Tag Archive Stephen Biko

Johannesburg - foto Silvia C. Turrin

Sudafrica, viaggio nella storia

La rivista Missioni Consolata rimane un magazine fuori dagli schemi “convenzionali”: è legata a una certa tradizione missionaria attenta al sociale, vicina ai più deboli, ai “dannati del mondo” come direbbe Frantz Fanon; e gli articoli e reportage proposti hanno uno sguardo ampio, che abbraccia simbolicamente e letteralmente ogni popolo, ogni cultura…

Nel Numero di Aprile, fra gli altri articoli…

trovate un pezzo dell’amico Marco Bello dedicato al Guatemala e in particolare a padre Rigoberto, impegnato nel recupero della memoria storica; Paolo Moiola ci porta in Ecuador, a Quito, direttamente nella sede di «Radialistas Apasionadas y Apasionados» le cui parole d’ordine sono diritti, cittadinanza, dignità, diversità, sviluppo sostenibile; e io vi porto nel mio amato Sudafrica, a Jo’burg e a Soweto, e poi a Durban e a King William’s Town, sui passi di Stephen Biko e “Madiba” Mandela…
Buona Lettura!

Johannesburg - foto Silvia C. Turrin

Johannesburg – foto Silvia C. Turrin

Respirare profumi di spezie orientali, immergersi nei meandri di intricate medine, ammirare i variopinti colori
Il Giappone è un paese dove gli opposti convivono in modo armonioso. Accanto all’indiscutibile modernità,
Allontanarsi dai ritmi frenetici delle metropoli grigie, inquinate, convulse e immergersi in un paesaggio meraviglioso,
Terra di contrasti assoluti, dominata da paesaggi selvaggi, dove l’acqua e il fuoco si scontrano
Maurizia Giusti, in arte Syusy Blady, è una donna poliedrica. Tutti la ricordiamo grazie a

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Precisazioni sulla figura di Stephen Biko

Dopo il decesso di Nelson Mandela, primo presidente del Sudafrica eletto a suffragio universale, nonché Premio Nobel per la Pace nel 1993, ho letto in alcuni articoli e scritti riferimenti alla figura di Stephen Biko, attivista anti-apartheid sudafricano morto nel 1977 a causa delle violenze subite in carcere.

In particolare, gli scritti a cui mi riferisco in questa mia sorta di lettera sono: l’articolo intitolato “Histoire de mélodies Nelson” pubblicato su Libération weekend del 7 e 8 dicembre 2013 e “No Mandela non è il mio eroe” di J. Pougala.

In entrambi gli scritti gli Autori cadono nello stesso errore: cioè scrivono che Biko ha fatto parte dell’ANC, African National Congress, partito sudafricano di cui è stato tra i massimi leader Mandela.

Siccome ho compiuto numerose ricerche relative alla vita di Biko, recandomi anche nella township dove egli fu costretto alla misura della messa al bando, ovvero King William’s Town, e siccome da quelle ricerche è sortito un libro Il movimento della Consapevolezza Nera in Sudafrica. Dalle origini al lascito di Stephen Biko (ed. Erga, 2011), mi sento in dovere di puntualizzare l’errore prima evidenziato presente negli scritti citati.

King William’s Town, la sottoscritta con Nhlanhla Mosele attivista del BCM presso la sede della Steve Biko Foundation

Stephen Biko non ha mai fatto parte dell’ANC. Egli, come molti sudafricani, nutriva un profondo rispetto sia per Nelson Mandela, sia per Robert Sobukwe del Pan-Africanist Congress. Biko considerava Mandela, Sobukwe e coloro che erano imprigionati nel carcere di Robben Island – tra cui come Govan Mbeki e Walter Sisulu – i veri leader della lotta contro il regime razzista legalizzato da una ristretta èlite bianca al potere.

Biko è stato invece tra i fondatori del Black Consciousness Movement, e principale ideologo di tale movimento, la cui organizzazione antesignana è stata la South African Students’ Organisation, SASO. Come ho messo in risalto nel mio libro, il Black Consciousness Movement non era un vero e proprio partito, a differenza dell’ANC; e i suoi esponenti, tra cui Biko, non volevano nemmeno che lo diventasse, almeno in una prima fase. Il Black Consciousness Movement, come rivela il nome stesso, era un movimento caratterizzato a livello concettuale e pratico da una “multi-dimensionalità”.

