Category Archive Storia e Archeologia

Cederberg sudafrica

A nord di Città del Capo, tra pitture rupestri e vallate fiorite

La regione sudafricana del Cederberg è un’area montana ancora incontaminata, caratterizzata da paesaggi unici. Questa è una zona per chi ama stare a contatto con la natura selvaggia, tra insolite formazioni rocciose in cui si possono scoprire antiche pitture rupestri. A solo due ore da Città del Capo, si ammirano i monti del Cederberg, cime con varie altitudini, che raggiungono i 2000 metri. Costituite da arenaria, le rocce sono state plasmate nel corso dei millenni dal vento e dalla pioggia. Il processo di erosione ha dato vita nella pietra a particolari conformazioni. Tra le più note vi è una roccia, dalla forma di una grande Croce Maltese, alta circa venti metri. Altrettanto suggestivo è il Wolfberg Arch, i cui colori al tramonto e all’alba creano indimenticabili giochi di luce e ombra. L’aspetto singolare di certe formazioni rocciose lo si può notare soltanto da determinate angolazioni e prospettive. È il caso di Soldaatkop, una bizzarra formazione rocciosa che ricorda il volto di una persona, ma che si può soltanto riconoscere viaggiando in direzione Clanwilliam, lungo la R364.

arco wolfberg sudafrica

Le montagne di questa regione, un tempo, erano i rifugi degli antichi San, i Boscimani. Lo testimoniano gli oltre duemila siti scoperti nel Cederberg, dove si ammirano le pitture rupestri degli abitanti originari del Sudafrica. Alcune pitture sono rappresentazioni della loro vita quotidiana, scandita dalla caccia e dalla danza, altre ancora rimangono enigmatiche. Numerosi disegni sono stati dipinti da sciamani San dopo aver raggiunto una sorta di trance. Molte pitture rappresentano quindi visioni che vanno oltre la dimensione tangibile e materiale. L’arte si unisce ad antichi rituali e a primigenie forme di spiritualità. Non sorprende che questi siti siano protetti come patrimonio nazionale.

Particolari sono le testimonianze rupestri nelle grotte di Stadsaal, dove sono ritratti elefanti accanto a strane figure togate. Queste pitture ci testimoniamo di un passato dove la natura era variegata, oltre che madre nutrice. Purtroppo, gli elefanti in quest’area del Sudafrica non s’incontrano più. Uno degli ultimi avvistamenti di pachidermi nel Cederberg risale al lontano Settecento. Tra cascate, grotte, zone acquitrinose, torrenti vivono però indisturbati altri numerosi mammiferi, tra cui leopardi, babbuini, in particolare il babbuino chacma, antilopi e caracal.

Nelle zone montane del Cederberg si contempla inoltre una rigogliosa vegetazione, in cui spicca la protea cryophila, specie rara che predilige un habitat con temperature non elevate. Molto suggestiva per chi ama la natura sudafricana è la valle denominata Biedouw, distante circa 80 chilometri dalla cittadina di Clanwilliam. Dopo le piogge, questa vallata si tinge di un manto vivace grazie alla fioritura di coloratissime specie floreali.

Tra queste troviamo la pianta selvatica Aspalathus linearis, aghifoglia cespugliosa che solo a partire dal 1930 ha iniziato con successo a essere coltivata per la produzione del famoso tè rosso sudafricano. Non a caso, la regione del Cedarberg è l’unica zona al mondo dove si può percorrere la “strada del rooibos”, per ammirare le piantagioni dell’Aspalathus linearis e per scoprire un peculiare aspetto naturalistico di questo angolo del Sudafrica.

Silvia C. Turrin

Il 2018 è un anno storico per il Sudafrica, perché dopo 126 anni gli Springboks
Il 2018 è un anno importante non soltanto per il Sudafrica. Il 18 luglio si
Immagine emblematica esposta all'interno del museo dell'apartheid - Photo Silvia C.
Domani 19 ottobre uscirà il seguito dell’Autobiografia di Nelson Mandela. Dopo Long Walk to Freedom
Oggi Nelson Mandela avrebbe compiuto 98 anni. Per ricordarlo ripropongo qui due articoli che avevo

Tags, , , , ,

Gorée, per non dimenticare la tratta degli schiavi

A pochi chilometri dalla capitale senegalese Dakar, troviamo l’isola di Gorée, proclamata Patrimonio dell’Umanità dell’UNESCO nel 1978. Gorée è un luogo simbolo della storia non soltanto africana. Ciò che è accaduto su questa piccola isola ha influenzato e influenza ancora le dinamiche sociali, economiche, politiche e culturali di varie nazioni. Gorée è tristemente nota per essere stata uno dei tanti centri di smistamento e di commercio degli schiavi.

Scoperta nel 1444 da marinai portoghesi, l’isola venne in seguito controllata dagli olandesi, i quali la battezzarono goede reede, che significa “buon ancoraggio”, da cui deriva il suo attuale nome. In seguito, se l’alternarono inglesi e francesi. Gorée era contesa dagli europei per la sua posizione strategica, essendo vicina all’entroterra africano e affacciata all’oceano Atlantico, in direzione delle Americhe. La sua architettura riflette ancora oggi il periodo coloniale. Ne sono una testimonianza alcune case tradizionali presenti sull’isola, la maggior parte datate XVIII e XIX secolo, strutturate su due piani: il primo fungeva da residenza per i mercanti, mentre il pianterreno era adibito a magazzino di merci o di schiavi. Proprio una di queste abitazioni è il luogo simbolo dell’isola, ovvero la Maison des esclaves (la Casa degli schiavi), dove uomini, donne e bambini, divisi nelle rispettive zone, venivano rinchiusi, per poi essere condotti lontani dalla loro terra.

