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Gorée, per non dimenticare la tratta degli schiavi

A pochi chilometri dalla capitale senegalese Dakar, troviamo l’isola di Gorée, proclamata Patrimonio dell’Umanità dell’UNESCO nel 1978. Gorée è un luogo simbolo della storia non soltanto africana. Ciò che è accaduto su questa piccola isola ha influenzato e influenza ancora le dinamiche sociali, economiche, politiche e culturali di varie nazioni. Gorée è tristemente nota per essere stata uno dei tanti centri di smistamento e di commercio degli schiavi.

Scoperta nel 1444 da marinai portoghesi, l’isola venne in seguito controllata dagli olandesi, i quali la battezzarono goede reede, che significa “buon ancoraggio”, da cui deriva il suo attuale nome. In seguito, se l’alternarono inglesi e francesi. Gorée era contesa dagli europei per la sua posizione strategica, essendo vicina all’entroterra africano e affacciata all’oceano Atlantico, in direzione delle Americhe. La sua architettura riflette ancora oggi il periodo coloniale. Ne sono una testimonianza alcune case tradizionali presenti sull’isola, la maggior parte datate XVIII e XIX secolo, strutturate su due piani: il primo fungeva da residenza per i mercanti, mentre il pianterreno era adibito a magazzino di merci o di schiavi. Proprio una di queste abitazioni è il luogo simbolo dell’isola, ovvero la Maison des esclaves (la Casa degli schiavi), dove uomini, donne e bambini, divisi nelle rispettive zone, venivano rinchiusi, per poi essere condotti lontani dalla loro terra.

Dalla Maison des esclaves sono passati milioni di africani, allontanati per sempre dalla loro Madre Terra. È qui, in questo sito carico di dolore, che venivano calpestati i diritti umani di migliaia e migliaia di persone; diritti calpestati dall’avidità, dall’ignoranza e dalla crudeltà di altri esseri umani. Passando per la “porta del non ritorno”, la loro libertà veniva totalmente negata, annullata. La tratta degli schiavi fu un’esperienza senza precedenti nella storia dei popoli, che ha avuto profonde ripercussioni nel continente africano e che ha condizionato le vicende di tante nazioni, in primis quelle degli Stati Uniti.

Per mantenere la memoria di quel tragico periodo, la Maison des esclaves è stata trasformata in museo, che ripercorre le sofferenze patite da milioni di africani. Al piano terra della Maison des esclaves si vedono le celle dove venivano ammassate le persone, bambini, giovani donne, uomini… Quelle riservate agli uomini erano “larghe” 2,60 metri per 2,60 metri e in questo angusto spazio venivano stipati dai 15 ai 20 individui. Gli schiavi erano costretti a rimanere seduti contro il muro, con le braccia e il collo incatenati. Prima di essere smistati come animali da soma, come oggetti e non persone, potevano attendere persino tre lunghi mesi.

I racconti di Boubacar Joseph Ndiaye, scrittore e conservatore di questa casa-museo, hanno contribuito a far conoscere al mondo intero la storia della Maison des Esclaves e il dramma della tratta. Boubacar ha lasciato questo mondo nel 2009, ma la sua insegnamento continua, tanto che ogni anno migliaia di persone visitano Gorée.

A sud dell’isola, osserviamo un’altra testimonianza della tratta, ovvero un forte costruito dagli olandesi sulla collina chiamata Le Castel. Nelle vicinanze si può scorgere il Memoriale di Gorée”, realizzato dall’architetto italiano Ottavio Di Blasi. La struttura, che assomiglia a un grande villaggio, è divisa in due parti, che simboleggiano, l’una, l’Africa della diaspora, mentre l’altra, rappresenta gli africani non deportati dalla loro Madre Terra. Al centro della struttura vi è una sorta di “frattura”, ed è qui che sorge il Memoriale propriamente detto formato da due grandi vele.

Questo Memoriale è un luogo che non soltanto invita a ricordare e a riflettere sulla disumana tratta degli schiavi: qui ha infatti sede il Centro Internazionale delle memorie, uno spazio culturale proiettato verso il futuro, in cui i diritti umani e il dialogo tra i popoli rappresentano le colonne portanti. Il regista Malick Kane ha realizzato un docu-film dedicato interamente al Memoriale di Gorée (titolo originale del film Mémorial de Gorée).

Silvia C. Turrin

L’articolo è pubblicato anche sul sito di SMA Afriche

È la quarta isola al mondo per grandezza. La sua superficie, ampia circa 594mila km²,
Il 2018 è un anno importante non soltanto per il Sudafrica. Il 18 luglio si
Immagine emblematica esposta all'interno del museo dell'apartheid - Photo Silvia C.
Respirare profumi di spezie orientali, immergersi nei meandri di intricate medine, ammirare i variopinti colori
Chi ama l’Arte a 360 gradi e al contempo ama l’Africa sempre a 360 gradi

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La lunga marcia degli afroamericani verso l’emancipazione

Il periodo successivo alla Seconda guerra mondiale fu per gli Stati Uniti caratterizzato da rivendicazioni degli afroamericani volte a ottenere piena integrazione nella società americana. A tal fine la comunità nera attuò una serie di forme di protesta che andavano dal boicottaggio ai sit-in, dalla resistenza organizzata nelle istituzioni alle cause giudiziarie.

Tra queste, una delle più importanti riguardò il caso Brown contro il Provveditore all’Istruzione di Topeka: storico processo che fu possibile grazie sia al Congress of Racial Equality (associazione composta da bianchi e neri, nata nel 1942 a Chicago, ispirata agli ideali di non violenza gandhiani), sia alla NAACP i cui avvocati (tra i quali emerge il nome di Thurgood Marshall) intrapresero numerose azioni legali che permisero il raggiungimento della storica sentenza del 17 maggio 1954. In quella data, la Corte Suprema affermò che il principio “separati, ma eguali” applicato al sistema dell’educazione pubblica era incostituzionale, violando, tra gli altri, il XIV Emendamento.

