Category Archive Natura

Cederberg sudafrica

A nord di Città del Capo, tra pitture rupestri e vallate fiorite

La regione sudafricana del Cederberg è un’area montana ancora incontaminata, caratterizzata da paesaggi unici. Questa è una zona per chi ama stare a contatto con la natura selvaggia, tra insolite formazioni rocciose in cui si possono scoprire antiche pitture rupestri. A solo due ore da Città del Capo, si ammirano i monti del Cederberg, cime con varie altitudini, che raggiungono i 2000 metri. Costituite da arenaria, le rocce sono state plasmate nel corso dei millenni dal vento e dalla pioggia. Il processo di erosione ha dato vita nella pietra a particolari conformazioni. Tra le più note vi è una roccia, dalla forma di una grande Croce Maltese, alta circa venti metri. Altrettanto suggestivo è il Wolfberg Arch, i cui colori al tramonto e all’alba creano indimenticabili giochi di luce e ombra. L’aspetto singolare di certe formazioni rocciose lo si può notare soltanto da determinate angolazioni e prospettive. È il caso di Soldaatkop, una bizzarra formazione rocciosa che ricorda il volto di una persona, ma che si può soltanto riconoscere viaggiando in direzione Clanwilliam, lungo la R364.

arco wolfberg sudafrica

Le montagne di questa regione, un tempo, erano i rifugi degli antichi San, i Boscimani. Lo testimoniano gli oltre duemila siti scoperti nel Cederberg, dove si ammirano le pitture rupestri degli abitanti originari del Sudafrica. Alcune pitture sono rappresentazioni della loro vita quotidiana, scandita dalla caccia e dalla danza, altre ancora rimangono enigmatiche. Numerosi disegni sono stati dipinti da sciamani San dopo aver raggiunto una sorta di trance. Molte pitture rappresentano quindi visioni che vanno oltre la dimensione tangibile e materiale. L’arte si unisce ad antichi rituali e a primigenie forme di spiritualità. Non sorprende che questi siti siano protetti come patrimonio nazionale.

Particolari sono le testimonianze rupestri nelle grotte di Stadsaal, dove sono ritratti elefanti accanto a strane figure togate. Queste pitture ci testimoniamo di un passato dove la natura era variegata, oltre che madre nutrice. Purtroppo, gli elefanti in quest’area del Sudafrica non s’incontrano più. Uno degli ultimi avvistamenti di pachidermi nel Cederberg risale al lontano Settecento. Tra cascate, grotte, zone acquitrinose, torrenti vivono però indisturbati altri numerosi mammiferi, tra cui leopardi, babbuini, in particolare il babbuino chacma, antilopi e caracal.

Nelle zone montane del Cederberg si contempla inoltre una rigogliosa vegetazione, in cui spicca la protea cryophila, specie rara che predilige un habitat con temperature non elevate. Molto suggestiva per chi ama la natura sudafricana è la valle denominata Biedouw, distante circa 80 chilometri dalla cittadina di Clanwilliam. Dopo le piogge, questa vallata si tinge di un manto vivace grazie alla fioritura di coloratissime specie floreali.

Tra queste troviamo la pianta selvatica Aspalathus linearis, aghifoglia cespugliosa che solo a partire dal 1930 ha iniziato con successo a essere coltivata per la produzione del famoso tè rosso sudafricano. Non a caso, la regione del Cedarberg è l’unica zona al mondo dove si può percorrere la “strada del rooibos”, per ammirare le piantagioni dell’Aspalathus linearis e per scoprire un peculiare aspetto naturalistico di questo angolo del Sudafrica.

Silvia C. Turrin

Il 2018 è un anno storico per il Sudafrica, perché dopo 126 anni gli Springboks
Il 2018 è un anno importante non soltanto per il Sudafrica. Il 18 luglio si
Immagine emblematica esposta all'interno del museo dell'apartheid - Photo Silvia C.
Domani 19 ottobre uscirà il seguito dell’Autobiografia di Nelson Mandela. Dopo Long Walk to Freedom
Oggi Nelson Mandela avrebbe compiuto 98 anni. Per ricordarlo ripropongo qui due articoli che avevo

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Madagascar, la “guerra” della vaniglia