Dalla Maison des esclaves sono passati milioni di africani, allontanati per sempre dalla loro Madre Terra. È qui, in questo sito carico di dolore, che venivano calpestati i diritti umani di migliaia e migliaia di persone; diritti calpestati dall’avidità, dall’ignoranza e dalla crudeltà di altri esseri umani. Passando per la “porta del non ritorno”, la loro libertà veniva totalmente negata, annullata. La tratta degli schiavi fu un’esperienza senza precedenti nella storia dei popoli, che ha avuto profonde ripercussioni nel continente africano e che ha condizionato le vicende di tante nazioni, in primis quelle degli Stati Uniti.

Per mantenere la memoria di quel tragico periodo, la Maison des esclaves è stata trasformata in museo, che ripercorre le sofferenze patite da milioni di africani. Al piano terra della Maison des esclaves si vedono le celle dove venivano ammassate le persone, bambini, giovani donne, uomini… Quelle riservate agli uomini erano “larghe” 2,60 metri per 2,60 metri e in questo angusto spazio venivano stipati dai 15 ai 20 individui. Gli schiavi erano costretti a rimanere seduti contro il muro, con le braccia e il collo incatenati. Prima di essere smistati come animali da soma, come oggetti e non persone, potevano attendere persino tre lunghi mesi.

I racconti di Boubacar Joseph Ndiaye, scrittore e conservatore di questa casa-museo, hanno contribuito a far conoscere al mondo intero la storia della Maison des Esclaves e il dramma della tratta. Boubacar ha lasciato questo mondo nel 2009, ma la sua insegnamento continua, tanto che ogni anno migliaia di persone visitano Gorée.

A sud dell’isola, osserviamo un’altra testimonianza della tratta, ovvero un forte costruito dagli olandesi sulla collina chiamata Le Castel. Nelle vicinanze si può scorgere il Memoriale di Gorée”, realizzato dall’architetto italiano Ottavio Di Blasi. La struttura, che assomiglia a un grande villaggio, è divisa in due parti, che simboleggiano, l’una, l’Africa della diaspora, mentre l’altra, rappresenta gli africani non deportati dalla loro Madre Terra. Al centro della struttura vi è una sorta di “frattura”, ed è qui che sorge il Memoriale propriamente detto formato da due grandi vele.

Questo Memoriale è un luogo che non soltanto invita a ricordare e a riflettere sulla disumana tratta degli schiavi: qui ha infatti sede il Centro Internazionale delle memorie, uno spazio culturale proiettato verso il futuro, in cui i diritti umani e il dialogo tra i popoli rappresentano le colonne portanti. Il regista Malick Kane ha realizzato un docu-film dedicato interamente al Memoriale di Gorée (titolo originale del film Mémorial de Gorée).

Silvia C. Turrin

L’articolo è pubblicato anche sul sito di SMA Afriche

A pochi chilometri dalla capitale senegalese Dakar, troviamo l’isola di Gorée, proclamata Patrimonio dell’Umanità dell’UNESCO
È la quarta isola al mondo per grandezza. La sua superficie, ampia circa 594mila km²,
Il 2018 è un anno importante non soltanto per il Sudafrica. Il 18 luglio si
Immagine emblematica esposta all'interno del museo dell'apartheid - Photo Silvia C.
Respirare profumi di spezie orientali, immergersi nei meandri di intricate medine, ammirare i variopinti colori

Tags, , , , ,

Siya Kolisi Springboks

Siya Kolisi, primo capitano nero della nazionale di rugby sudafricana

Il 2018 è un anno storico per il Sudafrica, perché dopo 126 anni gli Springboks avranno come capitano della squadra un giocatore nero, Siya Kolisi. Dobbiamo aspettare il prossimo 9 giugno per vederlo ufficialmente coi gradi da titolare, quando ci sarà il test match contro l’Inghilterra in programma all’Ellis Park di Johannesburg. Ma chi è il nuovo capitano? Il suo nome completo è Siyamthanda Kolisi, età 26 anni. È cresciuto alla periferia di Port Elizabeth e, appena dodicenne, durante un torneo presso Mossel Bay, venne notato per la sua abilità nel maneggiare il pallone di rugby. Da allora, ha sempre compiuto passi in avanti, prima ottenendo una borsa di studio, poi, prendendo parte al mondiale giovanile 2011 in Italia, sino al debutto nel 2013 coi mitici Springboks come ala in terza linea. Un cammino sempre in ascesa.

La squadra dell’antilope (“springbok” in inglese significa appunto antilope) nei primi mesi del 2018 sta vivendo importanti cambiamenti. Il primo è avvenuto agli inizi di marzo, quando è stato selezionato come nuovo allenatore della squadra Johan C. “Rassie” Erasmus, classe 1972, nato (guarda caso) a Port Elizabeth, e anche lui giocatore in terza linea come Kolisi. Il secondo e più rilevante cambiamento lo si deve proprio a Erasmus, il quale ha scelto Kolisi come nuovo capitano degli Springboks. Una notizia che ha fatto il giro del mondo, visto che la squadra di rugby sudafricana ha, sin dalle sue origini, un’impronta marcatamente bianca.