Rosa Parks e il boicottaggio degli autobus di Montgomery

Sebbene con tale sentenza venne rovesciata la decisione presa nel 1896 in occasione del caso Plessy contro Ferguson, la pratica della segregazione razziale non scomparve. Durante la metà degli anni ’50, si afferma pienamente il movimento per i diritti civili. L’evento che influenzò la storia degli afroamericani avvenne il primo dicembre 1955. Quel giorno, Rosa Parks, appartenente alla sezione della NAACP di Montgomery, si rifiutò di cedere il proprio posto ad un bianco, sull’autobus di linea cittadino, come le leggi dello stato dell’Alabama permettevano. Quel gesto coraggioso diede vita al famoso boicottaggio degli autobus di Montgomery, durato per più di trecento giorni.

L’emergere della figura di Martin Luther King

In quell’occasione iniziò a circolare all’interno della comunità nera il nome di un allora sconosciuto Martin Luther King: fu nominato presidente della Montgomery Improvement Association (MIA), associazione sorta appositamente per condurre e gestire una delle forme di protesta più riuscite, di carattere non violento, da parte degli afroamericani. Grazie a questa importante iniziativa, la Corte Suprema, il 21 dicembre 1956, dichiarò incostituzionale la segregazione sugli autobus. Il boicottaggio di Montgomery fu un evento centrale per l’emancipazione degli afroamericani, non solo perché permise di far conoscere all’intera nazione il vero volto del razzismo ancora imperante negli Stati Uniti, ma anche perché mostrò l’efficacia della protesta non violenta di cui si fece portavoce il Reverendo King.

Il razzismo non si ferma

Un importante risultato conseguito dal “Movimento per la libertà” (come veniva chiamato dai suoi sostenitori il Movimento per i diritti civili) fu l’approvazione del Civil Rights Act, emanato dall’amministrazione Eisenhower nel 1957, con l’obiettivo di permettere agli afroamericani di esercitare il diritto di voto. Nonostante l’approvazione della legge, la percentuale dei votanti neri rimase molto bassa a causa delle violenze, dei linciaggi e addirittura degli assassini perpetrati da vari gruppi razzisti, come il Ku Klux Klan e i White Citizen’s Councils.

Le vittorie conseguite negli anni ’50 e le azioni intraprese da organizzazioni per i diritti civili come la National Association for the Advancement of Colored People e la Montgomery Improvement Association riuscirono a creare all’interno della comunità nera sentimenti di fiducia nelle proprie capacità. Nel corso degli anni ’60, nacque una nuova forma di protesta, il sit-in, con il quale si attaccavano le leggi e i costumi che proibivano agli afroamericani di frequentare luoghi riservati esclusivamente ai bianchi. Dopo il primo importante sit-in, nato spontaneamente il primo febbraio 1960 nella cittadina di Greensboro (North Carolina), decine e decine di neri attuarono questa nuova pacifica strategia. Le azioni di tipo non violento, l’avvento alla Casa Bianca di John F. Kennedy prima (1960-1963) e di Lyndon B. Johnson poi (1963-1968) e le attività intraprese dal Dipartimento di Giustizia diretto da Robert Kennedy, diedero inizio al processo di desegregazione: obiettivo però contrastato da una serie di violenze e omicidi.

Verso la marcia di Washington

Il 12 giugno 1963 venne assassinato uno dei più celebri attivisti della NAACP, Medgar Evers e, sempre in quell’anno, il governatore dell’Alabama, George Wallace si fece portavoce del razzismo ancora imperante negli Stati del Sud non solo diffondendo lo slogan “segregazione adesso, segregazione domani, segregazione per sempre”, ma andando anche a picchettare personalmente di fronte a svariate Università del Sud per impedire l’ingresso agli studenti neri.

I have a dream

Nello stesso 1963, il presidente Kennedy aveva inviato al Congresso americano la proposta di legge in base alla quale chiedeva di porre fine alla segregazione ed esortava che fossero effettivamente garantiti il diritto di voto e le libertà agli afroamericani. In questo contesto, anche per far pressione affinché tale progetto legislativo fosse approvato, nellagosto del 1963 venne organizzata la marcia su Washington, alla quale presero parte circa 250 mila persone, tra le quali si stima ci fossero 60 mila bianchi. In quell’occasione, Martin Luther King pronunciò il suo celebre discorso I have a dream. Dopo circa un anno dallo storico evento, fu approvato il Civil Right Act (1964) che rendeva incostituzionale ogni forma di discriminazione. L’anno seguente il presidente Johnson fece approvare il Voting Rights Act attraverso il quale furono abolite le tasse elettorali e altre leggi dirette a impedire il voto alla comunità nera. Questi provvedimenti apparirono positivi a molti e furono ben accolti da leader moderati come King. In realtà, la radice sociale e culturale della discriminazione non fu intaccata, né nel Sud, né nel Nord degli Stati Uniti, dove la maggior parte dei neri viveva relegata nei ghetti.

Malcolm X

Leggi come il Civil Right Act e il Voting Rights Act non modificarono realmente le condizioni socio-economiche in cui i neri erano costretti a vivere. L’insoddisfazione e la frustrazione sfociarono in rabbia e in molte città, nel corso degli anni ’60, si verificarono svariati tumulti: si ricordano, per la brutale violenza con cui agivano le forze di polizia, quelli di Harlem (1964), Watts (1965) e Detroit (1967). In questo contesto, il progetto e le azioni moderate di Martin Luther King furono criticate da molti esponenti della comunità nera, in quanto la povertà, le difficoltà nel trovare casa e lavoro rappresentavano ancora una costante. Uno degli esponenti neri che più aspramente criticò il moderatismo del Reverendo King fu Malcolm X, secondo il quale, per ottenere la liberazione e la fine della discriminazione, gli afroamericani avrebbero prima dovuto sviluppare un forte sentimento di unità e, per far ciò, era necessario che eliminassero sia il diffuso sentimento di self-hate, sia la schiavitù mentale che ostacolava ogni loro azione. Malcolm X recuperò le idee di autodeterminazione e di nazionalismo nero tratteggiate già all’inizio del XX secolo da Marcus Garvey, ma le elaborò in modo molto più esaustivo e complesso.


