Category Archive Ben-essere

Il cibo del risveglio

La buona salute comincia da un’alimentazione equilibrata e sana. Questa è una convinzione antica quanto il mondo, confermata da una serie di studi risalenti a millenni fa. Basti pensare alle teorie sviluppate dal celebre medico greco Ippocrate, vissuto in Grecia tra il V e il IV secolo a.C., il quale mise in evidenza come la malattia derivi dalla qualità e dalla quantità di cibo che si ingerisce. Da questa premessa formulò la nota teoria dei quattro umori corporei (sangue, flemma, bile gialla e bile nera), poi rielaborata da Galeno, nel II secolo d.C.

Il rapporto tra cibo e benessere è ben noto ovunque nel mondo. Dall’India al Marocco, dal Giappone all’Italia il cibo rimane “la nostra prima medicina”. Ne siamo consapevoli, eppure, nonostante le svariate pubblicazioni e i numerosi programmi televisivi dedicati alla cucina molte persone continuano ad avere una relazione sbagliata col cibo. Immersi come siamo in un eccesso di informazioni sull’alimentazione dovremmo ormai aver compreso come scegliere un’alimentazione sana e naturale. Eppure non sempre è così. Talvolta il cibo sopperisce a una mancanza esistenziale: mancanza d’amore, o di fiducia nelle proprie capacità, o mancanza di dolcezza. Oppure, il cibo si trasforma in una sorta di “oggetto” attraverso cui scaricare rabbia, tensioni, frustrazioni. Il rapporto col cibo viene così distorto, deformato, umiliato, svalutato. Tutto ciò si verifica, poiché si guarda e ci si rapporta al cibo partendo da una prospettiva materialistica. Ma è possibile superarla, come spiega Selene Calloni Williams nel recente libro “Il cibo del risveglio” (Ed. Mediterranee).

Scrive l’Autrice: “L’individuo che io chiamo homo materialis comunis è colui che pensa di aver nel piatto un ammasso di vitamine, proteine, carboidrati… Insomma qualcosa di assolutamente concreto, materiale, oggettivo destinato a far parte di un corpo, il suo, che è altrettanto materiale e oggettivo; egli non fa anima mangiando. […] L’homo materialis è annegato nelle teorie, delle quali è la vittima designata. […] Di questi tempi vengono prodotte molte teorie sull’alimentazione e sempre di nuove ne nascono, tuttavia, malgrado tutti gli sforzi profusi, l’individuo continua a farsi del male mangiando”.

Mangiare come rituale sciamanico

 

Leggendo “Il cibo del risveglio” si comprende la necessità di trasformare la comune visione riguardante il “semplice” atto del mangiare. È essenziale andare oltre la dimensione oggettiva e materiale, per abbracciare piuttosto la visione immaginale. Compiendo questa evoluzione di prospettiva possiamo considerare il cibo come un elemento prezioso, vitale, strettamente connesso all’invisibile e all’amore.

L’Autrice, oltre a spiegare numerosi consigli di cucina, descrive meditazioni, preghiere, rituali potenti da praticare ogni volta che mangiamo, in modo da trasformare ogni pasto in un atto d’amore e in un rito che va oltre la materia. Compiendo le varie pratiche descritte ne “Il cibo del risveglio” rafforziamo la nostra consapevolezza, la nostra presenza mentale, sviluppiamo l’attenzione cosciente e andiamo oltre a una mera azione meccanicistica, automatica, ripetitiva.

Il libro è arricchito da 30 schede relative a 30 alimenti diversi, dall’amaranto al carciofo, dal fico al ginkgo biloba, dalla mela alla pesca… In ogni scheda, per ciascun alimento viene spiegato il mito che l’ha portato in essere. Sono miti legati a varie tradizioni, tra cui quella Greca e quella Induista. E ogni mito manifesta una particolare emozione e/o stato d’animo (rabbia, fallimento, tradimento, ansia, insicurezza, ecc.) accompagnato a sua volta da un evento.

“Conoscere gli effetti dei vari cibi sui nostri stati d’animo ci aiuta a divenire co-creatori del nostro destino” spiega nel libro Selene Calloni Williams.

Seguendo le pratiche di risveglio descritte nel libro, cibarsi diventa un rito sacro. Si ha inoltre la straordinaria opportunità di ri-scopre la centralità del sacrum facere. Mangiare sarà non più un’azione meccanicistica, bensì si trasforma in un rituale simbolico. Il rituale del cibarsi diventa così un viaggio tramite il quale possiamo lenire le ferite dell’anima e riabbracciare l’invisibile.

Silvia C. Turrin


 


Selene Calloni Williams. Scrittrice, viaggiatrice e documentarista, è autrice di numerosi libri e documentari a tema psicologia ed ecologia profonda, sciamanismo, yoga, filosofia e antropologia.
È l’iniziatrice del “metodo simbolo-immaginale” o “approccio immaginale” e della scuola italo svizzero degli immaginalisti. L’approccio immaginale è applicato a varie tecniche e discipline nell’ambito delle professioni fondate sulla relazione d’aiuto e nel campo della crescita personale. Per esempio la Mindfulness Immaginale, la Psicogenealogia Immaginale, le Costellazioni Immaginali, la Regressione Immaginale, ecc.