Quando il rugby in Sudafrica era precluso ai neri

Ufficialmente, la squadra di rugby sudafricana venne fondata nel lontano 1891 e all’epoca si chiamava “British Isles”. Solo tra il 1906 e il 1907 si è iniziato a chiamarli con il nome di Springboks. Se si guardano le foto di allora sino al 1980 la squadra è composta esclusivamente da giocatori bianchi. Bisogna attendere l’anno 1981 per vedere il primo rugbista di colore ufficialmente in squadra, ovvero Errol Tobias che partecipò al match contro l’Irlanda, proprio nel bel mezzo di un periodo cupo per la nazione. Infatti, a causa della politica razzista del governo di Pretoria il Sudafrica venne praticamente isolato, e tra il 1985 e il 1991 gli Springboks non ebbero la possibilità di partecipare ai mondiali dell’87 e del ’91.

L’isolamento della squadra di rugby sudafricana finì quando vennero smantellate, dopo 43 anni dalla loro istituzione, le politiche e le leggi del regime di apartheid. Ma gli Springboks, per la maggioranza della popolazione nera sudafricana, rimanevano il simbolo del vecchio regime razzista. Ci vollero la saggezza e la lungimiranza di Nelson Mandela, primo Presidente nero, democraticamente eletto, del Sudafrica a unire la nuova nazione arcobaleno grazie al rugby (Rainbow nation, “nazione arcobaleno” è il soprannome con cui Desmond Tutu ha definito il Sudafrica post-apartheid, un paese composto da tanti popoli).

Mandela e gli Springboks

Mandela coppa del mondo rugby 1995

Questa straordinaria storia ci è stata raccontata da John Carlin nel bestseller “Ama il tuo nemico” (titolo originale Playing the Enemy: Nelson Mandela and the Game that Made a Nation), poi trasposto nel bellissimo e commovente film Invictus realizzato nel 2009 da Clint Eastwood. Grazie al capitano dell’epoca, François Pienaar, che ha seguito i preziosi consigli elargitigli da Mandela, la nazionale di rugby sudafricana degli Springboks è riuscita a ottenere la storica vittoria nella Coppa del Mondo del 1995. Una vittoria non solo sportiva, ma anche morale, etica, politica, intrisa di messaggi di pace, dialogo e di perdono, a dispetto di quanti volevano gridare vendetta contro i bianchi.

Probabilmente senza l’intervento di Mandela gli Springboks non esisterebbero più e forse la storia sudafricana sarebbe stata caratterizzata da un flusso di eventi molto diversi da quelli che noi tutti conosciamo. Ma la storia non si fa né coi se, né coi ma, e in questo caso ci piace ricordare ciò che davvero è accaduto. Gli Springboks hanno vinto la coppa del mondo di rugby nel 1995. I tifosi sudafricani, bianchi e neri, si sono stretti in un abbraccio che andava oltre i confini sportivi. E coloro che avevano inneggiato all’imprigionamento di Mandela e che avevano auspicato una guerra civile per eliminarlo, cambiarono idea, perché si resero conto che solo “uniti si vince” e che è necessario “parlare non alla mente, ma al cuore delle persone”. Una bella lezione non solo sportiva, ma anche esistenziale, che tutti – ad ogni latitudine del globo – dovrebbero imparare.

Silvia C. Turrin

L’articolo è on line anche sul sito SMA Afriche

 

Il 2018 è un anno storico per il Sudafrica, perché dopo 126 anni gli Springboks
Il 2018 è un anno importante non soltanto per il Sudafrica. Il 18 luglio si
Immagine emblematica esposta all'interno del museo dell'apartheid - Photo Silvia C.
Domani 19 ottobre uscirà il seguito dell’Autobiografia di Nelson Mandela. Dopo Long Walk to Freedom
Oggi Nelson Mandela avrebbe compiuto 98 anni. Per ricordarlo ripropongo qui due articoli che avevo

Tags, , , , ,

Nelson Mandela Presidente Sudafrica apartheid

2018 il centenario dalla nascita di Mandela

Il 2018 è un anno importante non soltanto per il Sudafrica. Il 18 luglio si festeggerà il centenario dalla nascita di Nelson Mandela. Un anniversario pregno di significati, grazie al quale si ha la possibilità di ricordare una figura politica amata a livello internazionale. Tanti gli eventi organizzati in varie zone del globo per ricordare il primo Presidente del Sudafrica eletto democraticamente da tutto il popolo, senza distinzioni di colore.

Da prigioniero a presidente

Tra il 27 e il 30 aprile 1994, in un clima di euforia, si svolsero in Sudafrica le prime elezioni multirazziali e democratiche, basate sul principio una persona, un voto. Ciò si verificava dopo decenni di apartheid (il sistema di separazione razziale venne ufficializzato con la vittoria del National Party nel 1948) e secoli di colonialismo. In quei giorni del 1994 in Sudafrica si respirava un vento di cambiamento e tante persone nutrivano il sogno di una nazione riconciliata e unita. Con l’investitura di Nelson Mandela come primo Presidente della “nazione arcobaleno” (così è chiamato affettuosamente il Sudafrica) questo sogno di pace e di riconciliazione si stava avverando.

La lungimiranza e il peso politico-intellettuale di Mandela, oltre che la sua capacità di perdonare i suoi carcerieri, senza però dimenticare le loro azioni illiberali, hanno permesso alla Rainbow Nation di aprire una nuova pagina della sua lunga tormentata storia. Con l’elezione di Mandela come primo Presidente iniziò infatti un processo di riconciliazione nazionale che, pur tra eventi drammatici, ricordi profondamente dolorosi e tragici squarci familiari e sociali, ha permesso al Sudafrica di andare avanti senza affondare in una sanguinosa guerra civile. Nelson Mandela, nonostante i lunghi anni di prigionia (in tutto 27 anni), ha abbracciato la tesi dell’amico Arcivescovo premio Nobel per la Pace Desmond Tutu, ovvero “non c’è futuro senza perdono” e ha saputo traghettare il Sudafrica verso una nuova fase storica. Per questo, proprio come era accaduto nel 1984 a Desmond Tutu, fu assegnato a Mandela il premio Nobel per la pace nel 1993.