È la quarta isola al mondo per grandezza. La sua superficie, ampia circa 594mila km², racchiude vari ecosistemi: dalle foreste pluviali nella zona orientale, a distese aride dominate da splendidi baobab. In un ambiente così diversificato il Madagascar si rivela uno dei paesi più ricchi in biodiversità. È proprio su quest’isola che viene raccolta una delle spezie più costose e pregiate, la vaniglia. È molto cara poiché il processo di lavorazione è lungo e complesso. Inoltre, negli ultimi anni, i cambiamenti climatici hanno avuto profondi effetti ambientali e geologici, tanto che per un chilogrammo di vaniglia si possono spendere 400 euro. La raccolta è una fase estremamente delicata, in quanto la vaniglia deriva dal baccello di un’orchidea bellissima e fragile, la vanilla planifolia. Sebbene sia originaria del Messico, circa l’80% della produzione mondiale viene dal Madagascar. Non stupisce quindi se sull’isola si può organizzare un itinerario di viaggio proprio lungo la costa della vaniglia.

 

La regione di Sava è quella tra le più importanti. Non a caso, a partire dalla metà di luglio 2018, è attivata la “campagna vaniglia”, al fine di perfezionare e coordinare la professionalizzazione nel settore. L’iniziativa, che punta a migliorare lo sviluppo economico e sociale, si prefigge anche di controllare sia i vari attori della filiera, sia la tracciabilità della spezia. Uno degli obiettivi è quello di contrastare il lavoro minorile, un problema ancora grave, se si considera che solo il 10% dei produttori di vaniglia sono registrati a livello regionale e governativo. Il restante 90% non è ancora sottoposto a verifiche e ciò aggrava lo sfruttamento dei bambini nella filiera legata alla raccolta e alla lavorazione della vaniglia.

Il Presidente della regione Sava, Faustin Velomaro, sostenuto da varie realtà locali e internazionali, ha promosso un progetto per sostenere chi lavora nel settore, a beneficio dei bambini. Un’iniziativa coordinata anche dall’Organizzazione internazionale del Lavoro. Per ottenere un maggior controllo è stata attivata la Carta d’identificazione professionale; inoltre, sarà pubblicata e resa accessibile a tutti la lista delle realtà attive e riconosciute in questo settore.

 

La produzione di vaniglia necessita una regolamentazione anche perché i raccolti sono sempre più minacciati dai cambiamenti climatici, dai tifoni, dalle piogge. È indubbio che la vaniglia sta diventando una spezia rara e dunque sempre più costosa. Purtroppo, questo si ripercuote sulla popolazione malgascia. Anche gli stessi coltivatori di vaniglia sono preoccupati, non solo per le imprevedibilità del clima, ma anche per l’aumento delle bande di saccheggiatori che, indisturbati, hanno iniziato a rubare i preziosi baccelli di questa spezia.

Si parla non a caso di “guerra della vaniglia”. Ma dietro a questa “guerra” ci sarebbe il commercio illegale di palissandro. Questo tipo di legno è molto pregiato e si ricava da varie specie di papiglionacee appartenenti ai generi Dalbergia e Pterocarpus. In Madagascar vige il divieto di abbattere queste specie arboree, quindi chi commercia palissandro è fuori legge. La produzione di vaniglia, in taluni casi, maschererebbe nient’altro che il riciclaggio di denaro ricavato illegalmente dalle vendite di palissandro. Tracciare una filiera certa e catalogare i veri produttori di vaniglia, come intende fare il Presidente della regione Sava, Faustin Velomaro, avrebbe ripercussioni importanti anche sul traffico illecito di legname.

 

Silvia C. Turrin

L’Articolo è consultabile on line anche sul sito di SMA Afriche

È la quarta isola al mondo per grandezza. La sua superficie, ampia circa 594mila km²,
Proseguiamo il nostro itinerario nel mondo colorato e profumato delle spezie. Nella prima parte abbiamo
Allontanarsi dai ritmi frenetici delle metropoli grigie, inquinate, convulse e immergersi in un paesaggio meraviglioso,
Negli ultimi mesi, dopo un'estate caratterizzata da siccità, da temperature elevate e al contempo da
Per gli antichi Romani era la “finis terrae”, la fine della terra. Oltre le spiagge,

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Sul tetto d’Africa

Sul n. di ottobre della Rivista Missioni Consolata è pubblicato il mio articolo Sul tetto dell’Africa, una storia di riconciliazione tra Uganda e Tanzania grazie a Godfrey Madaraka Nyerere e Jaffar Remo Amin e un docu-film “Sons of Africa”. Eccone un breve estratto:

Sons-of-Africa 2Conoscere la propria storia, imparare dagli errori del passato per non commettere più gli stessi sbagli e guardare avanti con uno spirito fraterno di riconciliazione. Sembra essere questo il profondo messaggio che anela a diffondere Sons of Africa, realizzato dal regista statunitense James Becket.

