Tag Archive contro il razzismo

Nelson Mandela Presidente Sudafrica apartheid

2018 il centenario dalla nascita di Mandela

Il 2018 è un anno importante non soltanto per il Sudafrica. Il 18 luglio si festeggerà il centenario dalla nascita di Nelson Mandela. Un anniversario pregno di significati, grazie al quale si ha la possibilità di ricordare una figura politica amata a livello internazionale. Tanti gli eventi organizzati in varie zone del globo per ricordare il primo Presidente del Sudafrica eletto democraticamente da tutto il popolo, senza distinzioni di colore.

Da prigioniero a presidente

Tra il 27 e il 30 aprile 1994, in un clima di euforia, si svolsero in Sudafrica le prime elezioni multirazziali e democratiche, basate sul principio una persona, un voto. Ciò si verificava dopo decenni di apartheid (il sistema di separazione razziale venne ufficializzato con la vittoria del National Party nel 1948) e secoli di colonialismo. In quei giorni del 1994 in Sudafrica si respirava un vento di cambiamento e tante persone nutrivano il sogno di una nazione riconciliata e unita. Con l’investitura di Nelson Mandela come primo Presidente della “nazione arcobaleno” (così è chiamato affettuosamente il Sudafrica) questo sogno di pace e di riconciliazione si stava avverando.

La lungimiranza e il peso politico-intellettuale di Mandela, oltre che la sua capacità di perdonare i suoi carcerieri, senza però dimenticare le loro azioni illiberali, hanno permesso alla Rainbow Nation di aprire una nuova pagina della sua lunga tormentata storia. Con l’elezione di Mandela come primo Presidente iniziò infatti un processo di riconciliazione nazionale che, pur tra eventi drammatici, ricordi profondamente dolorosi e tragici squarci familiari e sociali, ha permesso al Sudafrica di andare avanti senza affondare in una sanguinosa guerra civile. Nelson Mandela, nonostante i lunghi anni di prigionia (in tutto 27 anni), ha abbracciato la tesi dell’amico Arcivescovo premio Nobel per la Pace Desmond Tutu, ovvero “non c’è futuro senza perdono” e ha saputo traghettare il Sudafrica verso una nuova fase storica. Per questo, proprio come era accaduto nel 1984 a Desmond Tutu, fu assegnato a Mandela il premio Nobel per la pace nel 1993.

Il Sudafrica non lo dimentica

 

Se l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite – che nel 2009 ha dichiarato il 18 luglio il Nelson Mandela International Day – ha deciso di indire a settembre il “Nelson Mandela Peace Summit” (un incontro di alto livello che avrà come tema la pace mondiale), nella patria di Mandela fervono già i preparativi per festeggiare il centenario dalla sua nascita. Per il 17 luglio, la vigilia del compleanno di Madiba, è previsto un attesissimo discorso dell’ex Presidente degli Stati Uniti Barack Obama. Un evento organizzato dalla Nelson Mandela Foundation presso l’Ellis Park Arena a Johannesburg: sono attese 4000 persone.

Per promuovere progetti di alfabetizzazione e di contrasto alla povertà è attiva poi l’iniziativa denominata “Mandela Concerts”, ovvero una serie di concerti non stop in varie parti del mondo, per l’intera giornata del 18 luglio, compleanno di Madiba. L’idea è quella di organizzare tanti concerti a effetto domino – finisce uno ne inizia un altro – con l’intento di raccogliere fondi per rendere prioritaria l’istruzione per i bambini indigenti.

Il South African Tourism ha poi creato la Madiba’s Journey App, un’applicazione che aiuta i turisti/viaggiatori a scoprire i luoghi che hanno avuto una particolare importanza nella vita di Mandela, come la sua città natale, Qunu. Si tratta di una tecnologia fruibile anche rimanendo comodamente a casa.

Eventi tra Italia, Francia e Australia

Anche l’Italia ricorda questo importante anniversario grazie all’Associazione Nelson Mandela Forum, che ha dato l’avvio alle iniziative relative a questa ricorrenza con l’inaugurazione del Mandela Memorial a Firenze. Il Memoriale – che si trova all’ingresso del Mandela Forum in Piazza Enrico Berlinguer, sotto la pensilina – è una riproduzione in vetro della cella di detenzione nel carcere di Robben Island, nella quale il premio Nobel per la pace è stato rinchiuso per 18 anni. L’installazione è un invito a riflettere, da un alto, sullo spazio ristretto in cui fu imprigionato Nelson Mandela e, dall’altro, sulla sua politica di riconciliazione nazionale da lui lanciata dopo la liberazione. Da questa riflessione non può che emergere tutta la grandezza e l’umanità di Mandela.

In Francia e in Australia è in tournée il musical dedicato a Madiba, prodotto da Jean-Pierre Hadida (che è anche autore e compositore), da Francine Disegni e da Serge Bonafous. Una storia in musica che ripercorre la vita di Nelson Mandela, dalla nascita di un combattente per la libertà del suo popolo sino alla sua liberazione. Un passaggio storico segnato anche dai colori dominanti: se durante l’apartheid viene marcato il contrasto fra bianco e nero, con la fine del regime razzista la scena si tinge dei colori dell’arcobaleno, della Rainbow Nation. Tra l’equipe del musical troviamo tra le quinte Sam Tshabalala, nato in Sudafrica, considerato uno degli eroi della resistenza culturale al regime di apartheid.

Silvia C. Turrin

Articolo pubblicato anche sul sito:
https://www.missioniafricane.it/2018-il-centenario-dalla-nascita-di-mandela/

La regione sudafricana del Cederberg è un’area montana ancora incontaminata, caratterizzata da paesaggi unici. Questa
Il 2018 è un anno storico per il Sudafrica, perché dopo 126 anni gli Springboks
Immagine emblematica esposta all'interno del museo dell'apartheid - Photo Silvia C.
Domani 19 ottobre uscirà il seguito dell’Autobiografia di Nelson Mandela. Dopo Long Walk to Freedom
Oggi Nelson Mandela avrebbe compiuto 98 anni. Per ricordarlo ripropongo qui due articoli che avevo

Tags, , , ,

La lunga marcia degli afroamericani verso l’emancipazione

Il periodo successivo alla Seconda guerra mondiale fu per gli Stati Uniti caratterizzato da rivendicazioni degli afroamericani volte a ottenere piena integrazione nella società americana. A tal fine la comunità nera attuò una serie di forme di protesta che andavano dal boicottaggio ai sit-in, dalla resistenza organizzata nelle istituzioni alle cause giudiziarie.

