Elie Wiesel, per non dimenticare l’orrore nazista

Elie Wiesel

Elie Wiesel – foto columbia.edu

Lo scrittore Elie Wiesel nacque nel 1928 a Sighet, in Transilvania; venne deportato ad Auschwitz e Buchenwald. Dopo la guerra si è trasferito prima in Francia, poi negli Stati Uniti, dove ha insegnato all’Università di Boston. Nel 1986 ha ricevuto il premio Nobel per la pace.

Sopravvissuto all’Olocausto, per tutta la sua esistenza ha utilizzato la sua voce e la scrittura per denunciare gli orrori del nazismo, per fa sì che i mostri generati allora in una società fondata sul principio del più forte e del dominio di un certo segmento sociale non si materializzassero mai più!

E’ morto ieri, sabato 2 luglio 2016. Per ricordarlo, riporto qui di seguito un breve estratto dal suo romanzo autobiografico La notte (Giunti).

***

[…] Gli oggetti cari che avevamo portato fin qui rimasero nel carro e con loro, alla fine, le nostre illusioni.

Ogni due metri una S.S., il mitra puntato su di noi. La mano nella mano seguivamo la massa.

Un graduato delle S.S. ci venne incontro, il manganello in mano. Ordinò:

– Uomini a sinistra! Donne a destra!

Quattro parole dette tranquillamente, con indifferenza, senza emozione. Quattro parole semplici, brevi. Ma fu l’i­stante in cui abbandonai mia madre. Non avevo avuto neanche il tempo di pensare che già sentivo la pressione della mano di mio padre: restammo soli. In una frazione di secondo potei vedere mia madre, le mie sorelle, andare verso destra. Zipporà teneva la mano della mamma. Le vidi allon­tanarsi; mia madre accarezzava ì capelli biondi di mia sorel­la, come per proteggerla, mentre io continuavo a marciare con mio padre, con gli uomini. E non sapevo certo che in quel luogo, in quell’istante, io abbandonavo mia madre e Zipporà per sempre. Continuavo a marciare. Mio padre mi teneva per mano. Dietro a me un vecchio crollò per terra. Accanto a lui una S.S. rimetteva la rivoltella nel fodero.

La mia mano si stringeva al braccio di mio padre. Un solo pensiero: non perderlo. Non restare solo.

Gli ufficiali delle S.S. ci ordinarono:

– In file di cinque.

Un tumulto. Bisognava assolutamente restare insieme. – Ehi, ragazzo, quanti anni hai?

Era un detenuto che mi interrogava. Io non lo vedevo in viso, ma la sua voce era stanca e calda.

Non ancora quindici anni.

– No, diciotto.

– Ma no – replicai. – Quindici.

– Razza di cretino, ascolta ciò che io ti dico. Poi interrogò mio padre che rispose:

– Cinquant’anni.

Più furioso ancora, l’altro riprese:

– No, non cinquant’anni. Quaranta. Avete capito? Di­ciotto e quaranta.

Scomparve con le ombre della notte. Ne arrivò un altro, le labbra piene di imprecazioni:

– Figli di cani, perché siete venuti? Eh, perché? Qualcuno osò rispondergli:

– Cosa credete? Che siamo venuti per divertimento? Che abbiamo chiesto noi di venire?

Ancora un po’ e l’altro l’avrebbe ucciso:

– Taci, figlio di porco, o ti schiaccio dove sei! Avreste dovuto impiccarvi là dove eravate piuttosto che venire qui. Non sapevate dunque cosa si preparava qui, ad Auschwitz? Lo ignoravate? Nel 1944?

Si, l’ignoravamo. Nessuno ce l’aveva detto. Lui non credeva ai suoi orecchi. Il suo tono si fece sempre più brutale.

– Vedete, laggiù, il camino? Lo vedete? Le fiamme, le vedete? (Si, le vedevamo, le fiamme). Laggiù, è laggiù che andrete. È laggiù la vostra tomba. Non avete ancora capito? Figli di cani, non capite dunque nulla? Vi bruceranno! Vi arrostiranno! Vi ridurranno in cenere! – II suo furore divenne isterico. Noi restammo immobili, pietrificati. Tutto ciò non era un incubo? Un incubo inimmaginabile?

Qua e là sentivo mormorare:

– Bisogna fare qualcosa. Non dobbiamo lasciarci ucci­dere, non dobbiamo andare come bestie al macello. Bisogna rivoltarci.

Fra di noi si trovavano alcuni uomini ben piantati. Avevano con sé dei pugnali e incitavano i loro compagni a gettarsi sui guardiani armati. Un ragazzo disse:

Che il mondo sappia dell’esistenza di Auschwitz. Che lo sappiano tutti coloro che possono ancora sfuggirgli…

Ma i più vecchi imploravano i loro figli di non fare sciocchezze:

– Non bisogna perdere la fiducia, anche se la spada è sospesa sopra le nostre teste. Così parlavano i nostri Saggi.

Evento della rivolta si placò. Noi continuammo a mar­ciare fino a un incrocio. Al centro c’era il dottor Mengele, questo famoso dottor Mengele (tipico ufficiale delle S.S., volto crudele, non privo di intelligenza, monocolo), una bacchetta da direttore d’orchestra in mano, in mezzo ad altri ufficiali. La bacchetta si muoveva senza tregua, una volta a destra, una volta a sinistra.

Già mi trovavo davanti a lui:

– La tua età? – domandò con un tono che forse voleva essere paterno.

– Diciott’anni. – La mia voce tremava.

– Sano?

– Sì.