Come evidenzio nel mio saggio: “Per multi-dimensionalità si vuole sottolineare come la black Consciousness fosse un’elaborazione concettuale complessa, composta da più livelli di pensiero e come questi si traducessero, parallelamente, in diversi programmi di azione condotti dal BCM”. Il Black Consciousness Movement è stato innanzitutto un movimento nato per ri-svegliare le coscienze sopite dei neri, per annullare il loro senso d’inferiorità nei confronti dei bianchi, per infondere negli oppressi (neri, ma anche indiani e meticci) un senso di dignità, di umanità, di coraggio, di orgoglio, di speranza al fine di spezzare le catene dello sfruttamento economico e del razzismo da parte di una minoranza bianca.

Stephen Biko è stato certamente una straordinaria figura anti-apartheid, perché ha messo in evidenza come cambiando semplicemente la mente di un uomo si possa cambiare “il sistema”, si possano cambiare atteggiamenti, e si possano così intraprendere azioni volte a una profonda trasformazione sociale e politica di una nazione.

L’arma più potente nelle mani di un oppressore è la MENTE degli oppressi”, frase celebre di Biko.

Biko morì troppo giovane e troppo presto. Forse, se fosse stato ancora in vita, sarebbe entrato nelle fila dell’ANC come molti altri suoi amici e colleghi del Black Consciousness Movement (si veda per esempio Patrick “terror” Lekota).

La storia però non si fa né con i se, né con i ma…

Piuttosto si fa con la ricerca e l’analisi corretta delle fonti, orali e scritte che siano.

Il 18 agosto 1977, Stephen Biko e l’amico Peter Jones, si imbatterono in un blocco stradale della Security Police, nei dintorni di Grahamstown (provincia orientale del Capo). Furono arrestati sulla base dell’Art. 6 del Terrorism Act, ai sensi del quale una persona poteva essere soggetta a detenzione incommunicado e per un tempo indeterminato. Vennero separati e le loro sorti furono molto diverse. Peter Jones, dopo 533 giorni di detenzione e di torture fisiche e psicologiche, venne rilasciato nel febbraio 1979. Stephen Biko il 12 settembre 1977 morì a causa delle torture subite durante la sua detenzione.

Il 12 settembre 1997, Nelson Mandela, in occasione del ventesimo anniversario della scomparsa di Stephen Biko, volle evidenziare come il BCM, attraverso i suoi messaggi e le sue azioni, abbia rivestito un ruolo non secondario nella lotta contro il regime di apartheid.

Principale contributo di tale movimento – asserì il primo presidente del Sudafrica democratico e multirazziale – fu la cristallizzazione dell’orgoglio nero e di sentimenti di unità fra tutti gli oppressi, con l’intento di contrastare, in primis, la strategia governativa del divide et impera. In tal modo, riuscì a dar forma organizzativa al disagio popolare proprio nel periodo in cui i principali leader politici erano in carcere e partiti come l’ANC e il PAC erano messi al bando.

Continua la letture sul mio Blog dedicato all’Africa

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Il Lungo cammino di Mandela verso la libertà diventa un film

Mancano cinque giorni, qualche ora e qualche secondo (nel momento in cui scriviamo l’articolo) all’uscita in Sudafrica della prima dell’attesissimo film Long walk to freedom. Un evento straordinario, perché finalmente la toccante, coinvolgente autobiografia di Nelson Mandela viene trasposta in video grazie alla perseveranza del produttore Anant Singh. Il progetto di realizzare una pellicola sulla vita di uomo che ha cambiato radicalmente e ha fatto la Storia non solo del Sudafrica era da tempo nell’aria.  Anant Singh ci pensava da parecchi anni, sin dall’epoca in cui Mandela era ancora rinchiuso in cella. Il produttore Singh, sudafricano di chiare origini asiatiche, aveva iniziato ad abbozzare i contenuti del film grazie a uno scambio di lettere con Madiba: chissà quante parole, frasi saranno state censurate? O forse no… Forse la guardia carceraria, James Gregory, diventata poi benevolo verso Mandela, sino a diventarne amico, era riuscito a impedire quella censura che imperversava nel Sudafrica dell’apartheid.