 

 

 


È immerso nel cuore dell'Himalaya, difeso da un complesso ambiente costituito da valli profonde e
Il Giappone è un paese dove gli opposti convivono in modo armonioso. Accanto all’indiscutibile modernità,
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La Birmania-Myanmar è un Paese straordinario. Questa nazione, dopo decenni difficili a livello socio-politico, sta

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Les bienfaits des bains de forêt

«Je partis dans les bois car je voulais vivre sans me hâter, vivre intensément et sucer toute la moelle secrète de la vie. Je voulais chasser tout ce qui dénaturait la vie, pour ne pas, au soir de la vieillesse, découvrir que je n’avais pas vécu» écrit Henry David Thoreau philosophe, naturaliste et poète américain. Avec son œuvre «Walden ou la Vie dans les bois» Thoreau parle d’un retour à la nature pour vivre l’authenticité, dans les forêts.

Nous avons compris, dans ces dernières années, le pouvoir de guérison de la nature et les vertus thérapeutiques des forêts, grâce à de nombreuses études: par exemple, Ming Kuo, chercheuse à l’université de Chicago, a souligné les effets positives de la nature sur la santé, en particulier sur la dépression, le troubles de l’anxiété et de l’attention. Le docteur Qing Li, médecin immunologiste à l’université de médecine de Tokyo, membre fondateur de la société japonaise de sylvothérapie, dans son livre « Shinrin-Yoku, l’art et la science du bain de forêt » explique que le pouvoir de guérison des forêts est une réalité scientifique. En effet, le pays du Soleil Levant reconnaît officiellement les vertus thérapeutiques du Shinrin-Yoku et le gouvernement en 1982 a inscrit le concept de promenades méditatives dans les bois dans un programme sanitaire national pour inciter les Japonais à prendre soin de leur santé et de leurs forêts.

Aux États-Unis est arrivée la tradition japonais de bain des forêts grâce au travail de M. Amos Clifford, fondateur et directeur de l’Association des Guides et Programmes de la Nature et de la Thérapie forestière, et expert sur la thérapie forestière inspirée du Shinrin Yoku. Dans son livre «Le guide des bains de forêt» (Guy Trédaniel Éditeur, 2018) trouvons des explications sur la pratique de cette méthode qui permet d’abandonner le stress et prévenir les maladies.

Les bienfaits des bains de forêt sont vraiment extraordinaires, puisque les personnes qui les pratiquent ont constaté, par exemple, une augmentation d’une sensation de détente mentale profonde et des sentiments de gratitude et d’altruisme.

Marcher lentement dans la forêt, explorer la nature en prenant conscience des éléments permet de déconnecter avec la cacophonie urbain. La pollution chimique et sonore de la ville est loin et nous pouvons obtenir des effets surprenants, comme la diminution de la sécrétion de cortisol (l’hormone du stress) et de la tension artérielle. Le bain de forêt ralentit le rythme cardiaque et optimise les fonctions immunitaires. La présence des phytoncides dans l’air (composés naturellement émis par les arbres) permet au notre propre système immunitaire de travailler mieux et de contraster des agents pathogènes. En outre, le bain de forêt favorise un état de méditation qui permet de se recentrer sur soi.

Pratiquer les bains de forêt régulièrement est important non seulement pour notre santé, mais aussi pour la santé et la protection des écosystèmes forestiers. Avec les bains de forêt nous apprenons à nous connecter avec la nature, avec la Terre-mère.

Silvia C. Turrin


Conseils de lecture:

Amos Clifford, Le guide des bains de forêt, Guy Trédaniel Éditeur, 2018

Yoshifumi Miyazaki, Shinrin Yoku, Guy Trédaniel Éditeur, 2018

 

La regione sudafricana del Cederberg è un’area montana ancora incontaminata, caratterizzata da paesaggi unici. Questa
È la quarta isola al mondo per grandezza. La sua superficie, ampia circa 594mila km²,
Allontanarsi dai ritmi frenetici delle metropoli grigie, inquinate, convulse e immergersi in un paesaggio meraviglioso,
Negli ultimi mesi, dopo un'estate caratterizzata da siccità, da temperature elevate e al contempo da
Per gli antichi Romani era la “finis terrae”, la fine della terra. Oltre le spiagge,

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Essere “monotasking” per mantenere l’attenzione e conservare l’energia

Professori di neuroscienze cognitive, docenti di comunicazione e psicologi ci stanno mettendo in guardia, ormai da anni, dall’agire, lavorare, vivere secondo un orientamento multitasking.
Un approccio, invece, spesso richiesto, in modo più o meno esplicito, in vari ambienti professionali. Eppure, effettuare più compiti alla volta nuoce a livello produttivo e anche sul piano cognitivo. Il nostro cervello può subire una sorta di “cortocircuito” nel seguire i troppi e variegati compiti a cui lo sottoponiamo e può entrare in modalità stand-by.

Anche se il nostro cervello è plastico, agire in modo multitasking ci disperde tante energie, ci distrae e aumenta i pericoli di produrre sbagli anziché risultati positivi.

L’aspetto buffo è che il termine multitasking è diventato quasi di moda, in diversi ambiti, molto distanti tra loro e che con l’informatica non hanno nulla a che fare.

Sì, perché vogliamo ricordare come la parola multitasking sia stata utilizzata prima di tutto in ambito tecnologico, per indicare quei sistemi operativi capaci di eseguire più programmi contemporaneamente.