Il Sudafrica non lo dimentica

 

Se l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite – che nel 2009 ha dichiarato il 18 luglio il Nelson Mandela International Day – ha deciso di indire a settembre il “Nelson Mandela Peace Summit” (un incontro di alto livello che avrà come tema la pace mondiale), nella patria di Mandela fervono già i preparativi per festeggiare il centenario dalla sua nascita. Per il 17 luglio, la vigilia del compleanno di Madiba, è previsto un attesissimo discorso dell’ex Presidente degli Stati Uniti Barack Obama. Un evento organizzato dalla Nelson Mandela Foundation presso l’Ellis Park Arena a Johannesburg: sono attese 4000 persone.

Per promuovere progetti di alfabetizzazione e di contrasto alla povertà è attiva poi l’iniziativa denominata “Mandela Concerts”, ovvero una serie di concerti non stop in varie parti del mondo, per l’intera giornata del 18 luglio, compleanno di Madiba. L’idea è quella di organizzare tanti concerti a effetto domino – finisce uno ne inizia un altro – con l’intento di raccogliere fondi per rendere prioritaria l’istruzione per i bambini indigenti.

Il South African Tourism ha poi creato la Madiba’s Journey App, un’applicazione che aiuta i turisti/viaggiatori a scoprire i luoghi che hanno avuto una particolare importanza nella vita di Mandela, come la sua città natale, Qunu. Si tratta di una tecnologia fruibile anche rimanendo comodamente a casa.

Eventi tra Italia, Francia e Australia

Anche l’Italia ricorda questo importante anniversario grazie all’Associazione Nelson Mandela Forum, che ha dato l’avvio alle iniziative relative a questa ricorrenza con l’inaugurazione del Mandela Memorial a Firenze. Il Memoriale – che si trova all’ingresso del Mandela Forum in Piazza Enrico Berlinguer, sotto la pensilina – è una riproduzione in vetro della cella di detenzione nel carcere di Robben Island, nella quale il premio Nobel per la pace è stato rinchiuso per 18 anni. L’installazione è un invito a riflettere, da un alto, sullo spazio ristretto in cui fu imprigionato Nelson Mandela e, dall’altro, sulla sua politica di riconciliazione nazionale da lui lanciata dopo la liberazione. Da questa riflessione non può che emergere tutta la grandezza e l’umanità di Mandela.

In Francia e in Australia è in tournée il musical dedicato a Madiba, prodotto da Jean-Pierre Hadida (che è anche autore e compositore), da Francine Disegni e da Serge Bonafous. Una storia in musica che ripercorre la vita di Nelson Mandela, dalla nascita di un combattente per la libertà del suo popolo sino alla sua liberazione. Un passaggio storico segnato anche dai colori dominanti: se durante l’apartheid viene marcato il contrasto fra bianco e nero, con la fine del regime razzista la scena si tinge dei colori dell’arcobaleno, della Rainbow Nation. Tra l’equipe del musical troviamo tra le quinte Sam Tshabalala, nato in Sudafrica, considerato uno degli eroi della resistenza culturale al regime di apartheid.

Silvia C. Turrin

Articolo pubblicato anche sul sito:
https://www.missioniafricane.it/2018-il-centenario-dalla-nascita-di-mandela/

Il 2018 è un anno storico per il Sudafrica, perché dopo 126 anni gli Springboks
Il 2018 è un anno importante non soltanto per il Sudafrica. Il 18 luglio si
Immagine emblematica esposta all'interno del museo dell'apartheid - Photo Silvia C.
Domani 19 ottobre uscirà il seguito dell’Autobiografia di Nelson Mandela. Dopo Long Walk to Freedom
Oggi Nelson Mandela avrebbe compiuto 98 anni. Per ricordarlo ripropongo qui due articoli che avevo

Tags, , , , ,

La lunga marcia degli afroamericani verso l’emancipazione

Il periodo successivo alla Seconda guerra mondiale fu per gli Stati Uniti caratterizzato da rivendicazioni degli afroamericani volte a ottenere piena integrazione nella società americana. A tal fine la comunità nera attuò una serie di forme di protesta che andavano dal boicottaggio ai sit-in, dalla resistenza organizzata nelle istituzioni alle cause giudiziarie.

Tra queste, una delle più importanti riguardò il caso Brown contro il Provveditore all’Istruzione di Topeka: storico processo che fu possibile grazie sia al Congress of Racial Equality (associazione composta da bianchi e neri, nata nel 1942 a Chicago, ispirata agli ideali di non violenza gandhiani), sia alla NAACP i cui avvocati (tra i quali emerge il nome di Thurgood Marshall) intrapresero numerose azioni legali che permisero il raggiungimento della storica sentenza del 17 maggio 1954. In quella data, la Corte Suprema affermò che il principio “separati, ma eguali” applicato al sistema dell’educazione pubblica era incostituzionale, violando, tra gli altri, il XIV Emendamento.

Rosa Parks e il boicottaggio degli autobus di Montgomery

Sebbene con tale sentenza venne rovesciata la decisione presa nel 1896 in occasione del caso Plessy contro Ferguson, la pratica della segregazione razziale non scomparve. Durante la metà degli anni ’50, si afferma pienamente il movimento per i diritti civili. L’evento che influenzò la storia degli afroamericani avvenne il primo dicembre 1955. Quel giorno, Rosa Parks, appartenente alla sezione della NAACP di Montgomery, si rifiutò di cedere il proprio posto ad un bianco, sull’autobus di linea cittadino, come le leggi dello stato dell’Alabama permettevano. Quel gesto coraggioso diede vita al famoso boicottaggio degli autobus di Montgomery, durato per più di trecento giorni.