– Il tuo mestiere?

Dire che ero studente?

– Contadino – mi sentii rispondere.

Quella conversazione non era durata più di qualche secondo. A me era sembrata un’eternità.

La bacchetta verso sinistra. Io feci un mezzo passo in avanti. Volevo prima vedere dove avrebbe mandato mio padre. Fosse andato a destra, io l’avrei raggiunto.

La bacchetta si inclinò anche per lui verso sinistra. Un peso mi cascò dal cuore.

Noi non sapevamo ancora quale direzione fosse quella buona, se quella a sinistra o quella a destra, quale strada portasse alla prigionia e quale al crematorio, ma tuttavia mi sentivo felice: ero accanto a mio padre. La nostra processio­ne continuava ad avanzare, lentamente.

Un altro detenuto si avvicinò:

– Contenti?

– Si – rispose qualcuno.

– Disgraziati, state andando al crematorio.

Sembrava dire la verità. Non lontano da noi delle fiam­me salivano da una fossa, delle fiamme gigantesche. Vi si bruciava qualche cosa. Un autocarro si avvicinò e scaricò il suo carico: erano dei bambini. Dei neonati! Sì, l’avevo visto, l’avevo visto con i miei occhi… Dei bambini nelle fiamme. (C’è dunque da stupirsi se da quel giorno il sonno fuggì i miei occhi?).

Ecco dunque dove andavamo. Un po’ più avanti avrem­mo trovato un’altra fossa, più grande, per adulti.

Io mi pizzicai la faccia: ero ancora vivo? Ero sveglio? Non riuscivo a crederci. Com’era possibile che si bruciasse­ro degli uomini, dei bambini, e che il mondo tacesse? No, tutto ciò non poteva essere vero. Un incubo… Presto mi sarei risvegliato di soprassalto, con il cuore in tumulto, e avrei ritrovato la mia stanza, i miei libri…

La voce di mio padre mi strappò ai miei pensieri:

– Peccato… Peccato che tu non sia andato con tua ma­dre… Ho visto parecchi ragazzi della tua età andarsene con le loro mamme…

La sua voce era terribilmente triste. Capii che non voleva vedere ciò che mi avrebbero fatto. Non voleva vedere bruciare il suo unico figlio.

Un sudore freddo mi copriva la fronte, ma gli dissi che non credevo che si bruciassero degli uomini nella nostra epoca, che l’umanità non l’avrebbe più tollerato…

– L’umanità? L’umanità non si interessa a noi. Oggi tutto è permesso, tutto è possibile, anche i forni crematori… La voce gli si strozzava in gola.

– Papà, – gli dissi – se è cosi non voglio più aspettare. Mi butterò sui reticolati elettrici: meglio questo che agoniz­zare per ore nelle fiamme.

Lui non mi rispose. Piangeva. Il suo corpo era scosso da un tremito. Intorno a noi tutti piangevano. Qualcuno si mise a recitare il Kaddish, la preghiera dei morti. Non so se é già successo nella lunga storia del popolo ebraico che uo­mini recitino la preghiera dei morti per se stessi.

Yitgaddàl veyitkaddàsh shemé rabbà… Che il Suo Nome sia ingrandito e santificato… – mormorava mio pa­dre.

Per la prima volta sentii la rivolta crescere in me. Perché dovevo santificare il Suo Nome? L’Eterno, il Signore dell’Universo, l’Eterno Onnipotente taceva: di cosa dove­vo ringraziarLo?

Continuammo a marciare. Ci avvicinammo a poco a poco alla fossa da cui proveniva un calore infernale. Ancora venti passi. Se volevo darmi la morte, questo era il momen­to. La nostra colonna non aveva da fare più che una quindi­cina di passi. Io mi mordevo le labbra perché mio padre non sentisse il tremito delle mie mascelle. Ancora dieci passi. Ot­to. Sette. Marciavamo lentamente, come dietro un carro fu­nebre, seguendo il nostro funerale. Solo quattro passi. Tre. Ora era là, vicinissima a noi, la fossa e le sue fiamme. Io raccoglievo tutte le mie forze residue per poter saltare fuori dalla fila e gettarmi sui reticolati. In fondo al mio cuore da­vo l’addio a mio padre, all’universo intero e, mio malgrado, delle parole si formavano e si presentavano in un mormorio alle mie labbra: Yitgaddàl veyitkaddassh shemé rabbà… Che il Suo Nome sia elevato e santificato… Il mio cuore stava per scoppiare. Ecco: mi trovavo di fronte all’Angelo della morte…

No. A due passi dalla fossa, ci ordinarono di girare a si­nistra, e ci fecero entrare in una baracca.

Io strinsi forte la mano di mio padre. Lui mi disse: – Ti ricordi la signora Schächter, sul treno?

Mai dimenticherò quella notte, la prima notte nel cam­po, che ha fatto della mia vita una lunga notte e per sette volte sprangata.

Mai dimenticherò quel fumo.

Mai dimenticherò i piccoli volti dei bambini di cui avevo visto i corpi trasformarsi in volute di fumo sotto un cielo muto.

Mai dimenticherò quelle fiamme che consumarono per sempre la mia Fede.

Mai dimenticherò quel silenzio notturno che mi ha tolto per l’eternità il desiderio di vivere.

Mai dimenticherò quegli istanti che assassinarono il mio Dio e la mia anima, e i miei sogni, che presero il volto del deserto.

Mai dimenticherò tutto ciò, anche se fossi condannato a vivere quanto Dio stesso. Mai.

Elie Wiesel

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