sede tradizionale della rassegna, aspettava che aprisse ufficialmente l’entrata del parco una gran fila di persone, a testimoniare il sold out della serata. Tante le attese per i concerti di due artisti statunitensi molto diversi tra loro, per stilemi musicali e personalità.

Me’shell Ndegeocello

La prima parte è stata aperta da Me’shell Ndegeocello. Chi attendeva sonorità fusion, Contemporary R&B tipiche degli album Peace beyond passion e Bitter è rimasto deluso. Si è presentata sul palco con un camicione largo, bianco, con disegni a quadratini e attorno al collo una sciarpa grigia: l’unico colore vivace lo emettevano i suoi occhiali da vista rosso vermiglio. Sebbene abbia estrapolato qualche vecchia traccia, i ritmi e le sonorità di brani alla “The way” non li ha regalati a un pubblico profondamente diversificato: pochi i suoi estimatori, tanti i distratti, troppi quelli che aspettavano la seconda parte della serata.

In ogni caso, Me’shell, molto intimista e introspettiva, ha sviscerato la sua abilità di bassista e songwriter dalla voce profonda, riflessiva, proponendo canzoni dagli ultimi cd, Weather e il recente Pour Une Âme Souveraine, dedicato alla musica di Nina Simone. Numerosi comunque gli arrangiamenti ricercati, in bilico tra nu soul, jazz, e alternative R&B, molto urban, perfetti per un concerto in un club o in uno spazio appunto intimista come è apparsa lei, ma poco adatti per una serata in un parco che ospitava all’incirca tre-quattromila presenze. Forse questo Me’shell l’ha percepito. Ha suonato il basso egregiamente, ha cantato senza ricercare spettacolarizzazione, ha ricordato la sensibilità e la grandezza di Nina Simone, infine ha ringraziato gli astanti per il tempo che hanno speso nell’ascoltarla. Un’artista sui generis Me’shell Ndegeocello, a modo suo “radicale”, lontana da certi modelli dello star business.

George Benson

Di altra natura è stata l’esibizione di George Benson, istrionico chitarrista, ancora sorprendentemente apprezzato da un pubblico trasversale, giovane e non.

Dopo aver già avuto modo di assistere a suoi concerti in passato, il live marsigliese è stato – per chi scrive – decisamente prevedibile. Dei suoi ultimi cd, ha cantato soltanto una traccia, e soprattutto ha attinto da classici stra-conosciuti: “On Broadway” e soprattutto “Give me the night”. Quest’ultimo brano – come accade ad ogni suo concerto – ha “svegliato” la platea portando donne e uomini di ogni età a danzare. Tra brani melliflui come “In your eyes”, “Moody’s Mood”, “Nothing’s gonna change my love for you”, “Love X Love” è riuscito a infilare nella scaletta tracce che non sempre propone, tra cui “Beyond the sea” e “Kissing in the moolight”. Del suo ultimo disco Inspiration: a tribute to Nat King Cole ha proposto “Unforgettable” con arrangiamenti classicheggianti che per nulla si discostano dall’originale. Sono mancate “Breezin”, “This Masquerade”, “It’s all in the game”, “Livin’ Inside Your Love”, e pure la sua versione del classico davisiano “So what”. Traccia tra le più insolite è stata “Mambo Inn” con cui ha messo in risalto ancora una volta i suoi virtuosismi di grande chitarrista. Virtuosismi che i suoi veri, storici estimatori vorrebbero fossero maggiormente protagonisti dei suoi live, mettendo in secondo piano gli hit di successo.