L’emergere della figura di Martin Luther King

In quell’occasione iniziò a circolare all’interno della comunità nera il nome di un allora sconosciuto Martin Luther King: fu nominato presidente della Montgomery Improvement Association (MIA), associazione sorta appositamente per condurre e gestire una delle forme di protesta più riuscite, di carattere non violento, da parte degli afroamericani. Grazie a questa importante iniziativa, la Corte Suprema, il 21 dicembre 1956, dichiarò incostituzionale la segregazione sugli autobus. Il boicottaggio di Montgomery fu un evento centrale per l’emancipazione degli afroamericani, non solo perché permise di far conoscere all’intera nazione il vero volto del razzismo ancora imperante negli Stati Uniti, ma anche perché mostrò l’efficacia della protesta non violenta di cui si fece portavoce il Reverendo King.

Il razzismo non si ferma

Un importante risultato conseguito dal “Movimento per la libertà” (come veniva chiamato dai suoi sostenitori il Movimento per i diritti civili) fu l’approvazione del Civil Rights Act, emanato dall’amministrazione Eisenhower nel 1957, con l’obiettivo di permettere agli afroamericani di esercitare il diritto di voto. Nonostante l’approvazione della legge, la percentuale dei votanti neri rimase molto bassa a causa delle violenze, dei linciaggi e addirittura degli assassini perpetrati da vari gruppi razzisti, come il Ku Klux Klan e i White Citizen’s Councils.

Le vittorie conseguite negli anni ’50 e le azioni intraprese da organizzazioni per i diritti civili come la National Association for the Advancement of Colored People e la Montgomery Improvement Association riuscirono a creare all’interno della comunità nera sentimenti di fiducia nelle proprie capacità. Nel corso degli anni ’60, nacque una nuova forma di protesta, il sit-in, con il quale si attaccavano le leggi e i costumi che proibivano agli afroamericani di frequentare luoghi riservati esclusivamente ai bianchi. Dopo il primo importante sit-in, nato spontaneamente il primo febbraio 1960 nella cittadina di Greensboro (North Carolina), decine e decine di neri attuarono questa nuova pacifica strategia. Le azioni di tipo non violento, l’avvento alla Casa Bianca di John F. Kennedy prima (1960-1963) e di Lyndon B. Johnson poi (1963-1968) e le attività intraprese dal Dipartimento di Giustizia diretto da Robert Kennedy, diedero inizio al processo di desegregazione: obiettivo però contrastato da una serie di violenze e omicidi.

Verso la marcia di Washington

Il 12 giugno 1963 venne assassinato uno dei più celebri attivisti della NAACP, Medgar Evers e, sempre in quell’anno, il governatore dell’Alabama, George Wallace si fece portavoce del razzismo ancora imperante negli Stati del Sud non solo diffondendo lo slogan “segregazione adesso, segregazione domani, segregazione per sempre”, ma andando anche a picchettare personalmente di fronte a svariate Università del Sud per impedire l’ingresso agli studenti neri.

I have a dream

Nello stesso 1963, il presidente Kennedy aveva inviato al Congresso americano la proposta di legge in base alla quale chiedeva di porre fine alla segregazione ed esortava che fossero effettivamente garantiti il diritto di voto e le libertà agli afroamericani. In questo contesto, anche per far pressione affinché tale progetto legislativo fosse approvato, nellagosto del 1963 venne organizzata la marcia su Washington, alla quale presero parte circa 250 mila persone, tra le quali si stima ci fossero 60 mila bianchi. In quell’occasione, Martin Luther King pronunciò il suo celebre discorso I have a dream. Dopo circa un anno dallo storico evento, fu approvato il Civil Right Act (1964) che rendeva incostituzionale ogni forma di discriminazione. L’anno seguente il presidente Johnson fece approvare il Voting Rights Act attraverso il quale furono abolite le tasse elettorali e altre leggi dirette a impedire il voto alla comunità nera. Questi provvedimenti apparirono positivi a molti e furono ben accolti da leader moderati come King. In realtà, la radice sociale e culturale della discriminazione non fu intaccata, né nel Sud, né nel Nord degli Stati Uniti, dove la maggior parte dei neri viveva relegata nei ghetti.

Malcolm X

Leggi come il Civil Right Act e il Voting Rights Act non modificarono realmente le condizioni socio-economiche in cui i neri erano costretti a vivere. L’insoddisfazione e la frustrazione sfociarono in rabbia e in molte città, nel corso degli anni ’60, si verificarono svariati tumulti: si ricordano, per la brutale violenza con cui agivano le forze di polizia, quelli di Harlem (1964), Watts (1965) e Detroit (1967). In questo contesto, il progetto e le azioni moderate di Martin Luther King furono criticate da molti esponenti della comunità nera, in quanto la povertà, le difficoltà nel trovare casa e lavoro rappresentavano ancora una costante. Uno degli esponenti neri che più aspramente criticò il moderatismo del Reverendo King fu Malcolm X, secondo il quale, per ottenere la liberazione e la fine della discriminazione, gli afroamericani avrebbero prima dovuto sviluppare un forte sentimento di unità e, per far ciò, era necessario che eliminassero sia il diffuso sentimento di self-hate, sia la schiavitù mentale che ostacolava ogni loro azione. Malcolm X recuperò le idee di autodeterminazione e di nazionalismo nero tratteggiate già all’inizio del XX secolo da Marcus Garvey, ma le elaborò in modo molto più esaustivo e complesso.