Da quella corrispondenza tra Singh e “il rivoluzionario” Mandela è nato un embrione di progetto per un film che tanti avrebbero voluto girare, ma che solo un produttore sensibile e impegnato come Singh era all’altezza del compito: lo dimostrano altri lungometraggi da lui prodotti, tutti incentrati sulla resistenza anti-apartheid, tra cui Cry, the Beloved Country (basato sulla nota novella di Alan Paton in cui denuncia il sistema razzista). Naturale che Mandela abbia concesso i diritti di utilizzo di Long walk to freedom a un sudafricano impegnato come Anant Singh. Anche da quelle lettere si legge la grandezza di Mandela, uomo politico di altissimo profilo, che chiedeva a Singh: “Davvero la gente vorrà vedere un film sulla mia vita?”. Madiba porgeva questa domanda dimostrando un’infinita umiltà: caratteristica della sua personalità che ha contraddistinto nel passato e che contraddistingue nel presente una sparuta schiera di politici (donne e uomini). Certo che la gente vuole vedere un film sulla sua vita! Questo per tante ragioni: perché è doveroso riprendere e rivalorizzare le gesta di un uomo che ha compiuto enormi sacrifici per ridare la libertà al suo popolo e alla sua terra; perché le nuove generazioni, forse distratte da troppa tecnologia (web, cellulari, playstation ecc.), non conoscono l’importante figura di Mandela, colui che è stato rinchiuso in una minuscola cella per ben 27 anni, ed è altrettanto doveroso educare i giovani consegnando loro figure positive, come Madiba, che ha lanciato al mondo alti principi e valori, dall’antirazzismo al coraggio, dalla forza di un’ideale alla capacità di agire concretamente a favore di quell’ideale, alla perseveranza che ha permesso di far crollare il regime dittatoriale separatista razzista sostenuto (in modo più o meno occultato) da tanti governi occidentali (Gran Bretagna e Stati Uniti in testa).

È doveroso mettere in primo piano – anche attraverso un film – una figura così rilevante dal punto di vista storico e umano come quella di Nelson Mandela per ricordare all’opinione pubblica mondiale che “cambiare si può”, che mai nulla è permanente e che lo status quo di un sistema politico corrotto e illiberale può mutare, grazie alla forza di un’idea. Rileggendo la sua autobiografia Lungo cammino verso la libertà (edita in italiano dalla Feltrinelli), si entra in una realtà estremamente dura, cruenta, fondata su assurde disuguaglianze ispirate dalla convinzione che i bianchi fossero migliori dei neri, perché ritenuti il popolo eletto da Dio per ricreare il paradiso sulla terra, in questo caso la terra del Sudafrica. La religione, interi passi della Bibbia furono deformati, totalmente reinterpretati in chiave razzista per tentare di giustificare l’impianto separatista che la piccola elite bianca afrikaner (di origine boera) e in minoranza inglese era interessata a edificare per motivazioni non solo ideologiche, ma anche economiche. Rileggere questa autobiografia fa bene al cuore e alla mente. Ci fa ricordare che l’individualismo non porta da nessuna parte, e che solo un gruppo di persone umili, preparate, libere, incorruttibili e lungimiranti può abbattere una dittatura, può modificare la realtà!

Ecco perché non può che essere accolto positivamente il film di Anant Singh, perché racconta la vita in un uomo nato in Sudafrica, che ha lasciato la sua comunità natia Xhosa e l’immenso veld – la splendida pianura di questa meravigliosa terra –  per studiare da avvocato a Johannesburg, per poi scoprire che non era affatto libero nella sua stessa patria! Combattere per la libertà divenne dunque la sua urgenza, la priorità nella sua esistenza: un sogno che, dopo secoli di colonizzazione, trasformatisi in segregazione razziale prima e apartheid poi, è divenuto realtà con la dissoluzione delle catene dell’oppressione in Sudafrica.

Sebbene questa nazione arcobaleno stia vivendo una situazione sociale contraddittoria, caratterizzata da disuguaglianze e da numerosi problemi economici, rimane un paese straordinario, con infinite possibilità, grazie al melting pot culturale che lo caratterizza. Mandela, sempre in gravi condizioni cliniche, non ancora (o non più?) in grado di parlare, sembra essere lui al capezzale di un malato: il vero malato è il suo popolo e l’opinione pubblica internazionale, perché l’umanità intera non ha ancora capito e imparato che per creare una società più giusta e migliore bisogna vivere pensando al bene comune, non all’interesse di pochi “eletti”.

Silvia C. Turrin

L’articolo è on line anche sul sito SMA Afriche

Il Trailer ufficiale del film Long walk to freedom:

Nota:
Il film Long walk to freedom uscirà in Italia solo nel gennaio 2014. Nelson Mandela è interpretato dall’attore inglese Idris Elba. Nella soundtrack figura anche la canzone degli U2 Ordinary Love

Altre pellicole uscite anche Italia in cui si racconta parte della vita di Mandela:

  • Invictus – L’invincibile: adattamento cinematografico del romanzo Playing the Enemy: Nelson Mandela and the Game that Made a Nation (Ama il tuo nemico) di John Carlin, ispirato alla situazione in Sudafrica poco tempo dopo l’insediamento di Nelson Mandela come primo Presidente nero della nazione liberata dal giogo dell’apartheid e al ruolo più o meno indiretto che Madiba ebbe in occasione della Coppa del Mondo di rugby del 1995.
  • Goodbye Bafana – Il colore della libertà: ottima pellicola che descrive il rapporto tra Nelson Mandela e la sua guardia carceraria James Gregory a Robben Island prima, nelle prigioni di Pollsmoor e di Victor Verster poi. Anche questo film è tratto da un libro, Goodbye Bafana scritto dallo stesso Gregory. Interessante il cambiamento di mentalità e di opinione della guardia carceraria nei confronti di Mandela, reso possibile dalla diretta conoscenza del leader della resistenza anti-apartheid rinchiuso a Robben Island.