George Benson ha un’incredibile capacità nel giocare con le corde della chitarra, come testimoniano i primi dischi degli anni ’60 e ’70. It’s Uptown, The Other Side of Abbey Road, Shape of Things to Come, Beyond the Blue Horizon sono solo alcuni degli album da lui firmati di maggior spessore musicale, in cui ritroviamo arrangiamenti e ritmiche jazz, soul, fusion. Tra i suoi più recenti lavori che meritano un ascolto sono That’s right e Absolute Benson dai quali, purtroppo, non esegue mai, se non raramente, alcun pezzo. I suoi ammiratori, dopo Marsiglia e altri recenti live europei, aspettano ancora con impazienza concerti in cui i successi pop vengano sostituiti da lavori jazz di grande rilievo. George Benson ne è ancora capace, deve solo andare oltre il business e soprattutto le aspettative del grande pubblico, per portare nuovamente al centro dell’attenzione quei ritmi jazz con cui ha iniziato la sua brillante carriera.

Silvia C. Turrin

Aix-en-Provence si conferma una città dinamica, creativa e votata all’arte, come ho sperimentato sabato 3
E’ uscito il nuovo numero della rivista Missioni Consolata (gennaio-febbraio 2016) con tanti articoli tra cui
Sono in procinto di ultimare la mia Guida turistica dedicata alla Provenza, aggiungendo alcuni dettagli e box
C’è una zona all’interno della Provenza dove la natura trionfa. I grandi agglomerati urbani, il
Il territorio così diversificato, la qualità dei suoi paesaggi e il suo patrimonio architettonico fanno

Tags, , ,

Festival Jazz a Juan 2013 – da Larry Graham a Marcus Miller un tripudio di jazz-funk

Il penultimo incontro del Festival Jazz di Juan les Pins – storica rassegna giunta alla sua 53ª edizione – si è sviscerata all’insegna dei ritmi Black, regalando al pubblico una totale immersione nelle variegate onde musicali scandite da jazz-funk, crossover, fusion e contemporary jazz. Filo conduttore di questo speciale evento non solo è stata la buona musica, ma anche il suono del basso. Protagonisti sono stati infatti noti musicisti, virtuosi bassisti.

Larry Graham tra il pubblico del Festival Jazz a Juan Les Pins – 20-07-2013

La serata di sabato 20 luglio è stata inaugurata dal “giovane” arzillo Larry Graham, classe 1946, musicista, cantante, produttore discografico nato a Beaumont (Texas), conosciuto in particolare per essere stato uno dei componenti della famosa funk band Sly & the Family Stone. Il suo live, sin dai primi minuti, si è sviscerato come un concerto-spettacolo, aperto dalla vivace vocalist Ashling “Biscuit” Cole che invitava il pubblico ad accogliere calorosamente con una standing-ovation “il grande Larry Graham”. Mentre gli astanti lo attendevano guardando in direzione del palco, a sorpresa, l’istrionico band leader si è materializzato alla sinistra del parterre, vestito di bianco, incluso un bel chapeau con una piuma davvero singolare, con il suo inseparabile basso: ha attraversato la platea meravigliando piacevolmente gli spettatori, per poi incantarli con il suo carisma. A dispetto dei suoi 67 anni (che compirà il prossimo 14 agosto), Larry Graham ha dimostrato ancora di essere un front-man pieno d’entusiasmo e vitalità, che sa unire la dimensione musicale tout court all’aspetto coreografico.

Larry Graham e la sua band

Accompagnato da ottimi musicisti – Wilton “Fab” Rabb (chitarra/voce), Jimi “Joy” McKinney (tastiere), Dave “City” Council (tastiere, organo), Brian “Rio” Braziel (percussioni) – Larry Graham ha travolto piacevolmente il pubblico in un’ondata di soul-funk, proponendo vari brani tratti dal suo cd più recente Raise Up. Un titolo che appare emblematico, forte, leggibile a più livelli: “sollevatevi” al ritmo della musica funk, può voler significare; o, “sollevatevi” e difendete i vostri diritti; o ancora, “sollevatevi”, “destatevi” dalla monotonia per vivere intensamente ogni attimo. E una vita intensa l’ha vissuta e la sta vivendo quotidianamente Larry Graham, lui che ha fatto la storia della musica afroamericana prima con Sly & The Family Stone, poi con la Graham Central Station; lui che ha inventato la tecnica dello slapping. Tra i momenti estremamente divertenti e coinvolgenti del suo live vi è di certo quello targato “back in time”: con un’immaginaria macchina del tempo lui e il suo gruppo hanno riportato le lancette della storia indietro, catapultando il pubblico nel 1969. Un flashback scandito dall’esibizione di Sly & The Family Stone al festival di Woodstock. Di quel memorabile evento Larry Graham ha riproposto il classico “Dance to the Music”.