Malcom X esortò i neri a recuperare la loro storia e le proprie radici culturali, affinché potessero definire una specifica identità. Il processo di auto-conoscenza (self-knowledge) costituiva dunque per Malcolm X la precondizione del self-love (stima in sé stessi) e del black pride (orgoglio nero): stimoli potentissimi per la lotta di liberazione. A differenza del Movimento per i diritti civili capeggiato da King, Malcolm X – almeno sino a quando fu portavoce dei Black Muslims – esortò gli afroamericani all’auto-difesa (self-defense), promuovendo così l’uso della violenza per affermare i diritti e le libertà del popolo nero.

Solo dopo aver abbandonato i Musulmani Neri e, soprattutto, dopo il suo pellegrinaggio alla Mecca e dopo aver intrapreso un viaggio in Africa (dove conobbe importanti personalità, quali Julius Nyerere, Kwame Nkrumah, Jomo Kenyatta), Malcolm X attenuò il proprio estremismo. Divenne sostenitore della solidarietà razziale e della fratellanza fra i popoli: un cambiamento anche suggellato dalla modifica del suo nome in El-Hajj Malik El-Shabazz.

Black Power!

La popolarità di Malcolm X assunse dimensioni rilevanti solo in seguito al suo drammatico assassinio, avvenuto il 21 febbraio 1965. Le sue idee furono riprese da un gruppo interno al movimento per i diritti civili. Il 16 giugno 1966, a Greenwood (Mississippi), Stokely Carmichael dichiarò che “Il solo modo in cui noi possiamo fermare l’uomo bianco è andare oltre. È da sei anni che chiediamo libertà e non abbiamo ottenuto nulla. Ciò che dobbiamo iniziare a dire adesso è Black Power!”. Proprio il Potere Nero divenne l’altra anima, più radicale, del movimento per i diritti civili: esaltò la fierezza nera, il Black pride invocato anni prima da Malcolm X e il concetto di blackness fu utilizzato non per esprimere una specifica appartenenza razziale, ma per affermare la consapevolezza di sé e una specifica coscienza politica di chi subiva ingiustizie.

L’assassinio di Martin Luther King

Mentre la comunità nera cercava di risolvere i problemi della segregazione e del razzismo attuando una risposta, da un lato moderata, dall’altro radicale, anche le istituzioni federali avevano ufficialmente riconosciuto la gravità della situazione vissuta dagli afroamericani. Nel 1968, la commissione Kerner, voluta dal presidente Johnson, stilò un rapporto secondo cui negli Stati Uniti si stavano formando due distinte società “una nera, una bianca, separate e ineguali”. Il documento denunciava non solo la discriminazione, ma anche la povertà ormai cronica, l’alto tasso di disoccupazione, la mancanza di strutture scolastiche e sanitarie adeguate e la sistematica brutalità della polizia contro gli afroamericani. Nello stesso anno in cui fu pubblicato il rapporto, la comunità nera subì un duro colpo: Martin Luther King venne assassinato, il 4 aprile 1968.

Silvia C. Turrin

Il periodo successivo alla Seconda guerra mondiale fu per gli Stati Uniti caratterizzato da rivendicazioni
Immagine emblematica esposta all'interno del museo dell'apartheid - Photo Silvia C.
Domani 19 ottobre uscirà il seguito dell’Autobiografia di Nelson Mandela. Dopo Long Walk to Freedom
Maurizia Giusti, in arte Syusy Blady, è una donna poliedrica. Tutti la ricordiamo grazie a
La Mesopotamia é una regione che da sempre affascina, per l’importanza storico-archeologica che la contraddistingue. Nonostante

Tags, , , , ,

apartheid Sharpeville

21 marzo 1960 – ricordando il massacro di Sharpeville

apartheid Sharpeville

Immagine emblematica esposta all’interno del museo dell’apartheid – Photo Silvia C. Turrin

Il massacro di Sharpeville, avvenne il 21 marzo 1960.

In quella data, i dirigenti del PAC, organizzazione politica sorta nel 1959 da una scissione interna all’ANC, decisero di intraprendere una campagna di protesta, non-violenta, contro le pass law. Tale scelta scaturiva dalla convinzione che “le masse fossero già pronte per rispondere spontaneamente ad un’iniziativa creativa”.

Quel giorno, 20mila persone si mossero verso la stazione di polizia di Sharpeville protestando pacificamente contro le pass law. Sebbene i manifestanti fossero disarmati, il contingente di polizia, numericamente inferiore rispetto ad essi, si fece prendere dal panico e iniziò a sparare uccidendo 69 persone e ferendone molte altre. Sobukwe, leader del PAC fu arrestato insieme ad altri dirigenti.

In seguito all’eccidio, l’8 aprile l’ANC e il PAC furono dichiarate organizzazioni illegali tramite l’Unlawful (Criminal) Organizations Act (N.34, 1960) e, da quel momento in poi, entrambe dovettero agire in condizioni di clandestinità. Tra il 1961 e il 1963, le due organizzazioni abbandonarono la strategia non-violenta, formando rispettive ali armate e intraprendendo azioni di sabotaggio. A seguito di diversi attentati, i leader storici dell’ANC e del PAC furono arrestati, processati (processo di Rivonia) e condannati all’ergastolo.