Tra queste, una delle più importanti riguardò il caso Brown contro il Provveditore all’Istruzione di Topeka: storico processo che fu possibile grazie sia al Congress of Racial Equality (associazione composta da bianchi e neri, nata nel 1942 a Chicago, ispirata agli ideali di non violenza gandhiani), sia alla NAACP i cui avvocati (tra i quali emerge il nome di Thurgood Marshall) intrapresero numerose azioni legali che permisero il raggiungimento della storica sentenza del 17 maggio 1954. In quella data, la Corte Suprema affermò che il principio “separati, ma eguali” applicato al sistema dell’educazione pubblica era incostituzionale, violando, tra gli altri, il XIV Emendamento.

Rosa Parks e il boicottaggio degli autobus di Montgomery

Sebbene con tale sentenza venne rovesciata la decisione presa nel 1896 in occasione del caso Plessy contro Ferguson, la pratica della segregazione razziale non scomparve. Durante la metà degli anni ’50, si afferma pienamente il movimento per i diritti civili. L’evento che influenzò la storia degli afroamericani avvenne il primo dicembre 1955. Quel giorno, Rosa Parks, appartenente alla sezione della NAACP di Montgomery, si rifiutò di cedere il proprio posto ad un bianco, sull’autobus di linea cittadino, come le leggi dello stato dell’Alabama permettevano. Quel gesto coraggioso diede vita al famoso boicottaggio degli autobus di Montgomery, durato per più di trecento giorni.

L’emergere della figura di Martin Luther King

In quell’occasione iniziò a circolare all’interno della comunità nera il nome di un allora sconosciuto Martin Luther King: fu nominato presidente della Montgomery Improvement Association (MIA), associazione sorta appositamente per condurre e gestire una delle forme di protesta più riuscite, di carattere non violento, da parte degli afroamericani. Grazie a questa importante iniziativa, la Corte Suprema, il 21 dicembre 1956, dichiarò incostituzionale la segregazione sugli autobus. Il boicottaggio di Montgomery fu un evento centrale per l’emancipazione degli afroamericani, non solo perché permise di far conoscere all’intera nazione il vero volto del razzismo ancora imperante negli Stati Uniti, ma anche perché mostrò l’efficacia della protesta non violenta di cui si fece portavoce il Reverendo King.

Il razzismo non si ferma

Un importante risultato conseguito dal “Movimento per la libertà” (come veniva chiamato dai suoi sostenitori il Movimento per i diritti civili) fu l’approvazione del Civil Rights Act, emanato dall’amministrazione Eisenhower nel 1957, con l’obiettivo di permettere agli afroamericani di esercitare il diritto di voto. Nonostante l’approvazione della legge, la percentuale dei votanti neri rimase molto bassa a causa delle violenze, dei linciaggi e addirittura degli assassini perpetrati da vari gruppi razzisti, come il Ku Klux Klan e i White Citizen’s Councils.

Le vittorie conseguite negli anni ’50 e le azioni intraprese da organizzazioni per i diritti civili come la National Association for the Advancement of Colored People e la Montgomery Improvement Association riuscirono a creare all’interno della comunità nera sentimenti di fiducia nelle proprie capacità. Nel corso degli anni ’60, nacque una nuova forma di protesta, il sit-in, con il quale si attaccavano le leggi e i costumi che proibivano agli afroamericani di frequentare luoghi riservati esclusivamente ai bianchi. Dopo il primo importante sit-in, nato spontaneamente il primo febbraio 1960 nella cittadina di Greensboro (North Carolina), decine e decine di neri attuarono questa nuova pacifica strategia. Le azioni di tipo non violento, l’avvento alla Casa Bianca di John F. Kennedy prima (1960-1963) e di Lyndon B. Johnson poi (1963-1968) e le attività intraprese dal Dipartimento di Giustizia diretto da Robert Kennedy, diedero inizio al processo di desegregazione: obiettivo però contrastato da una serie di violenze e omicidi.

Verso la marcia di Washington

Il 12 giugno 1963 venne assassinato uno dei più celebri attivisti della NAACP, Medgar Evers e, sempre in quell’anno, il governatore dell’Alabama, George Wallace si fece portavoce del razzismo ancora imperante negli Stati del Sud non solo diffondendo lo slogan “segregazione adesso, segregazione domani, segregazione per sempre”, ma andando anche a picchettare personalmente di fronte a svariate Università del Sud per impedire l’ingresso agli studenti neri.

I have a dream

Nello stesso 1963, il presidente Kennedy aveva inviato al Congresso americano la proposta di legge in base alla quale chiedeva di porre fine alla segregazione ed esortava che fossero effettivamente garantiti il diritto di voto e le libertà agli afroamericani. In questo contesto, anche per far pressione affinché tale progetto legislativo fosse approvato, nellagosto del 1963 venne organizzata la marcia su Washington, alla quale presero parte circa 250 mila persone, tra le quali si stima ci fossero 60 mila bianchi. In quell’occasione, Martin Luther King pronunciò il suo celebre discorso I have a dream. Dopo circa un anno dallo storico evento, fu approvato il Civil Right Act (1964) che rendeva incostituzionale ogni forma di discriminazione. L’anno seguente il presidente Johnson fece approvare il Voting Rights Act attraverso il quale furono abolite le tasse elettorali e altre leggi dirette a impedire il voto alla comunità nera. Questi provvedimenti apparirono positivi a molti e furono ben accolti da leader moderati come King. In realtà, la radice sociale e culturale della discriminazione non fu intaccata, né nel Sud, né nel Nord degli Stati Uniti, dove la maggior parte dei neri viveva relegata nei ghetti.