Il pubblico coinvolto sul palco durante il live di Larry Graham

Poi con “Thank you for letting me Be myself” ha trasportato la platea in un movimento circolare e vivace ai ritmi del funk. Altrettanto divertente è stata la presentazione di un classicone della musica soul, “I Can’t Stand the Rain”, scritta originariamente da Ann Peebles e reinterpretata con grande energia da Ashling “Biscuit” Cole. Il ritmo non si è mai interrotto per tutto il live, sino alla fine. Con “I Want To Take You Higher” Marcus Miller si è aggiunto alla band, per suonare più o meno in incognito le tastiere. Larry Graham con il suo gruppo ha salutato il pubblico andandosene dalla stessa direzione da cui era giunto: è sceso dal palco con il suo basso dal colore che non passa inosservato (giallo), seguito da musici e vocalist scandendo l’effervescenza vulcanica del buon vecchio funk.

Marcus Miller – 20-07-2013

Dopo un breve intervallo, l’atmosfera musicale è cambiata con il concerto di Marcus Miller, anch’egli noto e apprezzato bassista, nato a Brooklyn il 14 giugno 1959. La dimensione coreografica creata da Larry Graham ha lasciato il posto a un clima sospeso tra jazz, fusion, rock-funk in cui è emersa una grande professionalità di Miller e dei giovani musicisti che lo hanno accompagnato. Il live è stato aperto da brani tratti dal suo disco più recente Renaissance: prima suonando “Detroit”, poi “Redemption”, poi ancora “Jekyll & Hyde”. Momento particolarmente toccante è stata la sua presentazione – in un ottimo francese – del pezzo “Gorée (Go-ray)”: in questo frangente Marcus Miller ha voluto ricordare la visita sull’isola senegalese, distante circa tre km dalla capitale Dakar, divenuta tristemente nota in passato come centro di smistamento e commercio degli schiavi. Proclamata Patrimonio dell’Umanità dell’UNESCO nel 1978, Gorée è un luogo simbolo della storia.

Marcus Miller coi suoi musicisti – come ha raccontato a Juan Les Pins – ha visitato la “Maison des Esclaves”, la casa degli schiavi, da cui sono passati milioni di africani, allontanati per sempre dalla loro Madre terra: è qui, in questo luogo, che finivano i loro diritti di esseri umani, calpestati dall’avidità, dall’ignoranza e dalla crudeltà di altri esseri umani. Passando per la “porta del non ritorno”, la loro libertà venne totalmente negata, annullata. Il viaggio a Gorée lo ha talmente emozionato che Marcus Miller ha deciso di scrivere un brano intitolato proprio a quest’isola. Solo da questa traccia Miller dimostra di essere davvero un musicista di alto spessore, la cui grandezza non inizia e termina con un’indiscussa professionalità, ma va oltre, raggiungendo la sensibilità della sua anima.

trascinante duetto tra Marcus Miller e Larry Graham

Una sensibilità scandita dalle sue parole, con cui ha evidenziato che una tragedia può trasmutarsi, creando nel tempo effetti positivi. I discendenti di quegli schiavi hanno in effetti attinto dalle loro radici africane per dar vita a tante espressioni artistiche di incredibile valore. Trascinante è stato il duetto con il “maestro” del basso, Mr Larry Graham, con cui ha suonato, divertendosi, il classico dei Beatles “Come Together” (scritta da John Lennon per Timothy Leary). Oltre a Renaissance Miller ha attinto ad altri suoi cd: dal disco Free ha riproposto “Blast” per concludere con una straordinaria versione di “Your Amazing Grace” (inclusa nel disco M2).