Il lungometraggio, vincitore di vari riconoscimenti, tra cui il premio come miglior documentario al True Independent Film Festival di Seattle, ha come protagonisti Godfrey Madaraka Nyerere e Jaffar Amin. Come rivela il titolo, Madaraka e Jaffar sono “figli d’Africa”. Sono figli di due autorevoli politici africani, molto diversi tra loro, che hanno lasciato un segno profondo nella storia del continente.

Sons-of-Africa

Il primo è il figlio minore di Julius Nyerere, padre fondatore della Tanzania, conosciuto anche con l’appellativo di mwalimu (“maestro” in swhaili), e il secondo è figlio di Idi Amin Dada, ricordato come cruento dittatore dell’Uganda. In base alle vicende dei rispettivi Paesi e ai rapporti dei rispettivi padri, Godfrey Madaraka Nyerere e Jaffar Remo Amin dovrebbero intrattenere relazioni di assoluta indifferenza o addirittura dovrebbero nutrire sentimenti acrimoniosi tra loro. Sons of Africa ci fa scoprire che la realtà, non solo è più variegata di quanto si possa immaginare, ma è anche sorprendentemente bella, come ci racconta uno dei protagonisti, Godfrey Madaraka.

Continua all’interno della Rivista Missioni Consolata

Nyerere, il maestro Vita e utopie di un padre dell’Africa, cristiano e socialista Autore: Turrin
Sul n. di ottobre della Rivista Missioni Consolata è pubblicato il mio articolo Sul tetto
L’Associazione Filippo Astori onlus è impegnata da anni a sviluppare progetti concreti ed efficaci volti
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Jane Goodall e la difesa della natura africana

A vederla nelle immagini di ieri e di oggi, all’apparenza sembra una donna gracile, troppo elegante e raffinata per vivere giorno e notte nella selvaggia savana africana. Per fortuna, le apparenze spesso ingannano. Al di là di un alone aggraziato, nei lineamenti e nei gesti, Jane Goodall ha dimostrato una grande determinazione nel perseguire il suo sogno: studiare sul campo gli scimpanzé per capirne i comportamenti, e al contempo difenderli dai continui attacchi dei bracconieri sensibilizzando l’opinione pubblica mondiale. La sua avvincente e toccante storia viene riproposta nel libro L’ombra dell’uomo (Orme Editori, 2012), uno scritto uscito per la prima volta nel 1971 e tradotto in più di 40 lingue, ora ripresentato in una versione aggiornata. Il volume non è solo la biografia di una donna e ricercatrice coraggiosa, ma è anche uno “specchio letterario” dell’uomo. La Goodall giunse per la prima volta in terra africana nel 1957, quando aveva solo 23 anni. Sin da piccola è affascinata dagli animali del continente nero.