Malcolm X

Leggi come il Civil Right Act e il Voting Rights Act non modificarono realmente le condizioni socio-economiche in cui i neri erano costretti a vivere. L’insoddisfazione e la frustrazione sfociarono in rabbia e in molte città, nel corso degli anni ’60, si verificarono svariati tumulti: si ricordano, per la brutale violenza con cui agivano le forze di polizia, quelli di Harlem (1964), Watts (1965) e Detroit (1967). In questo contesto, il progetto e le azioni moderate di Martin Luther King furono criticate da molti esponenti della comunità nera, in quanto la povertà, le difficoltà nel trovare casa e lavoro rappresentavano ancora una costante. Uno degli esponenti neri che più aspramente criticò il moderatismo del Reverendo King fu Malcolm X, secondo il quale, per ottenere la liberazione e la fine della discriminazione, gli afroamericani avrebbero prima dovuto sviluppare un forte sentimento di unità e, per far ciò, era necessario che eliminassero sia il diffuso sentimento di self-hate, sia la schiavitù mentale che ostacolava ogni loro azione. Malcolm X recuperò le idee di autodeterminazione e di nazionalismo nero tratteggiate già all’inizio del XX secolo da Marcus Garvey, ma le elaborò in modo molto più esaustivo e complesso.


Malcom X esortò i neri a recuperare la loro storia e le proprie radici culturali, affinché potessero definire una specifica identità. Il processo di auto-conoscenza (self-knowledge) costituiva dunque per Malcolm X la precondizione del self-love (stima in sé stessi) e del black pride (orgoglio nero): stimoli potentissimi per la lotta di liberazione. A differenza del Movimento per i diritti civili capeggiato da King, Malcolm X – almeno sino a quando fu portavoce dei Black Muslims – esortò gli afroamericani all’auto-difesa (self-defense), promuovendo così l’uso della violenza per affermare i diritti e le libertà del popolo nero.

Solo dopo aver abbandonato i Musulmani Neri e, soprattutto, dopo il suo pellegrinaggio alla Mecca e dopo aver intrapreso un viaggio in Africa (dove conobbe importanti personalità, quali Julius Nyerere, Kwame Nkrumah, Jomo Kenyatta), Malcolm X attenuò il proprio estremismo. Divenne sostenitore della solidarietà razziale e della fratellanza fra i popoli: un cambiamento anche suggellato dalla modifica del suo nome in El-Hajj Malik El-Shabazz.

Black Power!

La popolarità di Malcolm X assunse dimensioni rilevanti solo in seguito al suo drammatico assassinio, avvenuto il 21 febbraio 1965. Le sue idee furono riprese da un gruppo interno al movimento per i diritti civili. Il 16 giugno 1966, a Greenwood (Mississippi), Stokely Carmichael dichiarò che “Il solo modo in cui noi possiamo fermare l’uomo bianco è andare oltre. È da sei anni che chiediamo libertà e non abbiamo ottenuto nulla. Ciò che dobbiamo iniziare a dire adesso è Black Power!”. Proprio il Potere Nero divenne l’altra anima, più radicale, del movimento per i diritti civili: esaltò la fierezza nera, il Black pride invocato anni prima da Malcolm X e il concetto di blackness fu utilizzato non per esprimere una specifica appartenenza razziale, ma per affermare la consapevolezza di sé e una specifica coscienza politica di chi subiva ingiustizie.

L’assassinio di Martin Luther King

Mentre la comunità nera cercava di risolvere i problemi della segregazione e del razzismo attuando una risposta, da un lato moderata, dall’altro radicale, anche le istituzioni federali avevano ufficialmente riconosciuto la gravità della situazione vissuta dagli afroamericani. Nel 1968, la commissione Kerner, voluta dal presidente Johnson, stilò un rapporto secondo cui negli Stati Uniti si stavano formando due distinte società “una nera, una bianca, separate e ineguali”. Il documento denunciava non solo la discriminazione, ma anche la povertà ormai cronica, l’alto tasso di disoccupazione, la mancanza di strutture scolastiche e sanitarie adeguate e la sistematica brutalità della polizia contro gli afroamericani. Nello stesso anno in cui fu pubblicato il rapporto, la comunità nera subì un duro colpo: Martin Luther King venne assassinato, il 4 aprile 1968.

Silvia C. Turrin

Il periodo successivo alla Seconda guerra mondiale fu per gli Stati Uniti caratterizzato da rivendicazioni
Immagine emblematica esposta all'interno del museo dell'apartheid - Photo Silvia C.
Domani 19 ottobre uscirà il seguito dell’Autobiografia di Nelson Mandela. Dopo Long Walk to Freedom
Maurizia Giusti, in arte Syusy Blady, è una donna poliedrica. Tutti la ricordiamo grazie a
La Mesopotamia é una regione che da sempre affascina, per l’importanza storico-archeologica che la contraddistingue. Nonostante

Tags, , , ,

apartheid Sharpeville

21 marzo 1960 – ricordando il massacro di Sharpeville

apartheid Sharpeville

Immagine emblematica esposta all’interno del museo dell’apartheid – Photo Silvia C. Turrin

Il massacro di Sharpeville, avvenne il 21 marzo 1960.

In quella data, i dirigenti del PAC, organizzazione politica sorta nel 1959 da una scissione interna all’ANC, decisero di intraprendere una campagna di protesta, non-violenta, contro le pass law. Tale scelta scaturiva dalla convinzione che “le masse fossero già pronte per rispondere spontaneamente ad un’iniziativa creativa”.

Quel giorno, 20mila persone si mossero verso la stazione di polizia di Sharpeville protestando pacificamente contro le pass law. Sebbene i manifestanti fossero disarmati, il contingente di polizia, numericamente inferiore rispetto ad essi, si fece prendere dal panico e iniziò a sparare uccidendo 69 persone e ferendone molte altre. Sobukwe, leader del PAC fu arrestato insieme ad altri dirigenti.

In seguito all’eccidio, l’8 aprile l’ANC e il PAC furono dichiarate organizzazioni illegali tramite l’Unlawful (Criminal) Organizations Act (N.34, 1960) e, da quel momento in poi, entrambe dovettero agire in condizioni di clandestinità. Tra il 1961 e il 1963, le due organizzazioni abbandonarono la strategia non-violenta, formando rispettive ali armate e intraprendendo azioni di sabotaggio. A seguito di diversi attentati, i leader storici dell’ANC e del PAC furono arrestati, processati (processo di Rivonia) e condannati all’ergastolo.