Il dogma dell’efficienza, il dogma della produttività, il dogma dell’edonismo… ci spingono a credere che in questo terzo Millennio sia necessario compiere più azioni allo stesso tempo, altrimenti si viene tagliati fuori dal sistema, si è “out”.

Ma è davvero così?

Il cammino meditativo ci spinge ad andare in tutt’altra direzione. Il cammino meditativo ci spinge ad andare controcorrente, alimentando piuttosto la nostra capacità di attenzione, di concentrazione, di focalizzazione su un pensiero, su un gesto, su una sensazione, su un’immagine.

Nella pratica meditativa non è possibile e non è nemmeno né auspicabile, né richiesto essere “multitasking”; occorre piuttosto nutrire l’attenzione cosciente orientandola verso una determinata visione/azione contemplativa.

Anche le ricerche accademiche in questi anni hanno messo in luce come l’approccio al multitasking sia deleterio sul piano creativo, energetico e produttivo.

Lo ha evidenziato per esempio Daniel Levitin, professore di psicologia e di neuroscienze all’Università McGill di Montreal, nonché autore del libro “The Organized Mind, Thinking Straight in the Age of Information Overload” (non tradotto in italiano).

Il nostro cervello – dagli studi condotti – può trattare un solo compito alla volta in maniera efficiente, lucida, pratica. In altre parole, quando stiamo svolgendo due attività simultanee si attivano più aree a livello cerebrale, ma di fatto il cervello tratta un solo compito alla volta. La corteccia prefrontale ci permette di coordinare e pianificare vari compiti, ma in realtà il cervello ha bisogno di un brevissimo lasso di tempo per portare la nostra concentrazione su un compito e poi su un altro.

Una frase che ci ha fatto sorridere e che condividiamo pienamente l’ha riferita lo scrittore statunitense Philip Connors:

Voglio accrescere le mie capacità di concentrazione, non ridurle. Tuttavia, tutte le meravigliose invenzioni del XXI secolo mi spingono, mio malgrado, nella direzione opposta”.

Noi meditanti attraverso la pratica costante, sincera e regolare ci stacchiamo dai condizionamenti, dalle distrazioni, lasciando la nostra mente in uno stato naturale.

Come abbiamo sottolineato nel libro Mindfulness Immaginale la meditazione produce vari benefici, tra cui: la pacificazione della mente; l’attenzione cosciente e l’assenza di giudizio.

La meditazione ci porta a una pacificazione mentale e una mente in pace plasma il cervello portandolo a indirizzare meglio le funzioni cerebrali verso gli atti che compiamo nel momento presente.

Silvia C. Turrin

Articolo pubblicato anche sul mio sito dedicato alla Meditazione:
https://nelcuoredellameditazione.wordpress.com/

È immerso nel cuore dell'Himalaya, difeso da un complesso ambiente costituito da valli profonde e
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Il medico e fisiologo indiano M.V. Bhole unendo le tecniche di Pranayama con le pratiche

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Ikigai. Scoprire ciò che dà senso alla propria vita

Ci siamo mai chiesti qual è la nostra principale motivazione esistenziale? O qual è l’elemento che rappresenta la molla che ci spinge a fare, creare, andare avanti con entusiasmo? Porsi queste domande è fondamentale per trovare le ragioni più profonde che alimentano quotidianamente la nostra felicità. Per il solo fatto di formulare questi interrogativi riusciamo a essere più distaccati e meno coinvolti dai ritmi frenetici. Abbiamo tutti bisogno di dare un senso alla nostra vita. Un senso che va oltre la dimensione materialistica; un senso che non dipende da quali e quanti oggetti o soldi abbiamo a nostra disposizione. La felicità, piuttosto, è in stretta sintonia con le nostre vere passioni e con il nostro modo di rapportarci a noi stessi, agli altri e al mondo circostante. Ognuno può vivere un’esistenza ricca di significato: l’elemento chiave è individuare il motivo o i motivi che ci spingono ad alzarci la mattina con entusiasmo. In altri termini, è importante scoprire quale forza interiore ci motiva a dare forma, concretezza, bellezza e armonia alla nostra vita. Possiamo fermarci e chiederci “quale forza mi fa sorridere, mi fa affrontare gli ostacoli esistenziali, mi fa assaporare ogni istante?”.

Energia vitale e longevità

Regolarmente vengono portati avanti studi per esplorare i fattori che alimentano la felicità. Tra le indagini più recenti troviamo quelle condotte dal ricercatore e autore statunitense Dan Buettner, il quale ha analizzato le cosiddette “blue zones”, ovvero quelle regioni del pianeta dove le persone raggiungono età particolarmente avanzate. Una di queste “zone blu” è Okinawa, considerata un’eccezione rispetto al resto del Giappone. I suoi abitanti conducono una vita sana, attiva, sono allegri e hanno una speranza di vita molto alta: in media 87 anni per le donne e 79 anni per gli uomini. Gli studi condotti da Dan Buettner e da altri ricercatori mettono in evidenza come gli abitanti di queste “zone blu” soffrano meno di malattie tipiche della vecchiaia – quali demenza senile e Alzheimer – rispetto ad altre nazioni sviluppate, come gli Stati Uniti. Da queste analisi è emersa la stretta correlazione tra i fattori che incrementano la felicità nelle persone e la loro longevità. Chi si sente realizzato, chi percepisce di avere una vita piena e soddisfacente – sia esso un pescatore, una maestra d’asilo, una mamma, ecc. – ha un’alta aspettativa di vita. Partendo dal Giappone e da Okinawa possiamo quindi capire i segreti del legame tra felicità e longevità.