Altre pellicole recenti sulla storia del Sudafrica:

  • In My Country, film basato sulle memorie di Antjie Krog (Terra del mio sangue) e sulle vicende legate ai giorni commoventi, difficili scanditi dalle udienze della Commissione per la Verità e la Riconciliazione.
  • Cry Freedom – Grido di Libertà: la storia dell’amicizia del giornalista liberal bianco Donald Woods e dell’attivista nero Stephen Biko, ideologo principale del Movimento della Consapevolezza Nera (Black Consciousness Movement). Un film in cui il regista Richard Attenborough descrive con acume e serietà il razzismo nel Sudafrica degli anni Settanta, Ottanta (riferimenti alla distruzione di case nelle township, alle deportazioni forzate dei neri, alla rivolta di Soweto).
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Sudafrica, Mamphela Ramphele e Biko, la verità non detta dai giornalisti italiani…

Nella casa-museo di Steve Biko a Ginsberg - la vedova Ntsiki Biko, coi due filgli - foto di Silvia C. Turrin ©
Nella casa-museo di Steve Biko a Ginsberg – Nell’immagine si vedono la vedova Ntsiki Biko, coi due figli, e poi la nonna e la madre di Ntsiki – foto di Silvia C. Turrin ©

 

In questi giorni, sui giornali italiani – anche on line – si stanno sprecando troppe parole insensate sul Sudafrica, su Mandela, sulla situazione sociale e politica della rainbow nation.

Troppe parole insensate di giornalisti che non conoscono molto la storia del Sudafrica e scopiazzano qua e là dai giornali locali!

Un esempio: leggo su un quotidiano “importante”, un articolo scritto da una presunta “firma importante”, di Mamphela Ramphele definita nel pezzo “compagna” di Steve Biko.

Siccome la storia e la vita di Biko le conosco direi abbastanza bene, mi chiedo se quel giornalista della testata importante italiana sia stato nella casa-museo di Biko nella township di King William’s Town o abbia incontrato gli attivisti della Steve Biko Foundation o abbia scritto un libro sul Black Consciousness Movement – E ritengo che un BRAVO giornalista debba spiegare meglio ciò che scrive.

Quindi scrivere in un articolo: “…Mamphela Ramphele, in questi giorni la donna più in vista del Sudafrica, che fu la compagna di Steve Biko, martire della lotta anti-apartheid…”

Perché dire che è stata la compagna di Biko?

Biko aveva una moglie, Ntsiki – vedova per la brutale uccisione del marito dovuta alle torture subite in carcere -,  con lei ha avuto 2 figli, uno dei quali è Nkosinathi Biko, che ho incontrato a JOZI, il quale porta avanti l’eredità del padre.

Pura disinformazione da parte del giornalismo italiano!

Piuttosto meglio sarebbe spiegare ai lettori la VERITÀ. Cioè che:

Mamphela Ramphele è stata una delle figure femminili più combattive e preparate del Movimento della Consapevolezza in Sudafrica. La sua forte personalità attirò Biko, tanto che fra i due nacque un difficile e intenso legame sentimentale, dal quale nacque un bambino, Hlumelo, venuto alla luce nel 1978. Si trattò di un rapporto unico, caratterizzato da reciproco affetto e dal medesimo progetto di liberazione degli oppressi, ma reso complicato dal matrimonio di Biko con Ntsiki. Si originò così una relazione triangolare, alla quale Biko non riusciva o non voleva trovare una soluzione.

Questo testo è un estratto di un mio scritto universitario. Un breve testo che volevo includere nel mio libro dedicato al Movimento di Biko, poi mi sono detta: voglio parlare di movimenti anti-razzisti, di lotta contro l’oppressione e contro l’ignoranza dei bianchi, perché inserire elementi di natura privata NON RILEVANTI alla storia del Sudafrica riguardanti la vita di queste persone?

quanta carta sprecata…quante parole inutili…che si stanno diffondendo, che non ritraggono il vero volto di una terra a me cara, la rainbow nation, un arcobaleno costruito grazie ai sacrifici di persone come Stephen Biko e come Nelson Mandela Rolihlahla

Amandla!