In seguito all’eccidio di Sharpeville, il governo di Pretoria varò nuove leggi di carattere repressivo, quali il General Law Amendment Act (1963) che autorizzava la polizia a detenere una persona incommunicado per 90 giorni, rinnovabili, senza mandato, senza processo, senza capi di accusa e senza l’assistenza di un legale. Nel 1965 fu implementato il Criminal Procedure Amendment Act che autorizzava la polizia a trattenere un testimone in un processo incommunicado per 180 giorni, rinnovabili.



Per Approfondire segnalo il mio libro “Il movimento della Consapevolezza nera in Sudafrica. Dalle origini al lascito di Stephen Biko” in cui parlo fra l’altro del massacro di Sharpeville

La regione sudafricana del Cederberg è un’area montana ancora incontaminata, caratterizzata da paesaggi unici. Questa
Il 2018 è un anno storico per il Sudafrica, perché dopo 126 anni gli Springboks
Immagine emblematica esposta all'interno del museo dell'apartheid - Photo Silvia C.
Domani 19 ottobre uscirà il seguito dell’Autobiografia di Nelson Mandela. Dopo Long Walk to Freedom
Oggi Nelson Mandela avrebbe compiuto 98 anni. Per ricordarlo ripropongo qui due articoli che avevo

Tags, , , ,

Esce il seguito dell’Autobiografia di Nelson Mandela

Domani 19 ottobre uscirà in Sudafrica e in contemporanea negli Stati Uniti il seguito dell’Autobiografia di Nelson Mandela. Dopo Long Walk to Freedom (tradotto e pubblicato in italiano da Feltrinelli col titolo Lungo cammino verso la libertà) potremo leggere “Dare Not Linger: The Presidential Years” un libro postumo di Nelson Mandela, redatto e ultimato poi da Mandla Langa.

Dare not Linger Nelson Mandela

Come suggerisce il titolo il volume descrive i 5 anni che hanno visto Mandela nella carica di Presidente della Repubblica Sudafricana, la Rainbow Nation (il primo Presidente liberamente eletto da bianchi e neri dopo decenni di politiche razziste ). Un libro biografico e storico che traccia le vicende personali di Nelson Mandela e gli equilibri politici dopo la fine ufficiale del regime di apartheid nel 1994.

L’aspetto interessante è che a curare e a ultimare questa seconda autobiografia postuma di Madiba è Mandla Langa, poeta e scrittore sudafricano che da giovane si unì alla SASO, la South African Students’ Organization della quale diventò poi Direttore. La SASO è stata la prima manifestazione organizzata del Black Consciousness Movement (BCM).

Come scrivo nel libro Il movimento della Consapevolezza Nera in Sudafrica. Dalle origini al lascito di Stephen Biko (Edizioni Erga, Genova):

“Il messaggio della Consapevolezza Nera venne interiorizzato poi da numerosi poeti, fra i quali, spiccano Sipho Sepamla, Oswald Mtshali, Mongane Serote, Mandla Langa, Mafika Gwala e Western Kunene. […] la poesia per il BCM non era un fenomeno accidentale, bensì espressione intrinseca della sua vera sostanza”.

In seguito, come tanti esponenti del BCM, dopo la dissoluzione del movimento, Mandla Langa si avvicinò all’ala armata dell’ANC, l’Umkhonto we Sizwe, abbracciando quindi le posizioni politiche del partito di Mandela.

Dare Not Linger: The Presidential Years (Pan Macmillan, Sudafrica) un libro da leggere, sicuramente…

I diritti di traduzione sono stati venduti a varie case editrici di respiro internazionale, tra le quali citiamo la Rosinante (Danimarca), le Edizioni Plon (Francia), la Quadriga (Germania), la Feltrinelli (Italia), la Marcador (Portogallo).

Silvia C. Turrin

Per Approfondire:


 

La regione sudafricana del Cederberg è un’area montana ancora incontaminata, caratterizzata da paesaggi unici. Questa
Il 2018 è un anno storico per il Sudafrica, perché dopo 126 anni gli Springboks
Immagine emblematica esposta all'interno del museo dell'apartheid - Photo Silvia C.
Domani 19 ottobre uscirà il seguito dell’Autobiografia di Nelson Mandela. Dopo Long Walk to Freedom
Oggi Nelson Mandela avrebbe compiuto 98 anni. Per ricordarlo ripropongo qui due articoli che avevo

Tags, , , ,

Ricordando Nelson “Madiba” Mandela

Oggi Nelson Mandela avrebbe compiuto 98 anni.
Per ricordarlo ripropongo qui due articoli che avevo scritto anni fa: l’uno tratteggia la figura storica di Mandela, l’altro lo ricorda attraverso le sue fiabe africane preferite.
Amandla…
***

mandelaIl 10 maggio 1994, si concludeva ufficialmente “il lungo cammino verso la libertà” di Nelson Mandela. Quel giorno, in un clima sia interno che internazionale di generale euforia, avvenne la sua ufficiale investitura in qualità di primo presidente della Rainbow Nation, come è stato metaforicamente definito il Sudafrica multirazziale e democratico.

Rolihlahla (nome xhosa di Mandela) è diventato non solo la guida di una nazione che ha vissuto un lungo periodo di oppressione e razzismo, ma è anche uno dei personaggi più rappresentativi della storia del XX secolo. Nel 1948, quando Mandela aveva 30 anni, in Sudafrica venne instaurato il regime di apartheid, in seguito alla vittoria del National Party. Il partito nazionalista – caratterizzato da una piattaforma politico-ideologica intrisa di razzismo e da una distorta concezione storico-religiosa – promulgò una miriade di leggi che legalizzavano il principio di separazione razziale.

La popolazione sudafricana – attraverso il Population Registration Act (1950) – venne classificata in base al colore della pelle e, in funzione di questo, i diritti e le libertà di una persona cambiavano radicalmente. Le città – tramite il Group Areas Act – furono suddivise in una serie di zone a seconda dell’appartenenza razziale: i neri furono ghettizzati nelle aree della periferia (township), dove i servizi primari (elettricità, acqua potabile) erano in pratica inesistenti. Venne così instaurato un regime autoritario, fondato su un sistema razzista de jure e de facto, che sfruttava il basso costo della manodopera di colore.