Scrive nel libro L’ombra dell’uomo: “[…] all’età di otto anni, decisi che, una volta cresciuta, sarei andata in Africa a vivere in mezzo agli animali selvatici”. Con questa convinzione, la Goodall ha compiuto i giusti passi per giungere in Kenya, dove ebbe modo di iniziare a lavorare con l’antropologo e paleontologo Louis Leakey. Una collaborazione fondamentale nel suo percorso – come lei stessa evidenzia nel libro – poiché è stato proprio il dottor Leakey ad accrescere il suo interesse per lo studio degli scimpanzé. Tre anni dopo, precisamente il 14 luglio 1960, Jane Goodall arrivò in Tanzania (all’epoca ancora Tanganica), entrando in quella che sarebbe stata la sua “casa” per molti anni a venire: la Gombe Stream Game Reserve. Dal 1968, quest’area protetta al confine con lo Zambia, è diventata Parco Nazionale della Tanzania. L’ombra dell’uomo ripercorre il suo primo incontro con le famiglie di scimpanzé del Gombe, le difficoltà incontrate durante le ricerche e le tante soddisfazioni, legate al contatto diretto con una specie animale considerata molto vicina all’uomo. La costante simbiosi con il loro modus vivendi ha portato la Goodall ad avvicinarsi a loro come mai nessun ricercatore prima di lei aveva saputo fare. Dopo 18 mesi di “reciproca” osservazione, gli scimpanzé iniziavano a fidarsi di lei, tanto da venirle incontro per prendere il cibo dalle sue mani: un gesto importantissimo, perché significava che l’accettavano nella loro comunità. Come scrive lei stessa nell’Introduzione e come sottolineato da molti etologi, le sue ricerche sono state pionieristiche, poiché hanno rivoluzionato le conoscenze allora dominanti. Per esempio, grazie agli studi di Jane Goodall si è dimostrato che gli scimpanzé adoperano utensili e che addirittura li costruiscono con le loro mani. Impiegano infatti steli di piante per sondare i termitai e per prelevare le termiti di cui si nutrono; nel caso utilizzino uno stelo con foglie, queste vengono strappate con le labbra o i denti. Queste scoperte sono state fondamentali per ridimensionare l’antropocentrismo, cioè la continua esaltazione della supremazia dell’uomo sulla natura.

Non mettere più al centro del cosmo l’essere umano significa modificare le sue relazioni con le altre specie animali e con la natura nel suo complesso. Questo processo di ridimensionamento del predominio dell’uomo in parte è avvenuto, ma c’è ancora tantissima strada da compiere, come si evince guardando gli ecosistemi dell’Africa e dell’intero pianeta. L’uomo continua a sfruttare in modo indiscriminato le risorse della terra, continua a uccidere animali per avere semplicemente dei trofei o per accumulare soldi, continua a ritenersi superiore ai meccanismi regolatori della natura, quando invece anche l’uomo fa parte dello stesso sistema. Le ricerche compiute dalla Goodall dimostrano che è molto più efficace la collaborazione, anziché il dominio dell’uomo sulle altre specie. La vita dell’etologa inglese mette anche in luce come le battaglie contro bracconaggio, deforestazione e traffico illegale di scimpanzé e di altre specie animali siano minacce che ancora incombono prepotentemente sul continente africano e sull’intero pianeta.

Per questo, attraverso l’Istituto da lei fondato, l’Istituto Jane Goodall, sostiene vari progetti, per promuovere l’educazione ambientale e per proteggere gli animali dall’avidità dell’uomo, che spesso si dimostra meno intelligente rispetto agli altri primati.

Silvia C. Turrin
Articolo pubblicato anche sul sito SMA Afriche

 

http://www.janegoodall-italia.org/index.html Istituto Jane Goodall Italia Onlus

http://www.ormebooks.it/index.php Orme Editori, Casa editrice che ha rieditato L’ombra dell’uomo

Video intervista a Jane Goodall da A Ferro E Fuoco di Margherita d’Amico (in inglese con sottotitoli in italiano)

 

È la quarta isola al mondo per grandezza. La sua superficie, ampia circa 594mila km²,
Allontanarsi dai ritmi frenetici delle metropoli grigie, inquinate, convulse e immergersi in un paesaggio meraviglioso,
Negli ultimi mesi, dopo un'estate caratterizzata da siccità, da temperature elevate e al contempo da
Per gli antichi Romani era la “finis terrae”, la fine della terra. Oltre le spiagge,
“L’armonia di un individuo con il proprio sé profondo non richiede soltanto un viaggio nell’interiorità,

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Le mani dei bracconieri sugli elefanti africani

Dal 1989 è in vigore il divieto del commercio internazionale d’avorio. Nonostante le numerose campagne contro questo traffico illecito e contro le stragi di poveri pachidermi indifesi, i bracconieri continuano a perpetrare un’immorale ecatombe di elefanti.

In un documento diffuso alla fine del 2003 dal Trade Record Analysis of Fauna and Flora in Commerce già emergevano dati inquietanti: oltre 4mila chili di avorio erano in vendita clandestinamente in nove città sparse fra Nigeria, Costa d’Avorio e Senegal. Gli acquirenti principali erano turisti, uomini d’affari e, in taluni casi, addirittura diplomatici. Gli elefanti africani rimangono purtroppo una delle specie a rischio d’estinzione.