Silvia C. Turrin

 Si vedano in Culture Nature Magazine anche i seguenti articoli correlati:

 

 

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Il movimento della Consapevolezza Nera in Sudafrica.

Nel 1994, terminava ufficialmente l’apartheid in Sudafrica, una lunga, tormentata epoca impregnata di razzismo. In quello storico anno nasceva la “nazione arcobaleno”, sostenuta dalla presidenza di Nelson Mandela. La democrazia che la società sudafricana vive oggi è stata il frutto delle lotte portate avanti, nei decenni precedenti, da uomini e donne comuni, da studenti, da attivisti per i diritti civili, da artisti ed esponenti dell’intellighenzia africana, e da figure politiche dotate della consapevolezza di poter modificare lo status quo edificato con tanta tenacia da una minoranza bianca auto-definitasi “popolo eletto”.

Un ruolo importante nell’infondere orgoglio e speranze tra i neri sudafricani lo ha avuto il Black Consciousness Movement (BCM), il movimento della Consapevolezza Nera, il cui maggiore esponente è stato Stephen Biko (1946-1977).

Il presente saggio descrive il contesto storico in cui fu attivo il BCM (anni ’60 e ’70 del XX secolo), gli influssi (Frantz Fanon, Malcolm X, il Black Power afro-americano) ai quali si sono ispirati i componenti del movimento, oltre che le iniziative realizzate per trasformare il nero sudafricano non più oggetto della storia, ma soggetto attivo, artefice della sua stessa liberazione dal razzismo. L’intento del volume è illustrare la complessità del movimento, il suo richiamo verso la liberazione psicologica e la formazione di un’identità black positiva, nonché l’impatto che ha avuto sullo sviluppo di una nuova generazione di sudafricani più sicura delle proprie potenzialità di cambiamento sociale. Una generazione che costituì linfa vitale per la rinascita dell’African National Congress dopo la rivolta di Soweto. Non a caso, il 12 settembre 1997, in occasione del ventesimo anniversario della morte di Biko, Mandela ha pronunciato queste parole: “La spinta propulsiva della Consapevolezza Nera è stata quella di iniettare orgoglio e unità tra tutti gli oppressi, di sventare la strategia del divide et impera, e di generare nel popolo la fiducia di poter sconfiggere l’oppressione”.

Grazie alla Erga, casa editrice – con sede a Genova – seria e affidabile, attenta a determinate tematiche storico-sociali e politiche, diffondo questo mio scritto per ricordare Biko, il BCM e per sottolineare come gli spettri del razzismo non debbano Mai essere dimenticati per non permettere a folli politici – molti ancora in circolazione – di attuare politiche segregazioniste e separatiste.

Per acquistarlo on line si può accedere al sito di IBS o Amazon

Ti invito a consultare la pagina facebook del libro e se ti va a cliccare Mi Piace

Guarda l’Indice de Il movimento della Consapevolezza Nera in Sudafrica. Dalle origini al lascito di Stephen Biko

Segnalazione del libro Il movimento della Consapevolezza Nera in Sudafrica anche sul sito di SHAMBHOO TRAVELS

Segnalazione recensione del mio libro all’interno del notiziario del Cipsi

Recensione del mio libro nella Rubrica libri di Focus on Africa

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Una bella recensione del mio primo libro da “Diacronie. Studi di Storia Contemporanea”

Con piacere segnalo questa bella recensione del mio libro Il movimento della Consapevolezza Nera in Sudafrica, dalle origini al lascito di Stephen Biko, scritta in modo davvero brillante da Luca Zuccolo, dottorando (PhD student) in Storia Contemporanea presso il SUM (Istituto Italiano di Scienze Umane) di Napoli dove sta sviluppando una ricerca sulla stampa francofona ottomana e la sua rappresentazione dell’Impero d’Oriente.

La recensione completa si può visualizzare sul sito Diacronie. Studi di Storia Contemporanea

Qui di seguito un breve estratto della recensione di Luca Zuccolo:

«L’arma più potente nelle mani di un oppressore è la mente dell’oppresso».
Così scriveva Stephen Biko negli anni 1970 e questo cerca di spiegare Silvia Turrin nel suo saggio sul Black Consciousness Movement.
Turrin, laureata in scienze politiche, con un master in “Storia, didattica e comunicazione” e una carriera da giornalista ben avviata, si è avvicinata a questo tema quasi per caso, rimanendo affascinata dalla personalità di Nontsikelelo (Ntsiki) Biko, figlio maggiore di Steve e direttore della Stephen Biko Foundation.