In seguito all’eccidio di Sharpeville, il governo di Pretoria varò nuove leggi di carattere repressivo, quali il General Law Amendment Act (1963) che autorizzava la polizia a detenere una persona incommunicado per 90 giorni, rinnovabili, senza mandato, senza processo, senza capi di accusa e senza l’assistenza di un legale. Nel 1965 fu implementato il Criminal Procedure Amendment Act che autorizzava la polizia a trattenere un testimone in un processo incommunicado per 180 giorni, rinnovabili.



Per Approfondire segnalo il mio libro “Il movimento della Consapevolezza nera in Sudafrica. Dalle origini al lascito di Stephen Biko” in cui parlo fra l’altro del massacro di Sharpeville

Il 2018 è un anno storico per il Sudafrica, perché dopo 126 anni gli Springboks
Il 2018 è un anno importante non soltanto per il Sudafrica. Il 18 luglio si
Immagine emblematica esposta all'interno del museo dell'apartheid - Photo Silvia C.
Domani 19 ottobre uscirà il seguito dell’Autobiografia di Nelson Mandela. Dopo Long Walk to Freedom
Oggi Nelson Mandela avrebbe compiuto 98 anni. Per ricordarlo ripropongo qui due articoli che avevo

Tags, , , , ,

Tunisia, tra oasi nel deserto, laghi salati e musei a cielo aperto

Respirare profumi di spezie orientali, immergersi nei meandri di intricate medine, ammirare i variopinti colori di souk, osservare un cielo stellato dormendo tra palme e sabbia sahariana. Questo e altro ancora è possibile viverlo non allontanandosi poi molto dalla nostra penisola. A sole due ore (circa) di volo, partendo dai principali aeroporti italiani si raggiunge la Tunisia, Paese africano che, nonostante un rapido processo di modernizzazione, mantiene ancora in vita antiche tradizioni maghrebine.

Molti gli itinerari che il piccolo Stato a nord dell’Africa offre, in ogni stagione dell’anno, ai numerosi turisti provenienti dall’Italia desiderosi di conoscere da vicino la cultura araba, sperimentando il vero hamman, fumando narghilè o visitando luoghi dove la storia è ancora tangibile.

Tunisi, la capitale, sta diventando sempre più occidentale: caotica, inquinata dal traffico e dai rumori. Ma nella medina – labirinto di vie popolate da venditori e artigiani – si assorbono gli odori e i colori tipicamente arabi, grazie ai souk che in essa si dipanano come una ragnatela. La città ospita inoltre la più importante esposizione archeologica del Maghreb, racchiusa nel Museo del Bardo, dove varie sezioni ripercorrono vari periodi storici, nel corso dei quali si sono succeduti romani, greci, arabi.

È però al di fuori della capitale che si inizia a conoscere l’essenza del Paese incastonato tra Mar Mediterraneo, Algeria e Libia.

La zona settentrionale tunisina vanta numerosi siti archeologici definibili veri e propri musei a cielo aperto, testimonianze delle varie civiltà che hanno lasciato le tracce del proprio passaggio.

Cartagine, antica capitale punica, patria di Annibale, è tra i luoghi più famosi, grazie alle numerose vicende storiche che l’avvolgono. Purtroppo, delle vestigia imponenti non è rimasto molto a causa delle distruzioni apportate dai Romani. L’ideale sarebbe quindi affidarsi a una guida esperta per effettuare un percorso che permetta effettivamente di capire le vicissitudini di Cartagine, edificata nell’anno 814 a.C., sulle cui fondamenta si sono sovrapposte architetture fenicie, romane, bizantine, arabe. Un tour che potrebbe includere le Terme di Antonino; il quartiera Bysa; il Museo nazionale, dove si possono ammirare i reperti dei recenti scavi; i porti dai quali i cartaginesi partirono per sfidare Roma; e il quartiere Magon, in cui rimangono resti dell’epoca punica.

Merita poi una visita Sidi Bou Saïd – non molto distante da Cartagine – antico villaggio, situato su un dirupo affacciato sul Mediterraneo, caratterizzato da abitazioni dipinte di bianco, sulle quali risaltano i portoni blu e i colori dei fiori e delle piante che le circondano. Ed è proprio la struttura architettonica, impreziosita da giardini e cascate di bougainvillee, a rendere magica la sosta in questo grazioso paese. Valgono una tappa anche Testour, dal sapore Andaluso, essendo stata fondata dai Mori cacciati dalla Spagna sul finire del XV secolo, e Dougga, in cui domina l’imponente mausoleo libico-punico, alto 21 metri, e dove un’antica strada pavimentata conduce al campidoglio dedicato alle divinità di Giove, Giunone e Minerva.

El Djem, cittadina ubicata fra Souss e Sfax e circondata da piante di ulivi, rappresenta un altro luogo importante a livello archeologico. È qui che si trova il ben conservato anfiteatro romano, opera che testimonia la rilevanza di questa piccola località ai tempi della Roma imperiale.

Tra uliveti e pianure desolate, nella parte centrale della Tunisia, si erge Kairouan, quarta città sacra dell’Islam, che ogni anno accoglie fedeli provenienti da tutto il Maghreb, diretti alla Grande Moschea: edificio circondato da possenti mura, al cui interno si trova un cortile rivestito in marmo, un minareto e, sotto un portico, vi è l’ingresso alla sala delle preghiere. Secondo la tradizione musulmana sette pellegrinaggi a Kairouan equivalgono a un viaggio a La Mecca.