Le ultime notizie provenienti dal Camerun aumentano ancor più la preoccupazione verso la loro sopravvivenza difronte alla brutale avidità dell’uomo.
Nei primi tre mesi del 2012 sono stati sterminati nel parco nazionale di Bouba Ndjidda più di 500 esemplari di elefanti: un’azione senza scrupoli effettuata secondo fonti locali da bracconieri provenienti da Sudan e Ciad.

Oltre a questa notizia allarmante preoccupa l’atteggiamento adottato dal governo camerunese, secondo cui il numero di animali uccisi sarebbe inferiore a 500. Secondo Paul Bour, responsabile delle visite turistiche nel parco di Bouba Ndjidda, si sta tentando di minimizzare una strage silenziosa attuata da gente ben organizzata. «Hanno un’organizzazione di tipo militare. Sono ben equipaggiati. Sarebbero perfettamente in grado di reagire alle forze armate camerunesi» ha dichiarato alla stampa Bour.

Frase confermata anche da Celine Sissler-Bienvenu, rappresentante francese del Fondo internazionale per la protezione degli animali (Ifaw), che ha denunciato il modo con cui gli elefanti vengono uccisi: sono gravemente feriti e spesso prima di morire devono sopportare una lunga estenuante agonia. I bracconieri – in molti casi miliziani o ex soldati – utilizzano kalashnikov, mortali per una persona, ma non per animali che possono raggiungere i 5mila chili; quest’arma che semina morte non è immediatamente letale per gli enormi pachidermi e così il loro decesso risulta ancor più penoso.
Fotografie emblematiche testimoniano la brutalità con cui gli animali vengono uccisi. Le immagini sono angoscianti e da sole basterebbero per capire la gravità della situazione.

Intanto i rappresentanti dei paesi firmari la Convenzione internazionale sul commercio internazionale di specie animali e vegetali a rischio d’estinzione si sono riuniti a Ginevra per discutere le nuove misure d’adottare per contrastare il fenomeno del bracconaggio e per garantire l’attuale biodiversità sul pianeta. Secondo gli esperti il commercio illegale d’avorio ha subito un incremento a partire dal 2011, per effetto dell’uso di armi sofisticate che decimano le popolazioni di elefanti. Questo fenomeno non interessa solo il Camerun, ma anche altri 38 stati dell’Africa.

L’Egitto post Primavera araba è tra i siti “più caldi” dove viene smistato l’avorio di contrabbando; quest’oro bianco viene poi dirottato verso acquirenti cinesi, che risultano esserne i maggiori compratori.

Articolo di Silvia C. Turrin© la versione integrale è pubblicata sul sito SMA Africa

È la quarta isola al mondo per grandezza. La sua superficie, ampia circa 594mila km²,
Allontanarsi dai ritmi frenetici delle metropoli grigie, inquinate, convulse e immergersi in un paesaggio meraviglioso,
Negli ultimi mesi, dopo un'estate caratterizzata da siccità, da temperature elevate e al contempo da
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Zambia, parchi e culture da valorizzare

Al suo interno si scoprono il lato selvaggio e gli splendori della natura africana: dalle Cascate Vittoria, allo scorrere tumultuoso del fiume Zambesi. Lo Zambia però nasconde altre bellezze naturali tutelate grazie all’indispensabile coinvolgimento delle comunità locali.

Il tumultuoso passato scandito dal colonialismo e dal crollo dell’economia sembra appartenere alla storia di questo paese africano, nato dalla scissione della Federazione della Rhodesia e del Nyasaland (oggi Malawi). Lo Zambia, ex colonia inglese divenuta indipendente nel 1964, ha avviato un processo di lenta democratizzazione e di espansione della sua economia. Secondo i dati del Fondo Monetario Internazionale (World Economic Outlook, Aprile 2010), lo Zambia ha mostrato una forte espansione macroeconomica, registrando una crescita media del PIL reale del 5,5% tra il 2003 e il 2009. Anche se non è ancora riuscito a diversificare la propria economia, rimanendo fortemente dipendente dalla produzione mineraria (rame, cobalto e zinco), questa nazione sta cercando di investire anche su forme di turismo alternativo, appoggiandosi tra l’altro a iniziative di privati.