L’incontro con il figlio di Biko, avvenuto nel 2008, e la complessità del movimento per la Consapevolezza Nera, provocano in Turrin un forte desiderio di far conoscere all’Italia una figura, quella di Steve Biko, e un movimento – il BCM (Black Consciuosness Movement) – fondamentali per la storia sudafricana e per la lotta all’Apartheid, ma ancora sconosciuti al pubblico italiano.

La chiave di lettura data da Turrin, uno dei maggiori punti di forza del suo testo, è senza dubbio l’aspetto psicologico giocato dal movimento di Biko sui suoi affiliati e sulle coscienze dei “neri” africani. La psicologia del movimento, declinata in tutte le sue forme, è il filo rosso che percorre e caratterizza tutto il libro, consentendo una maggiore e migliore comprensione delle azioni e del pensiero di Biko e dei suoi compagni di lotta.

Continua la lettura cliccando qui

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35 anni fa, la morte di Steve Biko. Oggi la guerra contro i minatori

Sono felice di segnalare che la redazione de Il manifesto ha pubblicato il mio articolo “35 anni fa, la morte di Steve Biko” sul sito web.

Si può leggere la versione integrale qui: 35 anni fa, la morte di Steve Biko.
Oggi la guerra contro i minatori

Di seguito, un breve estratto.

Il 12 settembre 1977 moriva in carcere, dopo esser stato torturato, l’attivista simbolo della “Consapevolezza Nera”.

L’anniversario cade mentre lo scontro fra il governo e i minatori raggiunge un nuovo culmine

Silvia C. Turrin – 14.09.2012

Durante il suo attivismo politico, negli anni ’60 e ’70, Stephen Biko usava i suoi scritti, discorsi, e azioni concrete per spronare i neri sudafricani – soggetti del razzismo imperante allora sotto il regime di apartheid – a emanciparsi, a spezzare le catene dell’oppressione non solo fisica, ma anche e soprattutto psicologica. I colonizzatori di origine europea – afrikaner (boeri) e inglesi – erano riusciti a negare la vera essenza dei neri, a negare la loro umanità e le loro capacità. Egli spronava i propri connazionali a reagire all’oppressione fisica, culturale e politica, riprendendo in mano le tradizioni africane, la storia reale e non falsificata, e riacquistando la forza di opporsi al razzismo dominante in Sudafrica. Stephen Biko – a differenza di altri politici africani – aveva saputo far leva sulla dimensione psicologica di chi subiva ingiustizie, cercando – attraverso progetti specifici e concreti – di infondere autostima e coraggio in una comunità nera da tempo passiva. “Cambia la mente alle persone e tutto non potrà mai essere come prima”: era questo il senso del suo pensiero. Per smantellare l’apartheid in Sudafrica era necessario prima modificare la mente e la coscienza della gente oppressa, eliminando in loro quei sentimenti di disistima, di insicurezza, di soggezione verso l’uomo bianco maturati nell’arco di secoli di sfruttamento. Le idee promosse da Biko e dal movimento della Consapevolezza Nera non propugnavano un razzismo alla rovescia – come alcuni autori, politici ecc. – avevano sostenuto (e molti lo continuano a pensare), bensì erano una sottile, profonda analisi degli equilibri socio-culturali ed economici imperanti in Sudafrica. L’élite bianca e le grandi aziende sudafricane e le multinazionali straniere (in testa quelle statunitensi e britanniche) si arricchivano grazie allo sfruttamento di una manodopera nera a basso costo, priva di reali diritti sindacali, civili.

A leggere i giornali sudafricani di questi giorni si direbbe che il decesso di Biko non sia avvenuto 35 anni fa. Sembra che il suo ricordo sia ancora vivido tra la gente e tra quanti condividono ancora le sue idee, racchiuse nel bel libro I write what I like (Pan Macmillan South Africa, 2004).

Continua sul sito de Il Manifesto

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Domani 19 ottobre uscirà il seguito dell’Autobiografia di Nelson Mandela. Dopo Long Walk to Freedom

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12 settembre 1977: la morte in detenzione di Stephen Bantu Biko

 

 

 

 

 

 

 

 

Il testo seguente è tratto dal mio libro Il movimento della Consapevolezza Nera in Sudafrica. Dalle origini al lascito di Stephen Biko

***

ingresso del museo dell'apartheid - a Johannesburg - Foto di Silvia C. Turrin - Da questa mia foto è stata concepita la cover del mio libro

In seguito alla rivolta di Soweto, il governo di Pretoria intensificò gli strumenti repressivi a disposizione sia del sistema giudiziario che delle forze dell’ordine. Utilizzando leggi specifiche legate alla sicurezza dello stato, gli oppositori al regime venivano detenuti, a tempo indeterminato, senza deferimento ai tribunali, subendo gravi violazioni dei diritti umani nel corso del periodo carcerario.