Nelson Mandela (come centinaia di altri sudafricani bianchi, neri, coloured) decise di lottare contro l’oppressione, entrando nelle fila dell’African National Congress (ANC). Una delle prime azioni a cui prese parte fu la Defiance Campaign, la campagna di sfida contro le leggi ingiuste, organizzata dall’ANC e dal South African Indian Congress nel 1952. I suoi metodi di resistenza contro il governo del National Party si ispiravano, almeno inizialmente, ai principi di non violenza ghandiani. È infatti con questo spirito che appoggiò l’idea di vari movimenti anti-apartheid di promulgare la Freedom Charter (1955), documento nel quale si auspicava la creazione di un Sudafrica libero, democratico e multirazziale.

Scioperi, boicottaggi, proteste pubbliche non attenuarono l’oppressione, che anzi, venne rafforzata, attraverso il sistema sia giudiziario, sia poliziesco. Mandela decise quindi di adottare una strategia di lotta alternativa, mirata a colpire obiettivi che potevano destabilizzare “il sistema”. Diede così vita all’Umkhonto we Sizwe (la lancia della nazione), ala militare dell’ANC, che aveva come fine quello di colpire lo Stato nei punti strategici cercando di evitare il coinvolgimento dei civili. Nel 1962, Mandela (e altri esponenti dell’ANC) fu arrestato e, in seguito al processo di Rivonia, venne condannato al carcere a vita.

Durante il periodo di prigionia, Mandela si è sempre rifiutato di scendere a compromessi con il governo e sebbene fosse in carcere, la sua popolarità e il suo prestigio non diminuirono affatto, anzi, divenne il politico che più di altri poteva rappresentare il futuro Sudafrica libero. E così è stato. Dopo 27 anni di detenzione, molti dei quali trascorsi nell’isola-carcere di Robben Island, grazie anche alla sua lungimiranza e alla sua fermezza, alla fine degli anni ’80 iniziarono le trattative verso una modifica dello status quo sudafricano. Nel 1990 Madiba (come è familiarmente chiamato da molti sudafricani) venne liberato e dopo varie trattative con gli esponenti del National Party furono indette nell’aprile del 1994 le prime elezioni multirazziali e democratiche: con esse terminava ufficialmente il regime di apartheid. Un anno prima, Mandela era stato insignito del premio Nobel per la Pace: riconoscimento internazionale che voleva sottolineare il suo impegno a favore di una svolta politica in un Sudafrica tormentato da decenni da oppressione e razzismo. Ma anche dopo aver ottenuto la libertà per il suo popolo, Mandela ha continuato a impegnarsi affinché i diritti di tutti fossero rispettati. Promosse così la riconciliazione nazionale, attraverso l’istituzione della Truth and Reconciliation Commission. Si è poi impegnato attivamente per porre fine al drammatico conflitto che ha coinvolto la Repubblica Democratica del Congo alla fine degli anni ‘90. La sua ultima battaglia è quella contro un nemico invisibile, che miete milioni di vittime soprattutto nel continente africano: l’Aids, che Mandela ritiene non più solo una malattia, ma un problema che riguarda i diritti umani.

Silvia C. Turrin

Joyful Birthday Madida!

***

L’Africa è un continente immenso, variegato, abitato da tanti popoli che hanno forgiato diverse culture. Eppure, da nord a sud, troviamo alcuni elementi che accomunano questo grande mosaico etnico e tra questi elementi figura certamente la tradizione orale. Le vicende di un villaggio, antiche epopee, leggende, proverbi che racchiudono la sapienza degli anziani sono raccontati oggi, come in passato, dai cantastorie.

Questi personaggi sono depositari delle tradizioni e delle conoscenze del villaggio e della regione dove risiedono. Definiti anche “biblioteche viventi” i cantastorie creano un ponte tra le nuove e le vecchie generazioni, tra il passato e il presente di un popolo. Incarnano la cultura orale che appunto accomuna il nord e il sud del continente africano: in Africa occidentale vengono chiamati griot, in Camerun mwet e in Sudafrica imbongi.

Il cantastorie contemporaneo ha la funzione importante di mantenere in vita di generazione in generazione racconti che appartengono alla comunità, al fine di non perdere una patrimonio orale immenso e prezioso. All’interno di questa ricchezza orale figurano le fiabe, colorate allegorie che insegnano ai più piccini – ma anche ai grandi – quella saggezza che va oltre i confini del tempo e delle culture. Racchiude proprio questa sapienza imperitura il volume Le mie fiabe africane selezionate accuratamente dal padre del Sudafrica democratico e libero, Nelson Mandela.

Madiba, come viene affettuosamente chiamato dai suoi connazionali, ha dedicato la sua intera esistenza alla lotta contro il razzismo e l’apartheid imperante in Sudafrica dal 1948 al 1994. Premio Nobel per la pace, Mandela incarna la perfetta sintesi tra modernità e tradizione: con le sue scelte politiche ha avuto uno sguardo lungimirante e al contempo ha saputo conservare le tradizioni tipiche della sua terra natia e dell’intero continente africano.

Questa salvaguardia delle tradizioni è racchiusa anche in questo libro (edito dalla Feltrinelli, uscito nel 2012 nella collana Universale Economica), in cui Mandela ha selezionato le fiabe africane più espressive, toccanti, formative, adatte per tutti i bambini a prescindere dalle radici culturali di origine. Giocando su personaggi allegorici, e quindi sui simboli che sono forme archetipiche, queste fiabe raggiungono la fantasia del lettore, trasportandolo in un mondo apparentemente lontano, ma che invece è molto vicino proprio grazie alle metafore in esse contenute.

Figure come la lepre, il leone, il serpente racchiudono profondi simbolismi comprensibili da ogni bambino, ad ogni latitudine del globo. I vari racconti mettono anche in luce la ricchezza culturale del continente africano, preservata attraverso il ruolo dei cantastorie. Come scrive Mandela nella Prefazione: «Il mio desiderio è che in Africa la voce del cantastorie possa non morire mai, e che tutti i bambini africani abbiano la possibilità di sperimentare la magia dei libri senza smarrire mai la capacità di arricchire la loro dimora terrena con la magia delle storie».

Le fiabe scelte da Mandela provengono da tanti Paesi dell’Africa: Tanzania, Zimbabwe, Botswana, Marocco, Nigeria, Lesotho, Kenia e naturalmente Sudafrica. Questi racconti divertono piccoli e grandi, alimentano l’immaginazione, e ai lettori fanno conoscere tradizioni, elementi materiali e paesaggistici dell’Africa. Le mie fiabe africane è un testo che non solo dovrebbe essere letto da tutti i genitori ai propri figli, ma che dovrebbe anche essere inserito in ambito scolastico, a cominciare dalle scuole materne, per aprire le menti dei più piccoli a mondo davvero libero, pieno di culture, di voci e di colori.