È il caso del parco nazionale Kasanka, rinato grazie a una gestione di tipo privatistico, che ha permesso di proteggerne le ricchezze naturali, avviando al contempo progetti di sviluppo intrapresi con le comunità locali. Sino al 1985, questa zona dello Zambia era completamente trascurata: non c’erano strade, né ponti. Sebbene nascondesse straordinari ecosistemi il flusso turistico era pressoché inesistente. Dopo due anni, su iniziativa dell’inglese David Lloyd, si è formato il Kasanka Trust, ente no profit che ha cercato di divulgare in loco una nuova cultura della salvaguardia ambientale. In questi anni, ottenendo appoggi in Gran Bretagna e in Olanda, il Kasanka Trust ha conseguito dalle autorità dello Zambia il diritto esclusivo di amministrare e sviluppare il parco nazionale Kasanka in un’ottica eco-sostenibile.

Ampia 450 km², quest’area protetta è caratterizzata da paesaggi boschivi, paludi, foreste fluviali, stagni, pascoli e pianure. Qui si possono osservare le rare antilopi Sitatunga, oltre che una ricca avifauna. Si può inoltre ammirare il paesaggio lentamente, navigando il fiume Luwombwa in canoa: lungo il percorso si possono incrociare cercopitechi, martin pescatori e aironi. A soli 50 km dal parco si ammira il lago Bangweulu, il cui nome significa “luogo dove l’acqua e il cielo si incontrano”. Quest’area umida è una delle più importanti in Africa.

Nel parco Kasanka vivono circa 60mila persone. I locali sono stati coinvolti nello sviluppo e nella valorizzazione dell’area protetta. Per esempio i bambini vengono educati sull’importanza della conservazione delle risorse naturali. Il progetto Nakapalayo permette invece ai turisti di sperimentare direttamente la vita in un tradizionale villaggio dello Zambia: l’intento dell’iniziativa è promuovere uno scambio culturale e offrire alla comunità un modo diverso per ottenere i mezzi finanziari per sostenere gli abitanti. Gli introiti del turismo servono per migliorare le strutture comunitarie e avviare nuovi progetti di tutela ambientale. Naturalmente i turisti sono invitati a rispettare le usanze locali.

In Zambia è stato sviluppato un’altro progetto interessante che crea sinergie tra il settore agricolo, il commercio e la protezione della natura. Si tratta del COMACO, Community Markets for Conservation, attraverso cui vengono adottate strategie volte a ridurre la povertà nelle aree rurali. Un esempio di questi programmi lo si trova nel Parco Nazionale di North Luangwa, uno dei siti con il più alto numero di animali selvatici dell’Africa, dove è stato costruito un lodge amministrato interamente dalla comunità locale di Chifunda, nell’ambito di un progetto di ecoturismo.

I lodge chiamati “It’s Wild!” sono di proprietà delle comunità locali che lavorano in collaborazione con la rete cooperativa COMACO. Questa cooperazione incentiva lo sviluppo delle aree rurali tramite coltivazioni biologiche e l’attivazione di mercati e circuiti di vendita che tutelano gli interessi dei produttori, oltre che la conservazione dell’ambiente.

Il marchio “It’s Wild!” indica prodotti tutti made in Zambia rigorosamente biologici, partendo dagli ingredienti usati. Tra i prodotti attualmente in commercio con questo marchio troviamo le arachidi intere e il relativo burro, il miele, il riso chiamato chama (ricco di vitamina B1 e B3) coltivato nella regione di Luangwa, e la farina di mais.

Silvia C. Turrin©

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La biopirateria in Africa

Negli ultimi tempi, è riapparso il termine “pirateria” per effetto dei numerosi casi di rapimento di navi da parte di moderni bucanieri che scorazzano al largo delle coste della Somalia. Esiste però un altro tipo di saccheggio, ben più subdolo e spesso taciuto, che rappresenta la nuova frontiera del neocolonialismo.

Questa nuova depredazione è chiamata “biopirateria” e, come suggerisce il termine, si tratta del furto di risorse genetiche da parte di multinazionali o aziende private che brevettano i geni di piante, utilizzate nei paesi del Sud del mondo per curarsi e nutrirsi. La biopirateria è un fenomeno che coinvolge l’America Latina, con quel suo incredibile polmone verde pieno di ricchezze che è la foresta amazzonica, il continente asiatico e l’Africa, dove i sistemi di medicina tradizionale utilizzano le erbe come rimedi per curare diverse malattie. 