 

 Furono in particolare due i provvedimenti legislativi ai quali le autorità si appellarono per indebolire le forze anti-apartheid. Si trattava dell’Internal Security Act, introdotto proprio nel 1976, e del Terrorism Act, risalente al 1967, ampiamente utilizzato negli anni 1976-1977.[1]

Con il primo, venne estesa la portata del Suppression of Communism Act (1950), ridefinendo illegale qualsiasi organizzazione che, effettivamente o potenzilamente, minacciasse la sicurezza dello stato e il mantenimento della legge e dell’ordine; inoltre, prevedeva la possibilità di bandire ogni pubblicazione che promuoveva il comunismo o che diffondeva i principi dei movimenti ritenuti pericolosi.[2]

Il Ministro della Giustizia, sempre tramite l’Internal Security Act, aveva il potere di ordinare la detenzione preventiva, per un periodo non precisato e in assenza di processo, di chiunque rappresentasse una minaccia per lo stato. L’altro provvedimento legislativo utilizzato in concomitanza con i fatti di Soweto fu il Terrorism Act, nella parte relativa alla Sezione 6. Quest’ultima prevedeva la detenzione, senza imputazione e a tempo indeterminato, di chiunque fosse indiziato di terrorismo: reato definito come qualsiasi attività intesa a mettere in pericolo il mantenimento della legge e dell’ordine in Sudafrica. Dal rapporto del 1977 di Amnesty International si evince che le persone soggette alla Sezione 6 venivano trattenute per l’interrogatorio in zone scelte dalle forze di sicurezza: generalmente si trattava di luoghi non ubicati nelle prigioni ordinarie. Inoltre i parenti, il più delle volte, non venivano informati della detenzione, rendendo così difficile, anche per le organizzazioni umanitarie, accertare il numero effettivo delle persone in stato d’arresto in un determinato momento.[3] Secondo Christopher Merrett, il Terrorism Act divenne una licenza per la tortura e l’uccisione dei detenuti, spesso in una condizione di impunità e di assenza di informazioni in merito.[4] Infatti, in Sudafrica, a partire dagli anni ‘60 sino al decennio degli ‘80, si  verificò una sequela di decessi in detenzione di natura sospetta. A livello ufficiale, i motivi andavano dal suicidio per impiccagione a cause naturali, ma le sempre più numerose denunce di atti di tortura perpetrati dagli agenti di polizia verso i prigionieri lasciavano intravvedere molti dubbi circa le reali dinamiche dei decessi.[5] A prova di tali perplessità – poi ampiamente dimostrate da vari rapporti di organizzazioni umanitarie e, più recentemente, dai documenti finali redatti dalla Truth and Reconciliation Commission of South Africa – è doveroso prendere in considerazione il caso della morte in detenzione di Stephen Bantu Biko. Egli venne arrestato il 18 agosto del 1977 sulla base della già menzionata Sezione 6, del Terrorism Act.

Solo dopo poche settimane, il 12 settembre dello stesso anno, venne annunciato il suo decesso. Secondo la versione ufficiale fornita dalle autorità governative, ribadita dall’allora Ministro della Giustizia e della Polizia James Kruger, Steve Biko sarebbe morto in prigione a causa di uno sciopero della fame iniziato il 5 settembre. Esprimendo l’indignazione e l’incredulità di molti a tale spiegazione, un editoriale  – apparso sul quotidiano sudafricano Rand Daily Mail – sottolineò come le persone non morissero per inedia nell’arco di soli sette giorni. I dubbi sulla reale causa del decesso aumentarono in seguito alla dichiarazione di Donald Woods, secondo la quale, poco prima dell’arresto, Biko gli promise che non avrebbe attuato lo sciopero della fame durante il suo periodo di detenzione.[6] Agli interrogativi che circondarono la scomparsa dell’esponente più popolare del BCM si diede risposta, seppur parziale, attraverso il rapporto post-mortem. Compilato durante la metà di settembre, venne consegnato a James Kruger il 24 ottobre 1977, ma non fu immediatamente pubblicato. Da esso risultò chiaro come l’inedia non fosse l’effettiva causa della morte di Biko, bensì fu un danno cerebrale – risalente a circa otto giorni prima del 12 settembre – a provocarne il decesso. In seguito alla lesione, si verificò una riduzione della circolazione sanguigna, resa difficile anche dalla coagulazione intravascolare; inoltre, erano evidenti segni di insufficienza renale ed uremia.[7] Il rapporto evidenziò almeno una dozzina di altre escoriazioni e contusioni, incluse ferite costali. L’indagine post-mortem, condotta dal Dott. Johan Loubser e dal Dott. Jonathan Gluckman, entrambi patologi, corroborò le notizie e le ipotesi formulate da alcuni quotidiani sudafricani, in primis il Rand Daily Mail e il Sunday Times di Johannesburg.[8] Alla fine del 1977, si aprì la prima inchiesta formale sulla morte di Stephen Biko: dopo una breve udienza avvenuta il 27 ottobre, i dibattimenti veri e propri vennero aggiornati al 14 novembre dello stesso anno.[9]