Malcom X esortò i neri a recuperare la loro storia e le proprie radici culturali, affinché potessero definire una specifica identità. Il processo di auto-conoscenza (self-knowledge) costituiva dunque per Malcolm X la precondizione del self-love (stima in sé stessi) e del black pride (orgoglio nero): stimoli potentissimi per la lotta di liberazione. A differenza del Movimento per i diritti civili capeggiato da King, Malcolm X – almeno sino a quando fu portavoce dei Black Muslims – esortò gli afroamericani all’auto-difesa (self-defense), promuovendo così l’uso della violenza per affermare i diritti e le libertà del popolo nero.

Solo dopo aver abbandonato i Musulmani Neri e, soprattutto, dopo il suo pellegrinaggio alla Mecca e dopo aver intrapreso un viaggio in Africa (dove conobbe importanti personalità, quali Julius Nyerere, Kwame Nkrumah, Jomo Kenyatta), Malcolm X attenuò il proprio estremismo. Divenne sostenitore della solidarietà razziale e della fratellanza fra i popoli: un cambiamento anche suggellato dalla modifica del suo nome in El-Hajj Malik El-Shabazz.

Black Power!

La popolarità di Malcolm X assunse dimensioni rilevanti solo in seguito al suo drammatico assassinio, avvenuto il 21 febbraio 1965. Le sue idee furono riprese da un gruppo interno al movimento per i diritti civili. Il 16 giugno 1966, a Greenwood (Mississippi), Stokely Carmichael dichiarò che “Il solo modo in cui noi possiamo fermare l’uomo bianco è andare oltre. È da sei anni che chiediamo libertà e non abbiamo ottenuto nulla. Ciò che dobbiamo iniziare a dire adesso è Black Power!”. Proprio il Potere Nero divenne l’altra anima, più radicale, del movimento per i diritti civili: esaltò la fierezza nera, il Black pride invocato anni prima da Malcolm X e il concetto di blackness fu utilizzato non per esprimere una specifica appartenenza razziale, ma per affermare la consapevolezza di sé e una specifica coscienza politica di chi subiva ingiustizie.

L’assassinio di Martin Luther King

Mentre la comunità nera cercava di risolvere i problemi della segregazione e del razzismo attuando una risposta, da un lato moderata, dall’altro radicale, anche le istituzioni federali avevano ufficialmente riconosciuto la gravità della situazione vissuta dagli afroamericani. Nel 1968, la commissione Kerner, voluta dal presidente Johnson, stilò un rapporto secondo cui negli Stati Uniti si stavano formando due distinte società “una nera, una bianca, separate e ineguali”. Il documento denunciava non solo la discriminazione, ma anche la povertà ormai cronica, l’alto tasso di disoccupazione, la mancanza di strutture scolastiche e sanitarie adeguate e la sistematica brutalità della polizia contro gli afroamericani. Nello stesso anno in cui fu pubblicato il rapporto, la comunità nera subì un duro colpo: Martin Luther King venne assassinato, il 4 aprile 1968.

Silvia C. Turrin

Il periodo successivo alla Seconda guerra mondiale fu per gli Stati Uniti caratterizzato da rivendicazioni
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Domani 19 ottobre uscirà il seguito dell’Autobiografia di Nelson Mandela. Dopo Long Walk to Freedom
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La Mesopotamia é una regione che da sempre affascina, per l’importanza storico-archeologica che la contraddistingue. Nonostante

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Oltre la sofferenza

Alla notizia della morte di Stephen Hawking le reazioni di milioni di persone nel mondo sono state sorprendenti. Commozione, ammirazione, stima hanno dominato i commenti relativi al decesso del cosmologo, fisico, matematico e astrofisico britannico. Reazioni emotive alimentate certamente dalle incredibili scoperte fatte da Hawking, relative alla cosmologia quantistica, alla teoria dei buchi neri e all’origine dell’universo. Ammirazione e commozione derivate anche dalla caparbietà, dalla forza, dal coraggio che Hawking ha [di]-mostrato al mondo a dispetto della malattia degenerativa.

Scoprì di avere la sclerosi laterale amiotrofica (SLA) a soli 21 anni. Nonostante ciò, ha superato lo shock iniziale, ha oltrepassato la facile tentazione di deprimersi, di gettare la spugna e di non proseguire gli studi (complessi) di cosmologia. Anzi, ha rivoluzionato la disciplina in questione, ha avuto due mogli e tre figli, e ci ha lasciato in eredità un vasto patrimonio di conoscenze non soltanto di carattere accademico e scientifico.

Sì, perché la vita di Stephen Hawking può essere da esempio a tutti coloro che vivono una profonda sofferenza non solo fisica, ma anche emotiva.

La storia di Hawking ci ha fatto pensare proprio al concetto di sofferenza. La malattia di Hawking certamente gli procurava grande sofferenza, che avrebbe potuto divenire ancor più forte e intensa se Hawking non avesse reagito alla sua condizione immutabile. Egli, scienziato di fama internazionale con un alto quoziente intellettivo, era impotente di fronte alla degenerazione della SLA. Eppure, proprio grazie alla sua intelligenza e alla sua caparbietà, insieme alla voglia di vivere una vita piena e ricca di emozioni, ha saputo non aggravare ulteriormente il peso della sua sofferenza deprimendosi. Non si è lasciato sopraffare dal dolore, dal senso di ingiustizia, perché sapeva che la vita va oltre la malattia, va oltre la materialità del corpo fisico.