Molte ditte farmaceutiche occidentali stanno sempre più sfruttando conoscenze ancestrali per lanciare sul mercato medicinali che contengono estratti di piante africane. L’aspetto più illecito di tali operazioni riguarda la registrazione di brevetti sui semi, senza tener minimamente conto dei diritti dei popoli che da sempre li utilizzano e li coltivano.

Un esempio riguarda il cactus chiamato Hoodia, impiegato di generazione in generazione dai Boscimani del Sudafrica, Namibia e Botswana per attenuare i morsi della fame durante le lunghe e faticose battute di caccia nelle zone desertiche: nel gambo del cactus è conservato un principio attivo in grado di attivare un prolungato senso di sazietà. Questo sapere millenario è stato scoperto e brevettato dalla Phytopharm, piccola azienda farmaceutica inglese che poi, per la cifra di 21 milioni di dollari, ha consegnato alla nota multinazionale Pfizer la licenza per l’utilizzo della sostanza. Un brevetto foriero di profitti, considerato l’alto numero di persone in sovrappeso negli Stati Uniti e negli altri paesi del Nord del mondo.

Le comunità locali protestano contro le multinazionali
Non è andata altrettanto bene all’azienda farmaceutica tedesca Schwabe, che ha visto ritirarsi il brevetto relativo all’utilizzo di due specie indigene di geranio che crescono in terra sudafricana.  Si tratta del pelargonium sidoides e del pelargonium reniforme, le cui radici contengono estratti attivi usati da millenni nella medicina tradizionale per curare le infezioni respiratorie e altre malattie, come la tubercolosi. Grazie alla battaglia lanciata dalla comunità di Alice (cittadina della provincia sudafricana dell’Eastern Cape) – sostenuta dal Centro africano per la sicurezza biologica (ACB) e da due associazioni no profit tedesche e una svizzera – l’Ufficio europeo dei brevetti ha abrogato i diritti esclusivi  acquisiti dalla Schwabe.

Ma la lista della biopirateria a danno delle specie africane e delle comunità locali è davvero lunga. La Nestlé è stata di recente accusata dal Dipartimento sudafricano dell’Ambiente di aver depositato ben 5 brevetti riguardanti lo sfruttamento degli estratti del rooibos e dell’honeybush, piante endemiche del Sudafrica utilizzate da tempo immemore a scopi medicinali dalle comunità locali. La multinazionale è stata incolpata di aver violato la legge sudafricana sulla biodiversità e la Convenzione Onu sulla Diversità Biologica.

Il problema è che non esiste un efficace sistema internazionale per il monitoraggio del fenomeno della bio-pirateria”, afferma Swiderska Krystyna, ricercatrice dell’Istituto internazionale per l’ambiente e lo sviluppo (IIED), con sede a Londra,

La Convenzione sulla biodiversità, un documento da valorizzare
Un ruolo importante di controllo  lo effettua il già citato Centro africano per la sicurezza biologica, organizzazione no profit, da anni impegnata a proteggere la biodiversità in Africa e i tradizionali saperi delle comunità locali.

Del tema della biopirateria si parlerà in occasione della decima riunione delle Parti firmatarie la Convenzione sulla biodiversità, che avrà luogo a Nagoya (Giappone) dal 18 al 29 ottobre prossimi. Come sottolineato da un comunicato del WWF: “La Conferenza dovrà definire nuovi obiettivi e strategie per la conservazione della natura entro il 2020. È importante che a Nagoya si delinei un piano strategico operativo che preveda entro il 2020 il blocco della perdita della biodiversità e integri nelle politiche mondiali il valore della biodiversità e i servizi degli ecosistemi, che sono alla base del nostro futuro politico, sociale ed economico”.

L’incontro sarà cruciale anche per inserire la biodiversità nella contabilità nazionale di ciascun paese, perché la diversità biologica è  un immenso patrimonio non solo naturale.