Silvia C. Turrin

Nelson Mandela
Le mie fiabe africane
Feltrinelli (collana Universale economica)
Pagg.172

La regione sudafricana del Cederberg è un’area montana ancora incontaminata, caratterizzata da paesaggi unici. Questa
Il 2018 è un anno storico per il Sudafrica, perché dopo 126 anni gli Springboks
Immagine emblematica esposta all'interno del museo dell'apartheid - Photo Silvia C.
Domani 19 ottobre uscirà il seguito dell’Autobiografia di Nelson Mandela. Dopo Long Walk to Freedom
Oggi Nelson Mandela avrebbe compiuto 98 anni. Per ricordarlo ripropongo qui due articoli che avevo

Tags, , , ,

Elie Wiesel

Elie Wiesel, per non dimenticare l’orrore nazista

Elie Wiesel

Elie Wiesel – foto columbia.edu

Lo scrittore Elie Wiesel nacque nel 1928 a Sighet, in Transilvania; venne deportato ad Auschwitz e Buchenwald. Dopo la guerra si è trasferito prima in Francia, poi negli Stati Uniti, dove ha insegnato all’Università di Boston. Nel 1986 ha ricevuto il premio Nobel per la pace.

Sopravvissuto all’Olocausto, per tutta la sua esistenza ha utilizzato la sua voce e la scrittura per denunciare gli orrori del nazismo, per fa sì che i mostri generati allora in una società fondata sul principio del più forte e del dominio di un certo segmento sociale non si materializzassero mai più!

E’ morto ieri, sabato 2 luglio 2016. Per ricordarlo, riporto qui di seguito un breve estratto dal suo romanzo autobiografico La notte (Giunti).

***

[…] Gli oggetti cari che avevamo portato fin qui rimasero nel carro e con loro, alla fine, le nostre illusioni.

Ogni due metri una S.S., il mitra puntato su di noi. La mano nella mano seguivamo la massa.

Un graduato delle S.S. ci venne incontro, il manganello in mano. Ordinò:

– Uomini a sinistra! Donne a destra!

Quattro parole dette tranquillamente, con indifferenza, senza emozione. Quattro parole semplici, brevi. Ma fu l’i­stante in cui abbandonai mia madre. Non avevo avuto neanche il tempo di pensare che già sentivo la pressione della mano di mio padre: restammo soli. In una frazione di secondo potei vedere mia madre, le mie sorelle, andare verso destra. Zipporà teneva la mano della mamma. Le vidi allon­tanarsi; mia madre accarezzava ì capelli biondi di mia sorel­la, come per proteggerla, mentre io continuavo a marciare con mio padre, con gli uomini. E non sapevo certo che in quel luogo, in quell’istante, io abbandonavo mia madre e Zipporà per sempre. Continuavo a marciare. Mio padre mi teneva per mano. Dietro a me un vecchio crollò per terra. Accanto a lui una S.S. rimetteva la rivoltella nel fodero.

La mia mano si stringeva al braccio di mio padre. Un solo pensiero: non perderlo. Non restare solo.

Gli ufficiali delle S.S. ci ordinarono:

– In file di cinque.

Un tumulto. Bisognava assolutamente restare insieme. – Ehi, ragazzo, quanti anni hai?

Era un detenuto che mi interrogava. Io non lo vedevo in viso, ma la sua voce era stanca e calda.

Non ancora quindici anni.

– No, diciotto.

– Ma no – replicai. – Quindici.

– Razza di cretino, ascolta ciò che io ti dico. Poi interrogò mio padre che rispose:

– Cinquant’anni.

Più furioso ancora, l’altro riprese:

– No, non cinquant’anni. Quaranta. Avete capito? Di­ciotto e quaranta.

Scomparve con le ombre della notte. Ne arrivò un altro, le labbra piene di imprecazioni:

– Figli di cani, perché siete venuti? Eh, perché? Qualcuno osò rispondergli:

– Cosa credete? Che siamo venuti per divertimento? Che abbiamo chiesto noi di venire?

Ancora un po’ e l’altro l’avrebbe ucciso:

– Taci, figlio di porco, o ti schiaccio dove sei! Avreste dovuto impiccarvi là dove eravate piuttosto che venire qui. Non sapevate dunque cosa si preparava qui, ad Auschwitz? Lo ignoravate? Nel 1944?

Si, l’ignoravamo. Nessuno ce l’aveva detto. Lui non credeva ai suoi orecchi. Il suo tono si fece sempre più brutale.

– Vedete, laggiù, il camino? Lo vedete? Le fiamme, le vedete? (Si, le vedevamo, le fiamme). Laggiù, è laggiù che andrete. È laggiù la vostra tomba. Non avete ancora capito? Figli di cani, non capite dunque nulla? Vi bruceranno! Vi arrostiranno! Vi ridurranno in cenere! – II suo furore divenne isterico. Noi restammo immobili, pietrificati. Tutto ciò non era un incubo? Un incubo inimmaginabile?

Qua e là sentivo mormorare:

– Bisogna fare qualcosa. Non dobbiamo lasciarci ucci­dere, non dobbiamo andare come bestie al macello. Bisogna rivoltarci.

Fra di noi si trovavano alcuni uomini ben piantati. Avevano con sé dei pugnali e incitavano i loro compagni a gettarsi sui guardiani armati. Un ragazzo disse:

Che il mondo sappia dell’esistenza di Auschwitz. Che lo sappiano tutti coloro che possono ancora sfuggirgli…

Ma i più vecchi imploravano i loro figli di non fare sciocchezze:

– Non bisogna perdere la fiducia, anche se la spada è sospesa sopra le nostre teste. Così parlavano i nostri Saggi.

Evento della rivolta si placò. Noi continuammo a mar­ciare fino a un incrocio. Al centro c’era il dottor Mengele, questo famoso dottor Mengele (tipico ufficiale delle S.S., volto crudele, non privo di intelligenza, monocolo), una bacchetta da direttore d’orchestra in mano, in mezzo ad altri ufficiali. La bacchetta si muoveva senza tregua, una volta a destra, una volta a sinistra.