Parlare qui di Stephen Hawking può sembrare fuorviante, ma non è proprio così. Siccome tutto è interrelato, allora l’esperienza di questo grande scienziato ci tocca un po’ tutti da vicino.

Egli ci ha mostrato chiaramente come funzionano le Quattro Nobili Verità:

1-la sua vita è stata caratterizzata dalla sofferenza legata alla malattia degenerativa

2-sapeva qual’era la causa della sua sofferenza

3-sapeva che in qualche modo poteva eliminare un certo tipo di sofferenza, quella che l’avrebbe portato a commiserarsi e a rinchiudersi in se stesso

4-ha scoperto la via attraverso cui vivere comunque una vita ricca di significato e felice.

Molte persone aumentano la propria sofferenza lamentandosi, talvolta ingiustamente. Per esempio, ci si arrabbia perché la commessa non è stata gentile e non ha sorriso; perché a causa di un parcheggio maldestro si sono rotti i fanali posteriori dell’auto; perché il collega non ha riso per una nostra battuta ironica su di un altro collega non presente; perché ci siamo svegliati con un forte mal di testa…

Ci sono sofferenze che non possiamo controllare, altre le possiamo attenuare e altre ancora le possiamo eliminare, come quelle derivanti da ansia e affaticamento.

Ci sono anche altri tipi di sofferenze di cui siamo gli unici artefici, come quelle causate dall’avidità o dall’orgoglio o dalla malevolenza o ancora dall’invidia.

Nelle nostre mani abbiamo il potere di vivere perennemente nella sofferenza o di trasformarla in qualcosa che possa arricchire la nostra vita e quella degli altri.

Stephen Hawking ci ha insegnato che è possibile andare oltre la sofferenza e realizzare qualcosa di davvero straordinario per se stessi e per il mondo intero.

Una profonda sofferenza può aprire le porte della mente e del cuore, rendendoci disponibili agli altri” – Tenzin Gyatso

Silvia C. Turrin
Articolo pubblicato anche sul sito: Nel Cuore della Meditazione

Alla notizia della morte di Stephen Hawking le reazioni di milioni di persone nel mondo
Sul nuovo numero della rivista “Elisir di Salute” (luglio-agosto 2017) trovate un articolo di Silvia
Praticare la Mindfulness Immaginale significa cercare di essere consapevoli, significa sentire/ascoltare con attenzione cosciente. La
Possiamo individuare punti di contatto tra la psicologia analitica e forme spirituali collegate strettamente  alla
Sul numero 60 della rivista "Scienza e Conoscenza" è pubblicato un mio articolo dal titolo

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Benessere nella Natura

«Envie de bien-être dans la nature» è un libro perfetto per riconnettersi con la nostra dimensione più profonda stando a contatto con gli Elementi, la terra, l’acqua, il fuoco, l’aria.

Il macrocosmo così come il microcosmo sono una manifestazione di questi aggregati. Anche noi siamo costituiti da questi Elementi e attraverso essi siamo collegati all’ambiente; infatti, gli Elementi stessi ci permettono di percepirlo in quanto sono posti in relazione coi nostri sensi, l’olfatto, l’udito, la vista, il tatto, il gusto.

Il libro, suddiviso in quattro parti, ci offre una serie di riflessioni e di pratiche legate a ciascun Elemento.

L’Autrice, Florence Thinard, ci regala tanti spunti per vivere pienamente la bellezza della Natura e rimanere in sintonia con essa. Per esempio, possiamo sentire la Terra rimanendo in Shavasana o praticando la meditazione camminata; sempre camminando possiamo entrare in contatto con l’elemento acqua attraverso la pioggia; possiamo omaggiare il Sole e sentire la sua forza per il tramite di Surya Namaskara; ispirando ed espirando possiamo percepire il flusso dell’Aria.

I contenuti sono arricchiti dalle illustrazioni colorate di Cécile Hudrisier.

Il progetto editoriale è stato realizzato da Plume de Carotte, con sede a Toulouse.

L’Editore dal 2008 crea libri curando sia la qualità della carta, rigorosamente ecologica, sia la tipologia di inchiostri, a base di olio vegetale. Inoltre, la stampa viene effettuata a meno di mille km dalla sede dell’Editore e del distributore. Motivi in più per acquistare i libri editi da Plume de Carotte.

Silvia C. Turrin

La buona salute comincia da un’alimentazione equilibrata e sana. Questa è una convinzione antica quanto
Il mondo, agli inizi del XXI secolo, sembra impazzito, sembra “andare alla rovescia”, come dicono
Immagine emblematica esposta all'interno del museo dell'apartheid - Photo Silvia C.
Talvolta, l’importanza e il ruolo dei nostri antenati viene sottovalutato, o addirittura non viene nemmeno
Capita che un evento imprevisto ci faccia capire che stiamo correndo troppo nella nostra vita.

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La ribellione zen è un atto d’amore

zen Selene Calloni WilliamsRealizzarti pienamente e trovare pace, amore, prosperità in questa vita. È ciò che ti aspetta dopo aver letto il nuovo libro Lo Zen e l’arte della ribellione, a bordo di un sidecar nella fantastica storia di Arianna della scrittrice e documentarista Selene Calloni Williams. Man mano che si entra nella storia della protagonista ci si trasforma in lettori attivi, capaci di oltrepassare la corazza dell’homo materialis comunis per abbracciare la visione immaginale e per trasmutarsi in homo imaginalis. Questo è certamente un processo rilevante e rivoluzionario, poiché una volta innescato si ottiene un enorme potere, ovvero quello di non essere più governabili, controllabili e manipolabili. Ciò significa che leggendo le pagine del libro si viene “iniziati” a una profonda trasformazione interiore che, da un lato, conduce alla deprogrammazione inconscia, dall’altro, porta a spezzare le catene tipiche dell’homo consumens. In pratica, si diventa liberi, in quanto si coltiva l’abilità di riconoscere l’esistenza come sogno, impressione, immaginazione: solo così – come afferma l’Autrice – si ha la forza di assumersi la piena responsabilità di tutti gli eventi, sottraendosi al ruolo di vittima e di spettatore passivo.