continua nelle pagine del mio libro…


[1]Inizialmente, l’Internal Security Act fu denominato Protection of State Security Bill, la cui forma abbreviata era “S.S. Bill”. Proprio questa espressione venne utilizzata dagli oppositori al regime di apartheid per il chiaro riferimento alla dittatura nazista. Il governo di Pretoria optò quindi per una modifica semantica: il contenuto e la natura repressiva di tale provvedimento rimasero comunque inviariti.

[2]Cfr. C. Merrett, A culture of censorship, cit., p.93. Per maggiori dettagli relativi al Suppression Communism Act, si rimanda all’introduzione di questo lavoro.

[3]Cfr. Amnesty International, Rapporto 1977, p.62.

[4]Cfr. C. Merrett, A culture of censorship, cit., p.49.

[5]L’uso della tortura da parte delle forze di polizia aumentò in modo impressionante con l’introduzione, nel 1963, della clausola detta dei 90 giorni: in quest’arco di tempo, qualunque persona sospettata di attività politiche sovversive poteva essere detenuta senza mandato e trattenuta in isolamento, senza poter appellarsi alla difesa. In seguito, tale clausola venne perfezionata consentendo la detenzione preventiva, senza imputazione nè processo, per un periodo di 180 giorni. Dal rapporto della TRC si stima che le forze di sicurezza sudafricane praticavano diversi tipi di tortura nei confronti dei prigionieri: pestaggi, maltrattamenti fisici tramite l’uso di strumenti elettrici, violenza psicologica, soffocamento e deprivazioni. Cfr. Truth and Reconciliation Commission, Truth and Reconciliation Commission of South Africa Report, Vol.2, Cape Town, 1998, pp.190 e 197; Jean Guiloineau, Nelson Mandela. Biografia, Milano, Arnoldo Mondadori Editore, 1990, p.236.

[6]Cfr. Africa Research Bullettin. Political, Social and Cultural Series, Vol.14, January 1 – December 31, 1977, pp. 4567 e 4568. Biko confidò a Donald Woods, durante un loro colloquio, che non sarebbe mai stato vittima, per sua volontà, di una delle seguenti quattro cause di morte: impiccagione, soffocamento, dissanguamento (per essersi reciso le vene), digiuno.  Nel caso si fosse verificata una delle ipotesi menzionate, Woods doveva ritenerla una falsità. In merito, si veda D. Woods, Biko, cit., pp.225 e 226.

[7]Il fenomeno dell’uremia, ovvero l’accumulo nel sangue di scorie azotate, è generalmente una diretta conseguenza dell’insufficienza renale.

[8]Cfr. Africa Research Bullettin, Vol.14, cit., pp.4610 e 4611. Entrambi i quotidiani pubblicarono rapporti che confutavano lo sciopero della fame come causa del decesso di Biko, dimostrando come egli, quando morì, fosse in sovrappeso. Bisogna inoltre notare che Donald Woods, con Ntsiki, vedova del leader del BCM, riuscirono a vedere la salma di Biko ed entrambi constatarono come non presentasse alcun segno di malnutrizione. In proposito, si veda D. Woods, Biko, cit., p.227.

[9]L’eccidio di Soweto e la morte in detenzione di Stephen Biko, spinsero il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite a decretare, in modo unanime, l’embargo delle armi contro il Sudafrica. Nella risoluzione S/RES/392, datata 19 giugno 1976, il Consiglio di Sicurezza riaffermava che la politica di apartheid non solo era un crimine contro la coscienza e la dignità del genere umano, ma comprometteva seriamente la pace e la sicurezza internazionale. In realtà, il primo embargo delle armi fu adottato nel 1963, ma non conteneva un mandato e non venne appoggiato da tutti i membri del Consiglio di Sicurezza. Dopo il massacro di Soweto, anche il Comitato speciale contro l’apartheid appoggiò tale embargo e chiese il totale isolamento del regime razzista sudafricano. Già nel 1973, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite dichiarò l’apartheid un “crimine contro l’umanità”. In merito, si veda United Nations Organization, U.N.O., The United Nations and Apartheid, 1948-1994, New York, United Nations Department of Public Information, 1994, pp.33, 37, 38, 48, 326, 339, 342.

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