Un’esistenza ricca di significato

In Italiano o in altri idiomi occidentali non esiste un unico e determinato termine che possa indicare “la gioia di vivere” o “la ragion d’essere”. In Giappone troviamo questa magica parola, ovvero “ikigai”, che sintetizza appieno la bellezza di esperire in modo concreto una vita appagante. “Ikigai” indica molti concetti, comunque tutti connessi al senso più profondo della piena realizzazione di sé. Ikigai signfica: “la gioia di fare le cose che rendono la vita degna di essere vissuta”, o anche “la ragione per cui vale la pena esistere”, o ancora “ la realizzazione di sé e l’automotivazione”. Si tratta di una filosofia e al contempo uno stile di vita che porta le persone a sentirsi pienamente vivi, soddisfatti, felici. Il livello di ikigai varia da soggetto a soggetto, da comunità a comunità. Per alcuni individui è difficile, se non decisamente arduo, individuare il proprio ikigai. In un ambiente sociale complesso e carico di parecchie distrazioni, incombenze e condizionamenti, non per tutti è facile capire qual è davvero la propria passione, o la propria motivazione esistenziale. Le ricerche condotte sull’isola di Okinawa ci aiutano a comprendere quali sono gli elementi che contribuiscono a dare un senso profondo alla nostra esistenza.

L’isola dei centenari felici

Okinawa è una delle isole più grandi del Giappone. È circondata dalle acque blu cobalto dell’oceano Pacifico e il nord dell’isola è ricoperto da verdi foreste lussureggianti. Una ricerca del 2006 pubblicata sul “Journals of gerontology Series A” ha messo in evidenza una percentuale molto alta di centenari sull’isola (oltre 50 centenari per ogni 100mila persone) rispetto ad altre zone con diffuso benessere. Dallo studio è emersa poi la bassa incidenza di malattie cardiovascolari sul tasso di mortalità tra gli uomini e soprattutto tra le donne di Okinawa (le patologie coronariche sono per esempio molto più elevate negli Stati Uniti). Questi dati si spiegano considerando lo stile di vita degli abitanti dell’isola; uno stile che include un’alimentazione basata in prevalenza sul consumo di legumi, cereali integrali, tofu, alghe marine, frutta. Molti isolani hanno un orto, dove vi coltivano le verdure (a foglia verde, poi cavoli, zucche, cipolle, daikon) di cui poi si nutrono. Oltre al cibo sano, gli abitanti di Okinawa sono attivi. Gli anziani praticano sport, tai chi, karate, altri continuano a coltivare la passione per il ballo. Questa vitalità fa rima con comunità, cioè le persone non si rinchiudono soli nelle proprie case, ma mantengono i loro rapporti sociali. Il senso di appartenenza a una comunità è elemento imprescindibile per una buona qualità di vita. Gli abitanti di Okinawa provano un profondo appagamento interiore, percepiscono gioia e serenità, tutti fattori che contribuiscono a mantenere inalterati la loro energia e il loro ottimismo. Dalle ricerche è emerso che la maggior parte degli isolani sanno perfettamente quale sia il loro ikigai, qual è il senso della loro vita, qual è l’aspetto esistenziale che li spinge ogni mattina ad alzarsi con entusiasmo. In pratica, sanno quale attività o quale obiettivo è davvero rilevante e per la quale o per il quale vale la pena dedicarvisi. Per esempio, come ha messo in evidenza il già citato Dan Buettner durante una conferenza gestita dall’organizzazione non-profit The Sapling Foundation, “l’ikigai di un insegnante di karate consiste nel trasmettere il suo sapere ai propri allievi; […] l’ikigai di un pescatore centenario consiste nell’andare a pesca tre volte a settimana per nutrire la sua famiglia”. Ognuno trova il proprio ikigai e vive in accordo con esso. Ma chi non lo ha ancora ben individuato, come può riconoscerlo? Vediamolo insieme.

Porsi domande precise

Per esplorare se stessi possiamo ricorrere a esercizi che prevedono associazioni mentali, visualizzazioni, utilizzo di immagini. Si può partire in modo semplice rispondendo alle seguenti quattro domande fondamentali :

 Cosa adoro fare? Qual è la mia passione ?
 Quali sono le mie qualità, i miei talenti? Qual è la mia vocazione?
 Qual è il servizio, la professione per cui posso e voglio essere remunerata/o?
 Qual è la mia missione in questa società?

Queste domande possono essere utilizzate per formare uno schema, dal quale emerge un’intersezione tra passione, vocazione, professione e missione. Da questa intersezione possiamo individuare l’ikigai, la ragion d’essere che costituisce la linea dinamica della nostra esistenza. Dal grafico (si veda lo schema dell’ikigai) emerge che la forza che dà senso alla nostra vita sarà tanto più intensa e concreta quanto più le nostre passioni si integrano con la nostra professione, con le nostre capacità e con le richieste sociali. Riconoscere il proprio ikigai non significa affatto cambiare tutto di sé, bensì vuol dire prendere coscienza di chi si è e capire ciò che fa nascere dentro di sé la gioia, in accordo sia coi propri valori e talenti, sia con le necessità del mondo.