Attraverso la storia di Arianna riusciamo a ridestarci da un sonno ipnotico e a coltivare il fuoco della libertà per ritrovare noi stessi e per realizzarci, adesso, in questa vita.

Con la scelta coraggiosa di ribellarsi ai divieti imposti da chi controlla il suo mondo, Arianna – abbandonando la città per il deserto – scopre la sua vera natura, scopre chi è veramente. L’atto della ribellione agli arconti, a quelle norme e consuetudini che rendono l’essere umano misurabile, prevedibile, governabile, porta Arianna a deprogrammarsi e ad assaporare la vera libertà. Arianna non sarà più vittima del tempo e degli eventi. Ad accompagnarla in questo viaggio iniziatico sono il mago Teodoro e Akì, la donna naga. L’atto di ribellione compiuto da Arianna si rivelerà un atto d’amore e di libertà. Una libertà che viaggia in sidecar, perché il processo di deprogrammazione e di risveglio è compiuto anche grazie all’aiuto dei fidati compagni. Arianna dovrà affrontare da sola alcune prove, ma il sostegno di Teodoro e di Akì sarà fondamentale in varie situazioni. Solo l’amore potrà salvare i protagonisti; solo l’amore permetterà ad Arianna di vincere l’inganno del tempo e della morte.
In tutto questo, il lettore andrà oltre la mente ordinaria, oltre la paura, per abbracciare finalmente l’amore e vivere nella libertà.

Silvia C. Turrin

Lo Zen e l’Arte della Ribellione
A bordo di un sidecar nella fantastica storia di Arianna
Selene Calloni Williams
Edizioni Studio Tesi, 2017


Lo zen e l’arte della ribellione – il booktrailer

È immerso nel cuore dell'Himalaya, difeso da un complesso ambiente costituito da valli profonde e
Professori di neuroscienze cognitive, docenti di comunicazione e psicologi ci stanno mettendo in guardia, ormai
Il Giappone è un paese dove gli opposti convivono in modo armonioso. Accanto all’indiscutibile modernità,
Proseguiamo il nostro itinerario nel mondo colorato e profumato delle spezie. Nella prima parte abbiamo
Il medico e fisiologo indiano M.V. Bhole unendo le tecniche di Pranayama con le pratiche

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Esce il seguito dell’Autobiografia di Nelson Mandela

Domani 19 ottobre uscirà in Sudafrica e in contemporanea negli Stati Uniti il seguito dell’Autobiografia di Nelson Mandela. Dopo Long Walk to Freedom (tradotto e pubblicato in italiano da Feltrinelli col titolo Lungo cammino verso la libertà) potremo leggere “Dare Not Linger: The Presidential Years” un libro postumo di Nelson Mandela, redatto e ultimato poi da Mandla Langa.

Dare not Linger Nelson Mandela

Come suggerisce il titolo il volume descrive i 5 anni che hanno visto Mandela nella carica di Presidente della Repubblica Sudafricana, la Rainbow Nation (il primo Presidente liberamente eletto da bianchi e neri dopo decenni di politiche razziste ). Un libro biografico e storico che traccia le vicende personali di Nelson Mandela e gli equilibri politici dopo la fine ufficiale del regime di apartheid nel 1994.

L’aspetto interessante è che a curare e a ultimare questa seconda autobiografia postuma di Madiba è Mandla Langa, poeta e scrittore sudafricano che da giovane si unì alla SASO, la South African Students’ Organization della quale diventò poi Direttore. La SASO è stata la prima manifestazione organizzata del Black Consciousness Movement (BCM).

Come scrivo nel libro Il movimento della Consapevolezza Nera in Sudafrica. Dalle origini al lascito di Stephen Biko (Edizioni Erga, Genova):

“Il messaggio della Consapevolezza Nera venne interiorizzato poi da numerosi poeti, fra i quali, spiccano Sipho Sepamla, Oswald Mtshali, Mongane Serote, Mandla Langa, Mafika Gwala e Western Kunene. […] la poesia per il BCM non era un fenomeno accidentale, bensì espressione intrinseca della sua vera sostanza”.

In seguito, come tanti esponenti del BCM, dopo la dissoluzione del movimento, Mandla Langa si avvicinò all’ala armata dell’ANC, l’Umkhonto we Sizwe, abbracciando quindi le posizioni politiche del partito di Mandela.

Dare Not Linger: The Presidential Years (Pan Macmillan, Sudafrica) un libro da leggere, sicuramente…

I diritti di traduzione sono stati venduti a varie case editrici di respiro internazionale, tra le quali citiamo la Rosinante (Danimarca), le Edizioni Plon (Francia), la Quadriga (Germania), la Feltrinelli (Italia), la Marcador (Portogallo).

Silvia C. Turrin

Per Approfondire:


 

La regione sudafricana del Cederberg è un’area montana ancora incontaminata, caratterizzata da paesaggi unici. Questa
Il 2018 è un anno storico per il Sudafrica, perché dopo 126 anni gli Springboks
Il 2018 è un anno importante non soltanto per il Sudafrica. Il 18 luglio si
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intervista di Syusy Blady a Zecharia Sitchin

Syusy Blady, sulle tracce dei misteri della storia

Maurizia Giusti, in arte Syusy Blady, è una donna poliedrica. Tutti la ricordiamo grazie a trasmissioni di successo quali “Turisti per caso” (con Patrizio Roversi) o il più recente “In viaggio con la zia” (con Livio Beshir e il simpatico e preparatissimo critico d’arte Costantino D’Orazio).