Marcus Miller, Larry Graham, e i giovanissimi Sean Jones (tromba), Alex Han (sax)

Con questo 11° live in quel di Juan Les Pins (il primo lo tenne nel 1996), Marcus Miller ha confermato di essersi scrollato di dosso “il peso” delle sue collaborazioni passate (in primis, coi compianti Miles Davis, Grover Washington Jr e Luther Vandross) e di aver creato un suo stile personale, sganciato da qualsiasi modello. Ha inoltre dato la possibilità a giovani musicisti – Sean Jones (tromba), Alex Han (sax), Adam Agati (chitarra), Brett Williams (tastiere) e Louis Cato (batteria) – di suonare con lui, per sprigionare una nuova energia artistica.

Il fermento musicale sia per Larry Graham sia per Marcus Miller è una costante, così come la loro linfa creativa che genera sempre eccellenti composizioni.

Silvia C. Turrin

Credits photos: Gilles Lefrancq©

Aix-en-Provence si conferma una città dinamica, creativa e votata all’arte, come ho sperimentato sabato 3
E’ uscito il nuovo numero della rivista Missioni Consolata (gennaio-febbraio 2016) con tanti articoli tra cui
Sono in procinto di ultimare la mia Guida turistica dedicata alla Provenza, aggiungendo alcuni dettagli e box
C’è una zona all’interno della Provenza dove la natura trionfa. I grandi agglomerati urbani, il
Il territorio così diversificato, la qualità dei suoi paesaggi e il suo patrimonio architettonico fanno

Tags, , ,

Arles si tinge delle note colorate dei suoni d’Africa

Giunto alla 18ª edizione, il Festival Les Sud à Arles ha riconfermato la sua vocazione polifonica nella scelta delle espressioni musicali, dando ampio spazio all’Africa. Una serata speciale è stata dedicata alla maliana Rokia Traoré e all’istrionico rapper congolese Baloji

La città di Arles, situata alle porte della Camargue, è da sempre centro di passaggio di tanti popoli e culture. Qui le tradizioni locali si mescolano e confondono con quelle spagnole e più in generale con elementi tipici delle genti che vivono sulle coste del Mediterraneo.

Questa inclinazione verso la fusione di culture si respira in modo particolare nel mese di luglio, in occasione dei tanti concerti organizzati in città. Arles si trasforma nella casa delle tante voci provenienti dal Sud del mondo e un posto privilegiato lo occupa sempre il continente africano. Chi vuole addentrarsi nei canti e nei ritmi della Madre Africa può scegliere tra stage di danza africana, proiezione di documentari musicali e live. Noi abbiamo privilegiato due concerti d’eccezione, tenutisi l’11 luglio nella splendida cornice del Teatro Antico, i cui protagonisti sono stati la maliana Rokia Traoré e il rapper congolese Baloji.

Questo giovane artista, che ha aperto la serata iniziata alle 21.30, nasconde dietro un’aria un po’ ironica (studiata) da dandy europeo un profondo legame con la sua terra natia e una grande consapevolezza dei problemi che affliggono l’Africa. Appena arrivato sul palco Baloji ha dimostrato di avere un’ottima padronanza della scena e soprattutto di saper utilizzare la sua musica per parlare di un continente che subisce ancora nuove forme di colonialismo. Tramite ritmi afrobeat, hip-hop, afrofunk e rap, con qualche incursione nella rumba, Baloji ha parlato della democrazia in Africa, delle elezioni che si stanno per tenere proprio in questi giorni nel tormentato Mali; ha parlato della Costa d’Avorio e delle ultime votazioni che hanno creato una doppia presidenza a causa di brogli, cui ha fatto seguito una serie di sanguinosi scontri; Baloji ha parlato di colonialismo e ha ricordato che la sua musica ha radici ben salde nella sua terra natia, il Congo, un Paese che ha lasciato piccolissimo, quando si è trasferito in Belgio col padre.