È stato calcolato, ad esempio, che proteggere almeno un quinto delle aree di pesca istituendo aree marine protette creerebbe un milione di posti di lavoro mentre i sussidi alla pesca costano alla collettività circa 70-80 miliardi di dollari l’anno”, ha dichiarato Gianfranco Bologna, direttore scientifico del WWF Italia.

Il fenomeno della biopirateria non fa che distruggere la diversità biologica e quindi le ricchezze del pianeta, poiché le sole logiche del profitto economico non possono tutelare valori e saperi ancestrali.

Articolo di Silvia C. Turrin © originariamente scritto e pubblicato su SMA-Africa

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Il periodo successivo alla Seconda guerra mondiale fu per gli Stati Uniti caratterizzato da rivendicazioni
Ci siamo mai chiesti qual è la nostra principale motivazione esistenziale? O qual è l’elemento

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Il parco del Virunga minacciato dal petrolio

Si estende per quasi 800mila ettari di territorio e racchiude al suo interno rare specie animali, oltre che una ricca vegetazione, habitat ideale per i gorilla di montagna. Stiamo parlando del Parco nazionale dei Monti Virunga, iscritto dall’Unesco, nel 1994, nella lista dei patrimoni dell’umanità, al fine di proteggerlo dalle continue minacce provenienti dalle attività dell’uomo.

Trovandosi in una delle aree più rigogliose dell’Africa, è un vero e proprio polmone verde, che richiama purtroppo vari interessi illeciti: quelli dei bracconieri, desiderosi di accumulare denaro attraverso il contrabbando di specie animali in via d’estinzione, e gli interessi di multinazionali straniere, attirate dagli enormi giacimenti minerari. Si tratta di pericoli che incombono sempre su questo parco, nonostante i numerosi interventi di conservazione di associazioni ambientaliste. Una delle ultime minacce proviene dalla SOCO e dalla Dominion, società britanniche interessate a realizzare ricerche e perforazioni per appurare se la foresta nasconda sotto al suo suolo l’oro nero, il petrolio.

Il WWF ha lanciato l’allarme: “I progetti d’estrazione petrolifera delle aziende britanniche saranno letali per la preziosa e fragile biodiversità della regione, che comprende scimpanzé, ippopotami, elefanti”. Quella delle aziende britanniche è un’iniziativa che calpesta in modo clamoroso tutti i tentavi di proteggere questo ecosistema, la cui tutela va di pari passo con l’esistenza dei gorilla di montagna, che popolano le pendici boscose dei monti Virunga. Nel parco, se ne contano solo 200 esemplari. In passato – lo ricordiamo – la biologa statunitense Dian Fossey aveva lanciato una dura e pacifica battaglia contro i bracconieri, losche figure che, senza alcuno scrupolo, l’hanno uccisa. Nel mondo sono rimasti soltanto 800 esemplari di gorilla di montagna.

Natura contro interessi economici
I progetti britannici d’esplorazione petrolifera minacciano anche la popolazione locale, la quale negli ultimi anni ha accolto con entusiasmo e consapevolezza l’idea che proteggere il Parco significa ottenere anche vantaggi economici e sociali; infatti, il turismo viene alimentato grazie alla presenza di una fauna e flora uniche al mondo e con esso giungono all’interno del parco importanti introiti, che permettono di migliorare le condizioni di vita delle genti che lavorano nell’area protetta. Tra questi vi sono tanti pescatori, circa 30mila, impegnati in progetti ittici sostenibili nelle acque del Lago Edward, incluso nei confini del Parco nazionale dei Virunga.

Per non comprometterne il delicato equilibrio ambientale, il WWF ha chiesto al governo della Repubblica Democratica del Congo di applicare sia le leggi in vigore di salvaguardia del Parco, sia le convenzioni internazionali sulla tutela delle aree protette.

La decisione della SOCO e della Dominion giunge in un periodo molto delicato per la nazione del centro Africa. La guerra nella zona orientale del Paese si è placata, dopo anni di tensioni interetniche e politiche, alimentate da interessi per la spartizione delle risorse naturali nascoste nel sottosuolo. La richiesta delle due società britanniche rischia di risvegliare insanabili appetiti economici, indirizzati ancora allo sfruttamento di coltan, oro e dei richiestissimi idrocarburi, gas e petrolio.

L’articolo era stato originariamente scritto e poi pubblicato sul sito web di SMA Africa

 

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