Syusy Blady non è soltanto una capace conduttrice televisiva, che ha creato uno stile comunicativo personale e unico, ma è anche autrice e attrice, nonché è un’instancabile appassionata di viaggi. È una nomade.

Che ci faccio qui?” – citando un noto libro di Chatwin – potrebbe essere un suo motto. Già con Turisti per caso (insieme all’inseparabile Roversi) ci ha accompagnati in giro per mondo, conducendoci, attraverso immagini e racconti avventurosi, in tantissimi luoghi meravigliosi, dall’India al Marocco, dall’Argentina alla Cina, passando per il Giappone e la Polinesia Francese.

Il suo interesse per l’archeologia e la storia l’hanno poi portata a indagare su alcuni “enigmi” legati ad antiche civiltà. Sulla scia dei lavori pionieristici di Peter Kolosimo, Syusy Blady ha cercato di dipanare la matassa dei misteri che ancora aleggiano sulla nostra storia, viaggiando in vari angoli di questo nostro villaggio globale. Molti degli itinerari presentati nel ciclo di puntate televisive di “Misteri per caso” vengono riproposti in forma scritta nel libro “Tutta un’altra storia” (Verdechiaro Edizioni), riedizione di un precedente e fortunato volume del 2011. Questa volta, la narrazione è integrata anche con riferimenti interattivi, che rimandano il lettore a oltre 80 video, tramite cui andare sulle tracce di una storia diversa. Per esempio… siamo proprio sicuri che Cristoforo Colombo sia stato davvero il primo navigatore a scoprire l’America?

Syusy Blady attingendo a fonti antiche e attuali ci spiega episodi precedenti il 1492 che dimostrerebbero come altri esploratori abbiano toccato per primi le terre del Nuovo Mondo. Basti considerare alcune mappe storiche, citate nel libro “Tutta un’altra storia”, come quella di Benincasa del 1482 o la Mappa di Vinland del 1440: entrambe, raffigurano terre che teoricamente e ufficialmente erano allora sconosciute. Ma ufficiosamente la realtà era ben diversa.

Syusy Blady ci svela anche il suo incontro con il compianto Zecharia Sitchin (1922-2010), sumerologo poi diventato famosissimo come scrittore: nei suoi libri ha svelato teorie relative alla genesi della specie umana; teorie che si rifanno proprio ai miti sumerici, nei quali si legge, in forma epica, ciò che secondo Sitchin è realmente accaduto agli albori delle origini della nostra specie. In particolare, una tavoletta sumera assume un’importanza rilevante dalla prospettiva di Sitchin: in essa si vede la dea Ninmah che crea un bambino e la dea è circondata da ampolle, come se si trovasse in un laboratorio.
intervista di Syusy Blady a Zecharia SitchinQuesto e altri elementi storici, tra cui un sigillo cilindrico del 2400 a.C. in cui si vede chiaramente il pianeta Nibiru, hanno portato Sitchin a formulare la sua teoria, descritta in modo semplice e chiaro anche da Syusy Blady in “Tutta un’altra storia”. Ciò che noi chiamiamo dèi non sono forse altro che esseri molto progrediti giunti da un altro pianeta? Fu il loro arrivo sulla Terra a determinare il nostro sviluppo e la nostra evoluzione? È grazie alle loro conoscenze che possiamo trovar spiegazioni relative a monumenti, come le mura megalitiche, e a eventi ancora oscuri, come l’improvvisa e inspiegabile distruzione della straordinaria civiltà di Mohenjo-Daro, nella valle dell’Indo?

Syusy ci guida anche in altri tempi e luoghi: dalla Siria – quando ancora non era presa d’assalto dai giochi geopolitici di altre nazioni – a Malta, da Il Cairo a Baalbeck. Sono tante le tappe compiute da Syusy che ci portano indietro nel tempo e che ci fanno riflettere sulla nostra evoluzione e sul nostro modo di studiare e considerare la storia.

È chiaro che molte analisi sono imbevute di preconcetti eurocentrici e paternalisitici, cui si aggiunge una visione fallocratica/androcratica della società. Un manufatto può essere catalogato in un modo piuttosto che in un altro a seconda della prospettiva del ricercatore. Il lavoro encomiabile di Marija Gimbutas (1921-1994) ne è una prova: la nota e compianta archeologa ha praticamente riscritto una parte della nostra storia, mettendo in luce il ruolo della donna e della logica femminile agli albori delle prime società umane. Linee di discendenze matrilineari, società pacifiche ed egualitarie, culti sacri legati a divinità femminili: erano questi gli elementi salienti dell’Europa neolitica. Questi elementi sono stati per lungo tempo offuscati o minimizzati o deformati sul piano storico-archeologico, proprio per la forza della logica fallocratica/androcratica dominante.

Negli ultimi decenni, come mette in luce anche questo volume di Syusy Blady, si sta cercando di delineare un’altra storia, un po’ più vera, un po’ meno ideologizzata, un po’ più rispettosa di modelli incentrati sul matriarcato e sui culti femminili. È dovere di ciascun cittadino capire e conoscere il passato per non commettere più gli stessi errori. Se capiamo il passato senza guardarlo con lenti offuscate o deformate possiamo capire il presente, le contraddizioni e le dominazioni che vediamo nel mondo. Se comprendiamo il presente possiamo capire quale strada percorrere tutti insieme per andare avanti nella nostra evoluzione. È chiaro che se il paradigma politico-economico attuale ancora fortemente basato su logiche maschili non cambierà, il nostro destino come specie umana vivente sarà compromesso.