Il lato selvaggio e spettacolare della Tunisia lo si può ammirare addentrandosi nel Sud del Paese, dove oasi, distese di laghi salati, anfratti rocciosi e sabbie sahariane avvolgono il viaggiatore in un’atmosfera ipnotica. La città costiera di Gabès rappresenta il centro da cui si dipanano le piste che conducono al deserto. Gabès merita una tappa soprattutto per la spettacolare strada delle oasi: palme, melograni, campi di tabacco e altri tipi di vegetazione si estendono per circa sei chilometri, percorribili in bicicletta o noleggiando il tipico calèche (calesse).

Non molto distante, si trova il villaggio trogloditico di Matmata, da visitare preferibilmente al mattino presto o nel tardo pomeriggio, nelle ore in cui non c’è “il turismo di massa”: solo così è davvero possibile capire il modus vivendi dei suoi abitanti. Il villaggio, praticamente sotterraneo, è stato fondato dai Berberi per sfuggire sia agli attacchi di invasori, sia al caldo. Le abitazioni sono scavate nella roccia e sono collegate da un intricato sistema di gallerie.

Dopo aver sperimentato la suggestiva attraversata del Chott el Djerid, il grande lago salato, avvolto da sfumature rosa e bianche, si raggiunge una delle mete più famose della Tunisia: Tozeur, celebre sia per la sua oasi composta da palme da datteri e da un rigoglioso giardino botanico, che per il Festival del Sahara. Tozeur, la città principale della regione dei laghi salati, è anche una delle porte per accedere al silenzio e agli immensi spazi del mare di sabbia africano.

Non si può infatti abbandonare il Paese tunisino senza aver trascorso almeno una notte nel deserto: un’esperienza che se vissuta lontana dai cliché tipicamente turistici potrebbe riempire il cuore di mille emozioni, perché l’apparente vuoto e l’illusorio silenzio del deserto dischiudono la pace dell’anima.

Silvia C. Turrin

 


Per organizzare il viaggio:
Gabr’Aoun Robo, Tunisia: nel paese dalle sabbie bianche tra chott, ksour e piste del sud -, Polaris, Firenze, 2006

Respirare profumi di spezie orientali, immergersi nei meandri di intricate medine, ammirare i variopinti colori
Il Giappone è un paese dove gli opposti convivono in modo armonioso. Accanto all’indiscutibile modernità,
Allontanarsi dai ritmi frenetici delle metropoli grigie, inquinate, convulse e immergersi in un paesaggio meraviglioso,
Terra di contrasti assoluti, dominata da paesaggi selvaggi, dove l’acqua e il fuoco si scontrano
Maurizia Giusti, in arte Syusy Blady, è una donna poliedrica. Tutti la ricordiamo grazie a

Tags, , , , ,

Esce il seguito dell’Autobiografia di Nelson Mandela

Domani 19 ottobre uscirà in Sudafrica e in contemporanea negli Stati Uniti il seguito dell’Autobiografia di Nelson Mandela. Dopo Long Walk to Freedom (tradotto e pubblicato in italiano da Feltrinelli col titolo Lungo cammino verso la libertà) potremo leggere “Dare Not Linger: The Presidential Years” un libro postumo di Nelson Mandela, redatto e ultimato poi da Mandla Langa.

Dare not Linger Nelson Mandela

Come suggerisce il titolo il volume descrive i 5 anni che hanno visto Mandela nella carica di Presidente della Repubblica Sudafricana, la Rainbow Nation (il primo Presidente liberamente eletto da bianchi e neri dopo decenni di politiche razziste ). Un libro biografico e storico che traccia le vicende personali di Nelson Mandela e gli equilibri politici dopo la fine ufficiale del regime di apartheid nel 1994.

L’aspetto interessante è che a curare e a ultimare questa seconda autobiografia postuma di Madiba è Mandla Langa, poeta e scrittore sudafricano che da giovane si unì alla SASO, la South African Students’ Organization della quale diventò poi Direttore. La SASO è stata la prima manifestazione organizzata del Black Consciousness Movement (BCM).

Come scrivo nel libro Il movimento della Consapevolezza Nera in Sudafrica. Dalle origini al lascito di Stephen Biko (Edizioni Erga, Genova):

“Il messaggio della Consapevolezza Nera venne interiorizzato poi da numerosi poeti, fra i quali, spiccano Sipho Sepamla, Oswald Mtshali, Mongane Serote, Mandla Langa, Mafika Gwala e Western Kunene. […] la poesia per il BCM non era un fenomeno accidentale, bensì espressione intrinseca della sua vera sostanza”.

In seguito, come tanti esponenti del BCM, dopo la dissoluzione del movimento, Mandla Langa si avvicinò all’ala armata dell’ANC, l’Umkhonto we Sizwe, abbracciando quindi le posizioni politiche del partito di Mandela.

Dare Not Linger: The Presidential Years (Pan Macmillan, Sudafrica) un libro da leggere, sicuramente…

I diritti di traduzione sono stati venduti a varie case editrici di respiro internazionale, tra le quali citiamo la Rosinante (Danimarca), le Edizioni Plon (Francia), la Quadriga (Germania), la Feltrinelli (Italia), la Marcador (Portogallo).

Silvia C. Turrin

Per Approfondire:


 

Il 2018 è un anno storico per il Sudafrica, perché dopo 126 anni gli Springboks
Il 2018 è un anno importante non soltanto per il Sudafrica. Il 18 luglio si
Immagine emblematica esposta all'interno del museo dell'apartheid - Photo Silvia C.
Domani 19 ottobre uscirà il seguito dell’Autobiografia di Nelson Mandela. Dopo Long Walk to Freedom
Oggi Nelson Mandela avrebbe compiuto 98 anni. Per ricordarlo ripropongo qui due articoli che avevo

Tags, , , , ,