Silvia C. Turrin

La ricerca del nostro tesoro interiore prosegue per tutta la vita. Di

quando in quando e opportuno verificare quali componenti del nostro

ikigai conservano tutta la loro pregnanza e quali invece vanno

adeguate alle nuove circostanze in cui ci troviamo a vivere oppure a

un cambiamento interiore.

Bettina Lemke


Letture per approfondire

 

 

Ci siamo mai chiesti qual è la nostra principale motivazione esistenziale? O qual è l’elemento
Proseguiamo il nostro itinerario nel mondo colorato e profumato delle spezie. Nella prima parte abbiamo
Il medico e fisiologo indiano M.V. Bhole unendo le tecniche di Pranayama con le pratiche
L’autunno è una stagione perfetta per disintossicarsi. Non solo nutriamo il nostro organismo con alimenti
Sin dai tempi antichi le spezie sono state utilizzate come alimento benefico. Greci, Romani, le

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Oltre la sofferenza

Alla notizia della morte di Stephen Hawking le reazioni di milioni di persone nel mondo sono state sorprendenti. Commozione, ammirazione, stima hanno dominato i commenti relativi al decesso del cosmologo, fisico, matematico e astrofisico britannico. Reazioni emotive alimentate certamente dalle incredibili scoperte fatte da Hawking, relative alla cosmologia quantistica, alla teoria dei buchi neri e all’origine dell’universo. Ammirazione e commozione derivate anche dalla caparbietà, dalla forza, dal coraggio che Hawking ha [di]-mostrato al mondo a dispetto della malattia degenerativa.

Scoprì di avere la sclerosi laterale amiotrofica (SLA) a soli 21 anni. Nonostante ciò, ha superato lo shock iniziale, ha oltrepassato la facile tentazione di deprimersi, di gettare la spugna e di non proseguire gli studi (complessi) di cosmologia. Anzi, ha rivoluzionato la disciplina in questione, ha avuto due mogli e tre figli, e ci ha lasciato in eredità un vasto patrimonio di conoscenze non soltanto di carattere accademico e scientifico.

Sì, perché la vita di Stephen Hawking può essere da esempio a tutti coloro che vivono una profonda sofferenza non solo fisica, ma anche emotiva.

La storia di Hawking ci ha fatto pensare proprio al concetto di sofferenza. La malattia di Hawking certamente gli procurava grande sofferenza, che avrebbe potuto divenire ancor più forte e intensa se Hawking non avesse reagito alla sua condizione immutabile. Egli, scienziato di fama internazionale con un alto quoziente intellettivo, era impotente di fronte alla degenerazione della SLA. Eppure, proprio grazie alla sua intelligenza e alla sua caparbietà, insieme alla voglia di vivere una vita piena e ricca di emozioni, ha saputo non aggravare ulteriormente il peso della sua sofferenza deprimendosi. Non si è lasciato sopraffare dal dolore, dal senso di ingiustizia, perché sapeva che la vita va oltre la malattia, va oltre la materialità del corpo fisico.

Parlare qui di Stephen Hawking può sembrare fuorviante, ma non è proprio così. Siccome tutto è interrelato, allora l’esperienza di questo grande scienziato ci tocca un po’ tutti da vicino.

Egli ci ha mostrato chiaramente come funzionano le Quattro Nobili Verità:

1-la sua vita è stata caratterizzata dalla sofferenza legata alla malattia degenerativa

2-sapeva qual’era la causa della sua sofferenza

3-sapeva che in qualche modo poteva eliminare un certo tipo di sofferenza, quella che l’avrebbe portato a commiserarsi e a rinchiudersi in se stesso

4-ha scoperto la via attraverso cui vivere comunque una vita ricca di significato e felice.

Molte persone aumentano la propria sofferenza lamentandosi, talvolta ingiustamente. Per esempio, ci si arrabbia perché la commessa non è stata gentile e non ha sorriso; perché a causa di un parcheggio maldestro si sono rotti i fanali posteriori dell’auto; perché il collega non ha riso per una nostra battuta ironica su di un altro collega non presente; perché ci siamo svegliati con un forte mal di testa…

Ci sono sofferenze che non possiamo controllare, altre le possiamo attenuare e altre ancora le possiamo eliminare, come quelle derivanti da ansia e affaticamento.

Ci sono anche altri tipi di sofferenze di cui siamo gli unici artefici, come quelle causate dall’avidità o dall’orgoglio o dalla malevolenza o ancora dall’invidia.

Nelle nostre mani abbiamo il potere di vivere perennemente nella sofferenza o di trasformarla in qualcosa che possa arricchire la nostra vita e quella degli altri.

Stephen Hawking ci ha insegnato che è possibile andare oltre la sofferenza e realizzare qualcosa di davvero straordinario per se stessi e per il mondo intero.