Siamo noi gli artefici della nostra esistenza. Studiare la storia serve a questo: a capire le nostre vere radici, senza le quali non possiamo crescere davvero in modo compiuto, prospero e armonioso.

Tutta un’altra storia” di Syusy Blady, in modo divertente e coinvolgente, ci elargisce variegati spunti su cui riflettere, per aggiungere nuovi tasselli al vasto mosaico del nostro passato, più o meno remoto. Un passato sul quale aleggiano ancora diverse domande e ancora diversi misteri. Solo ricerche archeologiche serie e rigorose, attuate in un’ottica paritaria ed equilibrata tra il femminile e il maschile, potranno spiegare molti quesiti che ruotano attorno alla nostra storia.

Purtroppo, tanti luoghi ricchi di vestigia ancora nascoste, come Israele, la Palestina, la Siria, l’Egitto e l’Iraq, sono tormentati da guerre e instabilità politico-sociali. E purtroppo, tanti storici monumenti del passato sono stati distrutti durante questi conflitti, come se si volesse oscurare un passato scomodo per taluni gruppi di potere.

La storia è una disciplina quanto mai “politica”, è uno strumento che crea la cultura di un Paese, e quindi delle varie civiltà. È da lì, dalle nostre radici storiche, che bisogna partire per evolvere!

Silvia C. Turrin

 

Maurizia Giusti, in arte Syusy Blady, è una donna poliedrica. Tutti la ricordiamo grazie a
Il Giappone è un paese dove gli opposti convivono in modo armonioso. Accanto all’indiscutibile modernità,
Allontanarsi dai ritmi frenetici delle metropoli grigie, inquinate, convulse e immergersi in un paesaggio meraviglioso,
Terra di contrasti assoluti, dominata da paesaggi selvaggi, dove l’acqua e il fuoco si scontrano
Per gli antichi Romani era la “finis terrae”, la fine della terra. Oltre le spiagge,

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un libro per sempre Mindfulness Immaginale

Mindfulness Immaginale e la capacità di darsi – Intervista a Selene Calloni Williams

Alcune persone, un po’ confuse sul concetto e sulla pratica della Mindfulness, mi chiedono: “Perché ti sei avvicinata proprio alla Mindfulness Immaginale? Cos’ha di diverso rispetto agli altri corsi proposti in Italia?”. Io rispondo in modo semplice, spiegando come la Mindfulness Immaginale sia uno straordinario ponte di collegamento tra la pratica meditativa tipica dell’Oriente e l’approccio psicologico immaginale nato in Occidente.

La Mindfulness Immaginale, sviluppata da Selene Calloni Williams e dal reverendo Gotatuwe Sumanaloka Thero, è rispettosa delle basi filosofiche da cui deriva; infatti, essa è incentrata sulla corrente Theravada, ovvero quella scuola buddhista che più si avvicina agli insegnamenti originari dell’Illuminato e da cui traiamo i principi e le pratiche della meditazione.

Selene Calloni Williams e il reverendo Gotatuwe Sumanaloka Thero, monaco buddhista Theravada

Bisogna capire che il mondo della Mindfulness si è ormai diversificato. Essendo diventata molto popolare e “di moda”, all’interno della Mindfulness sono sorti approcci puramente materialistici, che non tengono abbastanza in considerazione la dimensione “sacra”, “invisibile” insita invece nella Mindfulness primeva , così come ci è giunta a noi dall’Oriente.

Certo, i confini tra Oriente e Occidente sono diventati labili, almeno dal punto di vista di talune tendenze e modus vivendi legati alla globalizzazione: dall’uso dei medesimi mezzi di comunicazione alla diffusione di modelli socio-tecnologici simili. Possiamo affermare come la Mindfulness Immaginale permetta di approcciarsi alla vita occidentale in maniera più lucida e consapevole. Essa ci aiuta a rimanere attenti alla realtà circostante e ai fenomeni che accadono, restando al contempo ancorati alla dimensione spirituale, sacra.

I ritmi esistenziali in Occidente, o meglio, nel cosiddetto “Nord del Mondo”, continuano a essere frenetici e offuscati da un’innumerevole quantità di distrazioni; la visione materialista appare ancora forte, sebbene vi siano piccole minoranze di persone, con visioni anche tra loro molto differenti, che si sono allontanate proprio dall’eccesso di materialismo per abbracciare stili esistenziali frugali e ispirati a qualche forma di devozione: chi verso la religione cristiana, chi verso il buddhismo, chi verso un approccio più panteistico.

Selene Calloni_Williams, ideatrice di Imaginal Academy – L’Accademia degli Immaginalisti

Come la mia maestra Selene Calloni Williams spiega nei suoi corsi organizzati con Imaginal Academy, “Praticare la Mindfulness Immaginale, significa seguire un cammino “controcorrente”, attraverso il quale tutti i valori del mondo vengono trasvalutati. Il mondo è fondato sugli attaccamenti e la meditazione porta allo scioglimento degli attaccamenti e al Nirvana, cioè alla liberazione dall’illusione di esistere come individuo separato dal tutto. Le sensazioni di mancanza sono passaggi segreti che portano verso il mondo infero, il regno dell’anima e quindi vanno coltivate attraverso la meditazione. Il meditante deve andare nella direzione da cui tutti gli altri fuggono, smettere di agitarsi per contrastare la natura, e alleandosi con essa incamminarsi impeccabilmente verso la liberazione finale”.

La Mindfulness rischia di venire snaturata, ecco perché credo sia giusto fare chiarezza in un tempo storico in cui le mode e la tendenza del “tutto e subito” rischiano di avere il sopravvento; rischiano di creare più confusione e poche certezze tra le persone.

