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Africa,  Storia e Archeologia

Niger e jihadismo, ce ne parla il prof. Uoldelul Chelati Dirar

Per approfondire ciò che sta accadendo in questi ultimi anni in Niger, abbiamo intervistato Uoldelul Chelati Dirar, Professore di Storia e istituzioni dell’Africa presso l’Università di Macerata (Dipartimento di Scienze Politiche, della Comunicazione e delle Relazioni Internazionali). Autore di varie pubblicazioni, tra cui Colonie e postcolonia come spazi diasporici (Carocci, 2011), il Prof. Uoldelul Chelati Dirar, originario dell’Eritrea, ha compiuto gli studi secondari ed universitari in Italia, completando il suo percorso con il dottorato di ricerca in Storia e istituzioni dell’Asia e dell’Africa moderna e contemporanea presso l’Università degli Studi di Cagliari. Dopo un periodo di insegnamento – dal 1998 al 2003 – presso il Dipartimento di Storia dell’Università di Asmara (Dipartimento del quale è stato anche direttore dal 1998 al 2002), è ritornato in Italia, dove insegna stabilmente presso l’Università di Macerata. In questa intervista il Prof. Uoldelul Chelati Dirarci spiega, da un punto di vista storico e sociologico, i motivi che hanno facilitato il radicamento dei movimenti jihadisti in Niger e nei Paesi limitrofi.

intervistato Uoldelul Chelati Dirar intervista sul Niger

Silvia Turrin: Perché e come il Niger è stato coinvolto nel jihadismo?

U. Chelati Dirar: Dal punto di vista storico, il jihadismo è un fenomeno in realtà ricorrente. In genere questo elemento non viene preso in considerazione, ma alla fine del ’700 e all’inizio dell’800 del secolo scorso, nella regione saheliana si è manifestata una forma molto simile a quella del fondamentalismo islamico. Si trattava di una espressione islamica definibile spartana, ma radicale. È stato un fenomeno che già coinvolse un ampio territorio, dall’attuale Senegal alla Mauritana fino al Ciad. Quello del jihadismo è un fenomeno che esiste da tempo e ha una matrice molto più complessa di quello che normalmente viene descritto.

ST: In che senso “molto più complessa”?

UCD: Per spiegare e capire questo fenomeno si può partire da vari livelli di analisi. Prendiamo il caso di Boko Haram in Nigeria. Negli ultimi 30 anni, questa setta islamica armata è riuscita ad attecchire in una vasta regione nigeriana. In Nigeria, in Mali e adesso anche in Niger queste forze islamiche riescono a radicalizzarsi in quelle zone periferiche, dove lo Stato ha rappresentato una forza politico-amministrativa lontana, talvolta assente o latitante, debole. La mancanza di servizi fondamentali come le scuole, le infrastrutture, il welfare state hanno accresciuto proprio in quelle zone periferiche la percezione di essere marginalizzati. Questa percezione è aumentata a partire già dagli anni Novanta del XX secolo, un periodo in cui si assiste a una crescita di moschee e madrasse, ovvero le scuole di formazione coranica, spesso finanziate anche da attori esterni, come i Sauditi.

Tutto ciò ha rafforzato l’Islam a livello sociale e politico. I rapporti disparitari fra centro e periferia hanno stimolato lo sviluppo di un terreno fertile per un’ulteriore radicalizzazione religiosa. Inoltre, formazioni radicali, come Boko Haram, non sono mai solamente strumentalizzazioni esterne, ma partono sempre da istanze locali e da problemi locali su cui poi queste formazioni capitalizzano e tessono reti. Quindi direi che la chiave per capire la situazione in Niger, e più in generale nella regione saheliana, consiste nell’analizzare i rapporti tra centro e periferia.

ST: Quanto hanno influito la crisi libica e la destituzione di Gheddafi?

UCD: La crisi libica ha rappresentato un vero e proprio detonatore, perché ha disaggregato una serie di forze, liberando soprattutto competenze militari.

ST: Anche la guerra in Mali è collegata alla crisi libica?

UCD: In parte sì. Dopo la destituzione di Gheddafi masse di soldati, che avevano acquisito una serie di competenze militari, di colpo, non hanno più un’occupazione e fuggendo portano con sé know how, ma anche armamenti. Questi militari trovano un nuovo collante nell’islam radicale. Ciò ha portato a un inasprimento dello scontro.

ST: Quindi la dimensione religiosa non è di facciata, ma è reale…

UCD: Non si può ignorare che l’Islam sia un collante molto potente e una base per la creazione di modelli teocratici. Basti considerare ciò che è accaduto a partire dal 2011-2012. Gruppi fondamentalisti hanno formato nella regione settentrionale del Mali l’avamposto di un Califfato islamico in Africa. Quindi la matrice religiosa rimane forte. Naturalmente, molti di questi movimenti per sostenersi si basano su attività illegali, come i rapimenti o traffici di migranti e di droga. Commerci illegali nella regione saheliana ci sono sempre stati, cambia però col tempo la merce.

ST: Perché secondo lei rapiscono missionari o cooperanti, e non personaggi politici o funzionari?

UCD: Una delle primi dichiarazioni lanciate da Jama’at Nusrat al-Islam wal Muslimeen sottolineava come gli occidentali fossero il target principali delle loro attività. Gli occidentali sarebbero stati nel mirino di questa galassia jihadista. Così è stato. Rapire un missionario o un giornalista o un turista produce una maggiore risonanza e dà una credibilità. Bisogna ricordare che molti movimenti jihadisti hanno fatto richiesta di accreditamento all’Isis e prima di riceverla può passare molto tempo. Non a caso hanno aumentato i loro atti violenti, proprio per dimostrare di possedere tutti i crismi per ottenere una sorta di approvazione da parte all’Isis. Vorrei sottolineare anche un altro punto a mio avviso importante. Ci si concentra molto sulla violenza di questi gruppi a livello terroristico e sulla loro crudeltà.

Questo aspetto è innegabile, però bisogna anche considerare il fatto che un movimento come Boko Haram è ormai da anni attivo in Nigeria. È assediato dagli eserciti di quattro nazioni e dai droni americani, eppure continua a essere più che funzionale. È evidente che vi sia una qualche forma di sostegno locale importante. Non si tratta solo di fanatismo. Secondo me è indispensabile analizzare la percezione della popolazione locale che si sente marginale, irrilevante e abbandonata dallo Stato centrale. Quando, in una condizione di marginalizzazione, si presenta una forza politico-religiosa che offre lavoro e garanzie sociali, allora il sostegno locale può essere meglio compreso. Un sostegno che viene alimentato dal forte collante ideologico dell’Islam. In questa situazione si crea uno spazio dicotomico, in cui si cristallizzano i nemici che possono essere gli europei o gli occidentali in generale o lo Stato centrale. Questi sono elementi da non trascurare per capire ciò che sta accadendo in Niger e negli Stati confinanti.

A cura di Silvia C. Turrin, che ha realizzato l’intervista 

L’articolo-intervista è on line sul sito SMA.
Tutti i diritti riservati per stampa e web; per autorizzazione alla ripubblicazione scrivere a: info@missioniafricane.it

 

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