Una profonda sofferenza può aprire le porte della mente e del cuore, rendendoci disponibili agli altri” – Tenzin Gyatso

Silvia C. Turrin
Articolo pubblicato anche sul sito: Nel Cuore della Meditazione

Alla notizia della morte di Stephen Hawking le reazioni di milioni di persone nel mondo
Sul nuovo numero della rivista “Elisir di Salute” (luglio-agosto 2017) trovate un articolo di Silvia
Praticare la Mindfulness Immaginale significa cercare di essere consapevoli, significa sentire/ascoltare con attenzione cosciente. La
Possiamo individuare punti di contatto tra la psicologia analitica e forme spirituali collegate strettamente  alla
Sul numero 60 della rivista "Scienza e Conoscenza" è pubblicato un mio articolo dal titolo

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Spezie che passione! Benefici e ricette – Seconda Parte

Proseguiamo il nostro itinerario nel mondo colorato e profumato delle spezie. Nella prima parte abbiamo parlato dei chiodi di garofano, della curcuma, della cannella, del cardamomo e dell’anice stellato. Qui approfondiamo il discorso, ricordando la centralità delle spezie nell’Ayurveda, l’antica medicina tradizionale indiana, molto attenta alla qualità degli alimenti e alla loro giusta combinazione. Infatti, nella cucina ayurvedica è fondamentale considerare l’equilibrio energetico del cibo, nonché la quantità che se ne consuma.

Come ricorda il dottor Vasant Lad la farmacologia dell’Ayurveda include molte preparazioni erboristiche e le spezie sono tra gli ingredienti più importanti. I rimedi ayurvedici, sottolinea sempre il dottor Vasant Lad, sono utili per riportare in armonia gli aspetti del corpo che si trovano in uno stato di squilibrio.

Chi pratica yoga e meditazione sa che il cibo rientra nella sādhana quotidiana e rappresenta al contempo una forma di devozione (bhakti), ecco perché in India si assiste a varie puja (rituali) prima dei pranzi. Il cibo (āhāra) ci aiuta a mantenere in armonia e a riequilibrare mente, corpo e spirito.

Riprendiamo dunque il discorso spezie parlando di…

Cumino

In cucina si utilizzano i piccoli semi verde scuri della pianta chiamata Cuminum cyminum. Originario della valle del Nilo, il cumino è molto diffuso in tutto il Medio Oriente, dalla Grecia, alla Turchia, e lo troviamo in tante ricette arabe, cinesi, indonesiane e, naturalmente, indiane. Ancora oggi, molte famiglie marocchine portano sempre in tavola una ciotolina di semi di cumino. L’aroma pungente e amaro deriva da un suo componente attivo, il cuminaldeide, caratterizzato da importanti proprietà medicinali, tanto da prevenire l’osteoporosi e il diabete di tipo 2, come affermato dal dottor Bharat B. Aggarwal, autore del libro “Le spezie che salvano la vita”. Ricco di ferro, il cumino favorisce anche la digestione e la secrezione dei succhi gastrici. Lo ritroviamo in varie ricette a base di legumi (ceci, fave, lenticchie e fagioli), nel tandoori, in stufati e nella preparazione di salse a base di yogurt.

Tandoori masala

Si parla di tandoori quando per la cottura del cibo viene utilizzando un forno realizzato in terracotta, dalla forma di una grande giara dal collo ristretto. All’interno di esso gli alimenti cuociono rapidamente all’esterno, mentre all’interno rimangono teneri. È usato in particolare per la preparazione del pane, di spiedini a base di carne e verdure, e del famoso pollo tandoori.

Si parla invece di tandoori masala per riferirsi alla miscela di spezie che viene usata per insaporire i cibi cotti appunti nel tandoori.

Ingredienti:

un cucchiaio di semi di coriandolo
un cucchiaio di cumino
un cucchiaio di curcuma
noce moscata
semi di peperoncino piccante
2 o 3 chiodi garofano

Versate le spezie in un mortaio e macinateli finemente. Miscelate il tutto e riponetelo in un contenitore ermetico in modo che l’aroma non si disperda.

La noce moscata

È il seme della “Myristica officinalis”, albero sempreverde diffuso in particolare a Grenada, nelle Molucche, India, Madagascar e Brasile. Per il controllo delle siole Molucche – dette “isole delle spezie” – si scontrarono olandesi, portoghesi, inglesi e francesi. Il suo sapore è unico, poiché la noce moscata ha un alto contenuto di miristicina, un olio volatile che se assunto in dosi elevate crea effetti allucinogeni, o alterazioni delle percezioni. Non provoca alcun danno in cucina, perché la quantità adoperata è minima. In ogni caso, dovrebbe usarla con moderazione le donne in gravidanza e le persone con problemi di fegato.

La noce moscata, se usata con prudenza, si rivela una spezie altamente benefica, per esempio nell’alleviare stati ansiosi e depressivi; migliora inoltre la memoria e secondo una ricerca pubblicata sulla rivista Phytotherapy Research contribuisce a prevenire convulsioni.

Il miglior modo di usarla per assimilare tutte le sue proprietà è grattugiarla al momento. È un ingrediente prezioso per insaporire dolci, budini e creme, purea di patate e verdure, ed è altresì fondamentale nella preparazione della besciamella.

Il pepe

Chiamato anche “re delle spezie”, il pepe nero durante il Medioevo era prezioso quanto l’oro, tanto che poteva essere utilizzato come moneta di scambio. Di qualità superiore è il pepe indiano, grazie al suo alto contenuto di piperina, ovvero quel composto che stimola le terminazioni nervose del naso (è per questo che gustare o odorare il pepe può causare una serie di starnuti). Il pepe è una spezia altamente benefica, proprio grazie alla piperina, sostanza che aiuta ad attivare la digestione; inoltre, secondo un gruppo di ricercatori thailandesi la piperina contribuisce a migliorare le funzioni cerebrali.