E per fare chiarezza ho voluto intervistare ancora una volta la mia maestra, Selene Calloni Williams. L’occasione è avvenuta in un bellissimo pomeriggio di giugno; ci stavamo avvicinando al crepuscolo e la natura ci ha regalato suoni e colori avvolti da sfumature poetiche. Il canto degli uccellini ci ha accompagnate durante questo interessante dialogo.

Un dialogo indirizzato a chi già certamente conosce la Mindfulness Immaginale, un dialogo rivolto anche a tutte quelle persone che sentono sia giunto il tempo di praticare un cammino controcorrente…

L’importanza della dimensione sacra

Inizio l’intervista a Selene porgendole una domanda introduttiva, ma importantissima per decifrare l’epoca in cui stiamo vivendo.

Silvia: Quanto è importante la Mindfulness Immaginale in un periodo storico come quello che stiamo vivendo? Un periodo in cui sembra che tutto sia dominato dal caos. Un periodo in cui tante persone si sentono distratte e confuse? Come la Mindfulness Immaginale può trasformare l’inconsapevolezza in consapevolezza e il disordine in armonia?

Selene: La Mindfulness Immaginale può fare tantissimo, però bisogna che la gente la pratichi. La Mindfulness Immaginale può ristabilire un legame con tutto ciò che è connesso alla dimensione invisibile. Per esempio, aiuta a migliorare sia la qualità del sonno, sia il nostro rapporto con il nostro corpo. Una persona che riesce a dormire bene, risulta essere meno ansiosa, e quindi è meno agitata. Per trasformare il caos bisogna partire dalle persone. Bisognerebbe che si incominciasse con l’instaurare/ristabilire una maggiore fiducia verso il proprio corpo, verso i propri organi, perché moltissimi individui ormai vivono come se il corpo fosse un oggetto, una macchina; hanno dimenticato il rapporto profondo con gli organi, con la dimensione sacra del corpo. Per Jung gli organi sono gli Dèi, mentre per gli sciamani sono i nostri avi. Certamente non sono semplici oggetti meccanici. Eppure l’uomo sembra avere con il corpo lo stesso rapporto che ha con una macchina, con un computer, solo che il corpo può ammalarsi, può cedere, invecchiare, può dar fastidio. Il corpo ha delle richieste. Questo aumenta l’ansia, la sua frustrazione e ciò, talvolta, può tradursi in violenza e può causare violenza, o incomprensione verso gli altri, perché non comprendere il proprio corpo significa anche non comprende gli altri. Significa anche spezzare il rapporto con l’invisibile. Se questo accade, allora si vive nell’ansia e nella paura.

Silvia: Spiegando la Mindfulness Immaginale ai neofiti e non solo, ho notato come talune persone pensino che per praticarla occorre rimanere in silenzio, in solitudine, al chiuso, e meditare nella classica postura del loto o a gambe incrociate. Anche su questo bisogna fare chiarezza…

Selene: Meditare non significa soltanto rimanere a gambe incrociate e a occhi chiusi. Anzi, è proprio quando una persona deve fare qualcosa per uscire dallo stato di meditazione che si rivela un vero meditante, non quando deve fare qualcosa per mettersi in meditazione. È uscire dallo stato meditativo che fa la differenza tra un praticante o meno. Di fatto, la meditazione è una propaggine della vita, di una vita vissuta in uno stato di consapevolezza. Praticare la Mindfulness Immaginale significa cercare di essere consapevoli, significa sentire/ascoltare con attenzione cosciente. La meditazione è attenzione.

Se una persona è attenta, soffre anche meno. Le persone sono distratte perché hanno paura, hanno paura perché sono in ansia, sono in ansia perché non stanno attente all’invisibile, non guardano le cose in profondità, perché non meditano. Tutto questo si rivela un circolo vizioso. La meditazione può ricondurci in un circolo virtuoso, ovvero: guardo le cose con attenzione, le guardo con profondità, sono consapevole, diminuisco l’ansia, diminuisco la paura e riesco a essere sempre più consapevole, meno distratto. La distrazione è originata proprio da ansia e da paura, le quali provocano superficialità, che a sua volta è causata dalla paura di andare in profondità nelle esperienze di vita. La Mindfulness Immaginale è di enorme beneficio per chi vuole seriamente uscire da questa gabbia.

Silvia: Anche in Italia la mindfulness ormai è inflazionatissima. Viene inserita in tanti contesti come fosse qualcosa di ludico, di facile e sbrigativo. Viene insegnata in certi corsi o seminari a numerosi gruppi di persone, senza prestare l’attenzione in modo specifico alle esigenze e peculiarità di ciascuno. Non si rischia una eccessiva semplificazione?

Selene: La semplificazione non è un rischio, si vede già. La situazione è già così, la mindfulness viene snaturata. Semplificare di per sé non sarebbe sbagliato, ma in questa semplificazione, se eccessiva, si rischia di stravolgere i fondamenti e i contenuti della Mindfulness stessa.

Portare la meditazione a tutti, che di per sé è un buon intento, in realtà è difficile, poiché il processo di semplificazione può trasformarsi in un processo in cui la mindfulness viene deformata. Si finisce così per perdere il suo nucleo centrale, che è il recupero del sacro, della capacità di darsi, di amare, di ritrovare l’unione con il Tutto. La mindfulness se snaturata diventa esattamente l’opposto, cioè qualcosa che parte dall’io e che ha come fine il rinforzo delle categorie dell’io. Mentre la meditazione dovrebbe essere esattamente l’opposto, cioè il superamento e la dissoluzione dell’io. Fare e praticare la Mindfulness Immaginale significa avviare i processi di depersonalizzazione e di smaterializzazione del reale; significa anche lasciare andare gli attaccamenti e coltivare per sé e per il mondo la Pace.

Per approfondire si consiglia la lettura del libro “Mindfulness Immaginale”

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