Hugh Masekela e Archie Shepp, jazz inneggiante Black Pride!

Marsiglia è per tutto il 2013 Capitale Europea della Cultura. Tanti eventi – tra arte, fotografia, letteratura, musica – vengono organizzati regolarmente per suggellare questo importante status. Per l’occasione lo staff del Festival Jazz des Cinq Continents hanno invitato artisti davvero eccezionali: anche se c’è da notare che dalla sua prima edizione (correva l’anno 2000), questa rassegna ha sempre dato spazio a musicisti di alto livello, da Maceo Parker a Omar Sosa, da Paolo Fresu a Roy Hargrove.

Sotto la direzione artistica di Bernard Souroque, il Festival Jazz dei 5 Continenti sta dimostrando di dare spazio realmente alle diverse espressioni musicali del pianeta. Ne è stata una prova la serata del 25 luglio, che ha visto protagonisti due icone del jazz, il sudafricano Hugh Masekela e l’afroamericano Archie Shepp.

il trombettista sudafricano Hugh Masekela

Il primo, a dispetto dei suoi 74 anni, ha sviscerato sul palco una grande energia e carica positiva attraverso la sua voce e danze tipiche sudafricane. Grazie ai due maxischermi istallati in alto ai lati del palco, è stato possibile osservare con attenzione le espressioni e i gesti dei musicisti. Il volto di Masekela appariva sorridente e divertito, concentrato nel suonare davanti al pubblico, numeroso, affluito con entusiasmo nel meraviglioso parco del Palazzo Longchamp. Con all’attivo oltre 40 dischi, “Brother Hugh”, come è familiarmente chiamato, ha presentato con la sua band alcune delle tracce incluse nel suo ultimo cd Playing@Work, un tripudio di ritmi scanditi dall’intreccio fra jazz e musica tradizionale sudafricana. Particolarmente toccante e coinvolgente è stato il suo riferimento a un grande uomo, che ha trascorso più di vent’anni in carcere e che ha liberato la sua terra da un governo ingiusto e oppressivo, Nelson Mandela. A lui ha dedicato il brano “Bring Him Back Home (Nelson Mandela)”, durante il quale il pubblico ha danzato seguendo queste note di libertà.

Masekela attraverso la sua musica parla della Madre Africa, del razzismo, dell’oppressione che ha vissuto la sua terra d’origine, parla di governi autoritari e del diritto di ogni popolo di scalzarli dal potere. Sul volto di Masekela, mentre suonava, si leggeva il peso della storia: il peso del suo esilio forzato dal Sudafrica durante il periodo oscuro dell’apartheid, il peso delle ingiustizie e delle prepotenze di uomini che si sentono superiori ad altri solo per il diverso colore della pelle. “Brother Hugh”, tra i più noti jazzisti sudafricani, ha espresso ancora una volta la sua straordinaria capacità di usare la musica per lanciare messaggi di fratellanza, di giustizia e di speranza per una società non più dominata da figure politiche corrotte.

la copertina dello storico album Attica Blues di Archie Shepp

Altrettanto impegnato è stato, nella seconda parte della serata, il grande musicista afroamericano Archie Shepp, classe 1937. Nonostante l’età, come Masekela, il polistrumentista e compositore statunitense ha sviscerato ancora una volta tutto il suo talento e la straordinaria abilità di creare un pathos sospeso tra poesia, jazz e sensibilità sociale.

Accompagnato da un collettivo di musicisti numerosi, degno di una grande orchestra di ellingtoniana memoria, Mr Shepp ha riproposto molte tracce incluse nel suo storico Attica Blues. Un disco ispirato al massacro di Attica, nome del penitenziario di New York dove nel settembre 1971 si verificò un’imponente protesta dei carcerati che chiedevano migliori condizioni di vita e maggiore rispetto dei loro diritti: negli scontri furono uccisi 29 carcerati, molti portoricani e afroamericani.

Attica Blues rimane un manifesto jazz afrocentrico, un inno in musica per il rispetto dei diritti civili dei neri, una denuncia ancora terribilmente attuale. All’inizio del live la voce di Shepp ha ripercorso quei tragici eventi, chiedendosi infine qual è la frontiera che separa un uomo libero da un uomo prigioniero: davvero gli uomini che si credono liberi lo sono realmente? Idee, pensieri, riflessioni socialmente rilevanti che si fondono con arrangiamenti straordinari scanditi da una poetica free-jazz. Dall’album Attica Blues, Archie Shepp ha riproposto “Blues for Brother George Jackson”, “Quiet Dawn”, “Ballad for a Child”, “Steam”, oltre all’omonima track dello storico disco. Bravissime le coriste che l’hanno accompagnato, in particolare Amina Claudine Myers, pianista e interprete dalla voce intensa e profonda, che ha al suo attivo progetti solistici e collaborazioni di alto livello (Art Ensemble of Chicago, Lester Bowie fra gli altri).

Ma Shepp, sassofonista, pianista, poeta e songwriter impegnato da sempre “politicamente” – basti ricordare il testo scritto insieme allo scrittore afroamericano LeRoy Jones (poi Amiri Baraka dopo la sua adesione ai musulmani neri) dal titolo The Communist, ai suoi viaggi in Africa e alla partecipazione nel 1969 al PanAfrican Festival – ha attinto da altri album, regalando al pubblico “Mama Too Tight” tratta dall’omonimo disco datato 1966, e poi ancora “U-Jamaa” scritta per la figlia (una parola con riferimenti alla lingua swahili). Il suo stretto, fortissimo legame con le radici africane e poi con la cultura afroamericana rimane indelebile, tangibile in ogni sua nota. Con lui il jazz esprime la sua vera natura di musica in cui il Black Pride, l’orgoglio nero, fa sentire la sua penetrante, graffiante e autentica voce!

Silvia C. Turrin

L’articolo è on line anche su AmadeusOnline.net

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