Esistono varie specie di pepe oltre a quello nero:

bianco: ha questo colore poiché dai frutti del pepe nero è stato rimosso il pericarpo; ha un gusto acuto e un retrogusto leggermente dolce;

verde: deriva dalle bacche del pepe nero colte ancora non mature e immerse in acqua; ha un sapore fresco e piccante;

rosso: è una varietà di pepe le cui bacche sono colte quando sono molto mature; ha un gusto aromatico particolare;

lungo: meno piccante del pepe nero e molto aromatico si presenta con una forma allungata simile a una spighetta; lo si può usare intero oppure lo si grattugia al momento;

di Sichuan: come suggerisce il nome è originario della Cina. È di colore rosso e ha un sapore piccante con retrogusto agrumato.

Il sesamo

Questi semi oleosi sono utilizzati sin dall’antichità da varie civiltà, come quella cinese, egiziana e mesopotamica. Sono ricchi di calcio, ferro, fosforo, magnesio e vitamine del gruppo B; contengono inoltre proteine, fibre, acidi omega-6 polinsaturi. Grazie a questi componenti i semi di sesamo hanno proprietà antiossidanti e ricostituenti. Si utilizzano per arricchire insalate e insaporire i prodotti da forno (pane, biscotti). I semi di sesamo sono ideali anche per preparare creme nutrienti, come la salsa tahina.

Tahin

Ingredienti

semi di sesamo biologici
aglio
olio d’oliva
succo di limone

Tostare i semi di sesamo in una padella antiaderente a fuoco basso, finché non iniziano a dorare. Una volta raffreddati versarli in un mortaio. Aggiungere l’olio d’oliva, l’aglio schiacciato in precedenza e il succo di limone. Amalgamare bene il tutto sino a formare una crema.

Testo a cura di Silvia C. Turrin

La Prima Parte è consultabile a questo link:
Spezie che passione Prima Parte

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Il medico e fisiologo indiano M.V. Bhole unendo le tecniche di Pranayama con le pratiche

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yoga bhole

Lo Yoga Terapia

Il medico e fisiologo indiano M.V. Bhole unendo le tecniche di Pranayama con le pratiche purificatorie dell’Hatha Yoga ha sviluppato un metodo terapeutico che permette di curare rigidità e dolori muscolari. L’obiettivo è quello classico dello Yoga: unire mente e corpo per sviluppare una profonda conoscenza del Sé

“Allorché l’attività della mente viene posta sotto controllo, la mente diviene pura come un cristallo, e riflette con precisione, senza distorsione alcuna, colui che percepisce, ciò che viene percepito, e lo stesso ente che percepisce”.

Così si legge nei Sutra di Patanjali, un testo − si presume risalente al II secolo d.C. − a cui molti maestri yogici di oggi si ispirano per portare avanti antiche conoscenze volte al benessere olistico della persona. Nella tradizione classica, di cui Patanjali rappresenta una delle più autorevoli figure, il termine Yoga significa “unione”, indicando con questa parola l’unione tra la mente e il corpo. È proprio a tale concezione che si ispira lo Yoga terapia, metodo ideato dal medico fisiologo M.V. Bhole, nato in India nel 1935. Il suo approccio si basa su una lunga esperienza in campo clinico. Dopo essersi specializzato in fisiologia nel 1961 presso l’All India Institute of Medical Science di Nuova Delhi, il dott. Bhole ha svolto per oltre trent’anni la professione di ricercatore nel Kaivalyadhama Yoga Research Institute, fondato da Swami Kuvalayananda a Lonavla (provincia di Pune). È in questo Istituto che si è specializzato in fisiologia respiratoria e nel corso degli anni Sessanta ha sperimentato l’efficacia delle tecniche yoga su particolari patologie, come l’asma bronchiale. Quello è stato un importante punto di partenza. Come lui stesso afferma “Da lì, è iniziato un lavoro scientifico riguardante le possibili applicazioni terapeutiche dello Yoga che vede oggigiorno utilizzare tecniche di meditazione per la cura di problemi dovuti allo stress”.

Attività, incontri e approcci terapeutici gli hanno permesso di elaborare un proprio metodo chiamato Yoga terapia, perfezionato dopo lunghi e approfonditi studi legati al Pranayama e agli effetti delle pratiche purificatorie dell’Hatha Yoga.

Attingendo poi a testi classici, molti dei quali letti in lingua originale, ovvero l’antico sanscrito, il dottor Bhole ha cercato di unire in un unico sistema varie pratiche dello yoga: gli Asana (posture); il Pranayama (il controllo del respiro); Kriya (lavoro con gli organi interni attraverso i meccanismi respiratori); Bandha (lavoro con i muscoli respiratori durante lo stato di apnea); meditazione e recitazione di mantra.

“È un metodo terapeutico in cui le tecniche vengono insegnate e date all’allievo come strumento utile per una pratica personale”, sottolinea il dottor Bhole.

yoga terapiaUn incontro di Yoga terapia si sviluppa partendo da una serie di esercizi di rilassamento del corpo, seguiti da una sequenza di asana, al termine della quale si ascolta la risonanza lasciata dai vari movimenti. Oltre alle varie posture, viene praticata la purificazione dei canali energetici tramite respirazioni guidate e vengono recitati mantra le cui vibrazioni infondono benessere agli organi interni del corpo.