Già mi trovavo davanti a lui:

– La tua età? – domandò con un tono che forse voleva essere paterno.

– Diciott’anni. – La mia voce tremava.

– Sano?

– Sì.

– Il tuo mestiere?

Dire che ero studente?

– Contadino – mi sentii rispondere.

Quella conversazione non era durata più di qualche secondo. A me era sembrata un’eternità.

La bacchetta verso sinistra. Io feci un mezzo passo in avanti. Volevo prima vedere dove avrebbe mandato mio padre. Fosse andato a destra, io l’avrei raggiunto.

La bacchetta si inclinò anche per lui verso sinistra. Un peso mi cascò dal cuore.

Noi non sapevamo ancora quale direzione fosse quella buona, se quella a sinistra o quella a destra, quale strada portasse alla prigionia e quale al crematorio, ma tuttavia mi sentivo felice: ero accanto a mio padre. La nostra processio­ne continuava ad avanzare, lentamente.

Un altro detenuto si avvicinò:

– Contenti?

– Si – rispose qualcuno.

– Disgraziati, state andando al crematorio.

Sembrava dire la verità. Non lontano da noi delle fiam­me salivano da una fossa, delle fiamme gigantesche. Vi si bruciava qualche cosa. Un autocarro si avvicinò e scaricò il suo carico: erano dei bambini. Dei neonati! Sì, l’avevo visto, l’avevo visto con i miei occhi… Dei bambini nelle fiamme. (C’è dunque da stupirsi se da quel giorno il sonno fuggì i miei occhi?).

Ecco dunque dove andavamo. Un po’ più avanti avrem­mo trovato un’altra fossa, più grande, per adulti.

Io mi pizzicai la faccia: ero ancora vivo? Ero sveglio? Non riuscivo a crederci. Com’era possibile che si bruciasse­ro degli uomini, dei bambini, e che il mondo tacesse? No, tutto ciò non poteva essere vero. Un incubo… Presto mi sarei risvegliato di soprassalto, con il cuore in tumulto, e avrei ritrovato la mia stanza, i miei libri…

La voce di mio padre mi strappò ai miei pensieri:

– Peccato… Peccato che tu non sia andato con tua ma­dre… Ho visto parecchi ragazzi della tua età andarsene con le loro mamme…

La sua voce era terribilmente triste. Capii che non voleva vedere ciò che mi avrebbero fatto. Non voleva vedere bruciare il suo unico figlio.

Un sudore freddo mi copriva la fronte, ma gli dissi che non credevo che si bruciassero degli uomini nella nostra epoca, che l’umanità non l’avrebbe più tollerato…

– L’umanità? L’umanità non si interessa a noi. Oggi tutto è permesso, tutto è possibile, anche i forni crematori… La voce gli si strozzava in gola.

– Papà, – gli dissi – se è cosi non voglio più aspettare. Mi butterò sui reticolati elettrici: meglio questo che agoniz­zare per ore nelle fiamme.

Lui non mi rispose. Piangeva. Il suo corpo era scosso da un tremito. Intorno a noi tutti piangevano. Qualcuno si mise a recitare il Kaddish, la preghiera dei morti. Non so se é già successo nella lunga storia del popolo ebraico che uo­mini recitino la preghiera dei morti per se stessi.

Yitgaddàl veyitkaddàsh shemé rabbà… Che il Suo Nome sia ingrandito e santificato… – mormorava mio pa­dre.

Per la prima volta sentii la rivolta crescere in me. Perché dovevo santificare il Suo Nome? L’Eterno, il Signore dell’Universo, l’Eterno Onnipotente taceva: di cosa dove­vo ringraziarLo?

Continuammo a marciare. Ci avvicinammo a poco a poco alla fossa da cui proveniva un calore infernale. Ancora venti passi. Se volevo darmi la morte, questo era il momen­to. La nostra colonna non aveva da fare più che una quindi­cina di passi. Io mi mordevo le labbra perché mio padre non sentisse il tremito delle mie mascelle. Ancora dieci passi. Ot­to. Sette. Marciavamo lentamente, come dietro un carro fu­nebre, seguendo il nostro funerale. Solo quattro passi. Tre. Ora era là, vicinissima a noi, la fossa e le sue fiamme. Io raccoglievo tutte le mie forze residue per poter saltare fuori dalla fila e gettarmi sui reticolati. In fondo al mio cuore da­vo l’addio a mio padre, all’universo intero e, mio malgrado, delle parole si formavano e si presentavano in un mormorio alle mie labbra: Yitgaddàl veyitkaddassh shemé rabbà… Che il Suo Nome sia elevato e santificato… Il mio cuore stava per scoppiare. Ecco: mi trovavo di fronte all’Angelo della morte…

No. A due passi dalla fossa, ci ordinarono di girare a si­nistra, e ci fecero entrare in una baracca.

Io strinsi forte la mano di mio padre. Lui mi disse: – Ti ricordi la signora Schächter, sul treno?

Mai dimenticherò quella notte, la prima notte nel cam­po, che ha fatto della mia vita una lunga notte e per sette volte sprangata.

Mai dimenticherò quel fumo.

Mai dimenticherò i piccoli volti dei bambini di cui avevo visto i corpi trasformarsi in volute di fumo sotto un cielo muto.

Mai dimenticherò quelle fiamme che consumarono per sempre la mia Fede.

Mai dimenticherò quel silenzio notturno che mi ha tolto per l’eternità il desiderio di vivere.

Mai dimenticherò quegli istanti che assassinarono il mio Dio e la mia anima, e i miei sogni, che presero il volto del deserto.

Mai dimenticherò tutto ciò, anche se fossi condannato a vivere quanto Dio stesso. Mai.