Cresciuto praticamente in Europa, Baloji (classe 1978), il cui nome tradotto in francese significa “sorcier”, ovvero stregone, non dimentica le sofferenze del continente africano e le ingiustizie che ancora i tanti popoli devono subire per effetto di ingerenze da parte di nazioni occidentali. Ad Arles, il cantautore e rapper congolese ha proposto molte delle tracce incluse nel suo più recente disco intitolato Kinshasa Succursale edito dalla nota etichetta Crammed e distribuito in Italia da Materiali Sonori. Fra i brani cantati non poteva mancare “Le Jour d’Après / Siku Ya Baabaye (Indépendance Cha-Cha)”, una denuncia in musica del tradimento di tutte le promesse fatte dopo l’indipendenza del Congo. Baloji ha ricordato che la sua terra natia nel 2010 ha festeggiato il 50° anniversario d’indipendenza, ma ancora tante ombre aleggiano su questa nazione ricchissima di materie prime e risorse minerarie preziose, per questo sempre in balia di saccheggiatori (stranieri e non).

Al di là della sua musica coinvolgente, che ha fatto ballare tutto il pubblico, Baloji sa come lanciare denunce più o meno velate e sa diffondere ovunque la voce arrabbiata, gioiosa e consapevole dell’Africa.

Altra atmosfera è stata creata nel Teatro Antico da Rokia Traoré, cantautrice che ha all’attivo dischi ben accolti anche dal pubblico e dalla critica europea. Se Baloji ha parlato di Africa utilizzando un idioma “dei colonizzatori”, ovvero il francese, Rokia, ad eccezione di tre brani, ha privilegiato la sua lingua d’origine, il bambara, molto diffusa in Mali. Minuta, semplice e al contempo elegante, Rokia con la sua band ha proposto molte delle tracce incluse nel suo ultimo cd intitolato Beautiful Africa: dalla solare e melodica “Ka Moun kè” a “Lalla”, da “Melancolie” alla divertente “Tuit Tuit”, una sorta di canto libero ispirato ai volteggi degli uccellini che si lasciano librare nell’aria senza alcuna resistenza.

Al di là dell’aspetto così delicato e minuto, Rokia ha una grande forza interiore, oltre che una lucida consapevolezza del potere della sua voce, molto duttile, plasmabile come l’argilla della sua terra. Non banali e spesso ricercati gli arrangiamenti dei vari brani, suonati benissimo anche dai musicisti che l’hanno accompagnata: l’inglese Sebastian Rochford (batteria), l’italiano Stefano Pilla (chitarra), la danese Nicolai Munch-Hansen (basso), e il maliano Mamah Diabaté che ha portato un po’ di tradizione musicale maliana grazie alla magia sonora del n’goni. Bravissime anche le coriste, Fatim Kouyaté e Bintou Soumbounou, che hanno accompagnato la voce di Rokia armonizzandosi e fondendosi con essa.

Seppur con due stili molto diversi tra loro, Baloji e Rokia Traoré hanno trasportato nel Teatro Antico di Arles i panorami musicali dei loro rispettivi paesi, mettendo in evidenza non solo la vitale creatività artistica del Mali e del Congo, ma anche le difficoltà di popoli costretti a migrare per necessità verso terre lontane.

Silvia C. Turrin

 L’articolo è on line anche sul sito di SMA Afriche

Docu-Video

Baloji- Tout Ceci Ne Vous Rendra Pas Le Congo

Rokia Traoré – Ka Moun Ké

Aix-en-Provence si conferma una città dinamica, creativa e votata all’arte, come ho sperimentato sabato 3
E’ uscito il nuovo numero della rivista Missioni Consolata (gennaio-febbraio 2016) con tanti articoli tra cui
Sono in procinto di ultimare la mia Guida turistica dedicata alla Provenza, aggiungendo alcuni dettagli e box
C’è una zona all’interno della Provenza dove la natura trionfa. I grandi agglomerati urbani, il
Il territorio così diversificato, la qualità dei suoi paesaggi e il suo patrimonio architettonico fanno

Tags, , ,