A differenza dell’Hatha Yoga, con questo metodo gli insegnanti non puntano all’immediata perfezione degli asana da parte degli allievi. Poiché lo yoga è una ricerca che dal corpo fisico si espande a quello sottile, il percorso di conoscenza può variare da persona a persona. Il maestro, in questo senso, fornisce spiegazioni dettagliate in merito ai movimenti da praticare e le posizioni da assumere. Spetta però al singolo trovare e perfezionare la propria personale postura, ascoltando anche le vibrazioni interne e i lievi micro-cambiamenti che avvengono a livello fisico. Ascoltarsi è il verbo che meglio sintetizza questo tipo di pratica. Infatti, non è tanto un metodo che si concentra sulla pratica di asana, quanto sulle Pranayama e sulle tecniche di purificazione interiore.

Lo Yoga terapia consiste dunque in un ascolto del corpo, della mente, delle emozioni e delle energie che si espandono. Nello Yoga terapia sono centrali la percezione e la comprensione diretta, nonché soggettiva delle esperienze interiori. È un approccio esperienziale, in cui è fondamentale una corretta respirazione: l’inspirazione e l’espirazione accompagnano i movimenti nella giusta sequenza, rendendo più naturali i movimenti stessi. Proprio perché privo di “forzature”, questo metodo è adatto a chiunque, anche a chi soffre di particolari problematiche fisiologiche (come dolori muscolari o mal di schiena), perché come si afferma nell’Hatha Pradipika:Lo Yoga può essere un sollievo per la sofferenza”.

Silvia C. Turrin

È immerso nel cuore dell'Himalaya, difeso da un complesso ambiente costituito da valli profonde e
Il medico e fisiologo indiano M.V. Bhole unendo le tecniche di Pranayama con le pratiche
E’ in edicola il numero 72 di Vivere lo Yoga, con tanti nuovi articoli interessanti, legati non soltanto al
E’ in edicola il numero 70 di Vivere lo Yoga di settembre-ottobre 2016. Come sempre trovate tanti articoli
Non è ancora uscito in Libreria ed è già molto richiesto da tante persone desiderose

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Il potere del riposo

libro DanonCapita che un evento imprevisto ci faccia capire che stiamo correndo troppo nella nostra vita. Una brusca caduta, un incidente, la perdita di una persona cara…ci spingono a fermarci. Qualcuno o qualcosa ci “avverte” che il nostro modus vivendi ci sta inesorabilmente soffocando, a causa della frenesia che portiamo con noi nella vita sia privata, sia lavorativa. Un accadimento imprevisto o un incontro inaspettato ci possono far comprendere che la velocità alla quale noi stiamo andando ci sta spiazzando e non è certo utile al nostro cammino di crescita personale. Anzi, è fonte di stress, ansia, nervosismo. Per questo è fondamentale fermarsi, come ci rivela il nuovo libro della psicologa Marcella Danon, direttrice della Scuola di Ecopsicologia Ecopsiché.

“Il potere del riposo” (Feltrinelli Editore) ci spiega come ritrovare un sistema di vita basato su una migliore qualità, più affine ai nostri ritmi “umani”. Sì, perché la velocità alla quale molti stanno andando è paragonabile alla velocità di un ingranaggio meccanico: si tratta di ritmi insostenibili che hanno profonde ripercussioni a livello psicofisico. Spesso la soluzione più efficace per recuperare energie è il riposo, divenuto sempre più una vera necessità.

Come scrive Marcella Danon nel suo libro:

“Riposare vuol dire sostare, darsi tregua, concedere una pausa a una parte del corpo, o a una facoltà fisica o psichica, per evitare di sovraccaricarla. Quando riposiamo non perdiamo certo tempo, ricarichiamo
le batterie, moltiplichiamo le nostre energie e le nostre risorse”.

Ecco perché risulta fondamentale dormire bene e avere un sonno regolare: se non fosse così i nostri bioritmi risulterebbero alterati e fonte quindi di problemi sia fisici, sia psichici.
L’Autrice ci invita a ricaricarci non soltanto durante le ore di riposo notturno, ma anche nel corso della giornata. Per esempio, una bella camminata nella natura ci permette di risvegliare i nostri cinque sensi. Che sia in un bosco o in riva a un fiume o in un parco cittadino è vitale per il nostro corpo rimanere all’aria aperta, a contatto con il verde.
Nel libro si trovano tanti spunti per recuperare energie: dalla pratica della centratura alla classica pennichella, passando per l’ascolto della musica che più ci rilassa. Suggerimenti validi anche per rivitalizzare la creatività e gli slanci professionali.
“Il potere del riposo” è un invito a modificare i ritmi dominanti nella nostra società, per far posto a una velocità più a misura di essere umano e in sintonia con l’ambiente che ci circonda.

Silvia C. Turrin

Link utili:

Il potere del riposo

Scuola di Ecopsicologia Ecopsiché

Il mondo, agli inizi del XXI secolo, sembra impazzito, sembra “andare alla rovescia”, come dicono
Immagine emblematica esposta all'interno del museo dell'apartheid - Photo Silvia C.
Talvolta, l’importanza e il ruolo dei nostri antenati viene sottovalutato, o addirittura non viene nemmeno
Capita che un evento imprevisto ci faccia capire che stiamo correndo troppo nella nostra vita.
L’autunno è una stagione perfetta per disintossicarsi. Non solo nutriamo il nostro organismo con alimenti

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