Elie Wiesel

Il periodo successivo alla Seconda guerra mondiale fu per gli Stati Uniti caratterizzato da rivendicazioni
Immagine emblematica esposta all'interno del museo dell'apartheid - Photo Silvia C.
Domani 19 ottobre uscirà il seguito dell’Autobiografia di Nelson Mandela. Dopo Long Walk to Freedom
Maurizia Giusti, in arte Syusy Blady, è una donna poliedrica. Tutti la ricordiamo grazie a
La Mesopotamia é una regione che da sempre affascina, per l’importanza storico-archeologica che la contraddistingue. Nonostante

Tags, , , ,

Johannesburg - foto Silvia C. Turrin

Sudafrica, viaggio nella storia

La rivista Missioni Consolata rimane un magazine fuori dagli schemi “convenzionali”: è legata a una certa tradizione missionaria attenta al sociale, vicina ai più deboli, ai “dannati del mondo” come direbbe Frantz Fanon; e gli articoli e reportage proposti hanno uno sguardo ampio, che abbraccia simbolicamente e letteralmente ogni popolo, ogni cultura…

Nel Numero di Aprile, fra gli altri articoli…

trovate un pezzo dell’amico Marco Bello dedicato al Guatemala e in particolare a padre Rigoberto, impegnato nel recupero della memoria storica; Paolo Moiola ci porta in Ecuador, a Quito, direttamente nella sede di «Radialistas Apasionadas y Apasionados» le cui parole d’ordine sono diritti, cittadinanza, dignità, diversità, sviluppo sostenibile; e io vi porto nel mio amato Sudafrica, a Jo’burg e a Soweto, e poi a Durban e a King William’s Town, sui passi di Stephen Biko e “Madiba” Mandela…
Buona Lettura!

Johannesburg - foto Silvia C. Turrin

Johannesburg – foto Silvia C. Turrin

Respirare profumi di spezie orientali, immergersi nei meandri di intricate medine, ammirare i variopinti colori
Il Giappone è un paese dove gli opposti convivono in modo armonioso. Accanto all’indiscutibile modernità,
Allontanarsi dai ritmi frenetici delle metropoli grigie, inquinate, convulse e immergersi in un paesaggio meraviglioso,
Terra di contrasti assoluti, dominata da paesaggi selvaggi, dove l’acqua e il fuoco si scontrano
Maurizia Giusti, in arte Syusy Blady, è una donna poliedrica. Tutti la ricordiamo grazie a

Tags, , , ,

Storie di immigrati, tra speranze e tragedie

Gianfranco Rosi è stato insignito dell’Orso d’oro alla Berlinale con un docufilm impegnato e purtroppo attualissimo, “Fuocoammare”. Un Premio meritato che dimostra la creatività e l’umanità di tanti… tanti italiani, artisti e non.
Questa news mi permette però di ricordare un altro docufilm passato in sordina dal titolo “Il Colore del Vento” (di cui avevo scritto ormai 5 anni fa) che vede la partecipazione di Mauro Pagani con la musica di Creuza de Mä composta insieme al compianto Fabrizio De André.

Di seguito l’articolo relativo a “Il Colore del Vento”.

Viaggiare significa scoprire, conoscere, confrontarsi con altre culture, ampliare o modificare la propria visione del mondo. Partendo da queste riflessioni, il regista Bruno Bigoni ha realizzato l’intenso documentario Il Colore del Vento (prodotto dalla Minnie Ferrara & Associati in collaborazione con Lumière & Co). Ispirandosi al progetto artistico di Creuza de Mä realizzato da Fabrizio De André nel 1984, in collaborazione con il versatile polistrumentista Mauro Pagani, la pellicola narra le esistenze di donne e uomini molto diversi tra loro, per estrazione sociale, idioma, Paese d’origine, accomunati però dalle storie, passate e presenti, che il Mar Mediterraneo ha portato e porta con il suo continuo imperituro movimento delle onde. Un ambiente liquido dove si sviluppano scambi culturali, ma anche scontri.

Le vite delle persone raccontate nel film sono messe tra loro in comunicazione grazie all’itinerario di una nave mercantile che, dal porto di Genova, salpa verso altre città, bagnate dalle acque del Mediterraneo. Tra le varie tappe c’è Lampedusa, che continua a essere un luogo di passaggio, o meglio, una sorta di limbo tra una vita di stenti, dittature, guerre e la speranza di un domani migliore. Qui sono protagonisti i volti di tanti africani, considerati da certi politici e cittadini italiani “non persone”, perché clandestini: una parola mal utilizzata e recepita in modo peggiorativo, tanto da minare valori etici quali l’accoglienza e il rispetto. Il mare per gli immigrati africani può essere la loro salvezza, il punto di partenza verso una nuova vita, ma al contempo rappresenta la paura, l’incertezza e purtroppo può essere anche un luogo di morte.

La nave attracca anche a Tangeri, definita “la Porta d’ Africa”, crogiolo di tante culture – marocchina, europea, africana –  dove s’incontrano le acque del mar Adriatico e del Mediterraneo. Il percorso conduce verso altre città – Sousse, Sidone, Dubrovnik, Bari, Barcellona – dove si osserva l’incessante fenomeno della fusione culturale, che si esprime anche attraverso il linguaggio universale dell’arte. Accanto alla mescolanza di genti viene mostrato l’odio etnico e razziale, causa di terribili conflitti. Il viaggio termina dove è iniziato, a Genova, da sempre centro di sbarchi, di partenze, di contaminazioni sociali e culturali. Al suo porto giungono tantissimi volti, come le donne nigeriane, costrette con la forza e il ricatto a prostituirsi. Il documentario racconta le loro aspettative che poi diventano effimere illusioni, perché non troveranno mai ciò che sperano, cioè un lavoro e una nuova prospettiva di vita nella ricca Europa. I loro sogni si infrangono nei meandri di reti criminali ben organizzate, che si arricchiscono con denaro sporco. Il Colore del Vento è un viaggio scandito da forti drammi esistenziali, da inquietudini e dalla precarietà di tante esistenze. Sta a noi, alle persone, trasformare il Mediterraneo in un Mare Nostrum, dove le differenze convivono per costruire un grande spazio comune dai tanti colori.

Silvia C. Turrin

Respirare profumi di spezie orientali, immergersi nei meandri di intricate medine, ammirare i variopinti colori
Il Giappone è un paese dove gli opposti convivono in modo armonioso. Accanto all’indiscutibile modernità,
Allontanarsi dai ritmi frenetici delle metropoli grigie, inquinate, convulse e immergersi in un paesaggio meraviglioso,
Terra di contrasti assoluti, dominata da paesaggi selvaggi, dove l’acqua e il fuoco si scontrano
Maurizia Giusti, in arte Syusy Blady, è una donna poliedrica. Tutti la ricordiamo grazie a

Tags, , , ,