Storie di immigrati, tra speranze e tragedie

Gianfranco Rosi è stato insignito dell’Orso d’oro alla Berlinale con un docufilm impegnato e purtroppo attualissimo, “Fuocoammare”. Un Premio meritato che dimostra la creatività e l’umanità di tanti… tanti italiani, artisti e non.
Questa news mi permette però di ricordare un altro docufilm passato in sordina dal titolo “Il Colore del Vento” (di cui avevo scritto ormai 5 anni fa) che vede la partecipazione di Mauro Pagani con la musica di Creuza de Mä composta insieme al compianto Fabrizio De André.

Di seguito l’articolo relativo a “Il Colore del Vento”.

Viaggiare significa scoprire, conoscere, confrontarsi con altre culture, ampliare o modificare la propria visione del mondo. Partendo da queste riflessioni, il regista Bruno Bigoni ha realizzato l’intenso documentario Il Colore del Vento (prodotto dalla Minnie Ferrara & Associati in collaborazione con Lumière & Co). Ispirandosi al progetto artistico di Creuza de Mä realizzato da Fabrizio De André nel 1984, in collaborazione con il versatile polistrumentista Mauro Pagani, la pellicola narra le esistenze di donne e uomini molto diversi tra loro, per estrazione sociale, idioma, Paese d’origine, accomunati però dalle storie, passate e presenti, che il Mar Mediterraneo ha portato e porta con il suo continuo imperituro movimento delle onde. Un ambiente liquido dove si sviluppano scambi culturali, ma anche scontri.

Le vite delle persone raccontate nel film sono messe tra loro in comunicazione grazie all’itinerario di una nave mercantile che, dal porto di Genova, salpa verso altre città, bagnate dalle acque del Mediterraneo. Tra le varie tappe c’è Lampedusa, che continua a essere un luogo di passaggio, o meglio, una sorta di limbo tra una vita di stenti, dittature, guerre e la speranza di un domani migliore. Qui sono protagonisti i volti di tanti africani, considerati da certi politici e cittadini italiani “non persone”, perché clandestini: una parola mal utilizzata e recepita in modo peggiorativo, tanto da minare valori etici quali l’accoglienza e il rispetto. Il mare per gli immigrati africani può essere la loro salvezza, il punto di partenza verso una nuova vita, ma al contempo rappresenta la paura, l’incertezza e purtroppo può essere anche un luogo di morte.

La nave attracca anche a Tangeri, definita “la Porta d’ Africa”, crogiolo di tante culture – marocchina, europea, africana –  dove s’incontrano le acque del mar Adriatico e del Mediterraneo. Il percorso conduce verso altre città – Sousse, Sidone, Dubrovnik, Bari, Barcellona – dove si osserva l’incessante fenomeno della fusione culturale, che si esprime anche attraverso il linguaggio universale dell’arte. Accanto alla mescolanza di genti viene mostrato l’odio etnico e razziale, causa di terribili conflitti. Il viaggio termina dove è iniziato, a Genova, da sempre centro di sbarchi, di partenze, di contaminazioni sociali e culturali. Al suo porto giungono tantissimi volti, come le donne nigeriane, costrette con la forza e il ricatto a prostituirsi. Il documentario racconta le loro aspettative che poi diventano effimere illusioni, perché non troveranno mai ciò che sperano, cioè un lavoro e una nuova prospettiva di vita nella ricca Europa. I loro sogni si infrangono nei meandri di reti criminali ben organizzate, che si arricchiscono con denaro sporco. Il Colore del Vento è un viaggio scandito da forti drammi esistenziali, da inquietudini e dalla precarietà di tante esistenze. Sta a noi, alle persone, trasformare il Mediterraneo in un Mare Nostrum, dove le differenze convivono per costruire un grande spazio comune dai tanti colori.

Silvia C. Turrin

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