Category Archive Africa

Cederberg sudafrica

A nord di Città del Capo, tra pitture rupestri e vallate fiorite

La regione sudafricana del Cederberg è un’area montana ancora incontaminata, caratterizzata da paesaggi unici. Questa è una zona per chi ama stare a contatto con la natura selvaggia, tra insolite formazioni rocciose in cui si possono scoprire antiche pitture rupestri. A solo due ore da Città del Capo, si ammirano i monti del Cederberg, cime con varie altitudini, che raggiungono i 2000 metri. Costituite da arenaria, le rocce sono state plasmate nel corso dei millenni dal vento e dalla pioggia. Il processo di erosione ha dato vita nella pietra a particolari conformazioni. Tra le più note vi è una roccia, dalla forma di una grande Croce Maltese, alta circa venti metri. Altrettanto suggestivo è il Wolfberg Arch, i cui colori al tramonto e all’alba creano indimenticabili giochi di luce e ombra. L’aspetto singolare di certe formazioni rocciose lo si può notare soltanto da determinate angolazioni e prospettive. È il caso di Soldaatkop, una bizzarra formazione rocciosa che ricorda il volto di una persona, ma che si può soltanto riconoscere viaggiando in direzione Clanwilliam, lungo la R364.

arco wolfberg sudafrica

Le montagne di questa regione, un tempo, erano i rifugi degli antichi San, i Boscimani. Lo testimoniano gli oltre duemila siti scoperti nel Cederberg, dove si ammirano le pitture rupestri degli abitanti originari del Sudafrica. Alcune pitture sono rappresentazioni della loro vita quotidiana, scandita dalla caccia e dalla danza, altre ancora rimangono enigmatiche. Numerosi disegni sono stati dipinti da sciamani San dopo aver raggiunto una sorta di trance. Molte pitture rappresentano quindi visioni che vanno oltre la dimensione tangibile e materiale. L’arte si unisce ad antichi rituali e a primigenie forme di spiritualità. Non sorprende che questi siti siano protetti come patrimonio nazionale.

Particolari sono le testimonianze rupestri nelle grotte di Stadsaal, dove sono ritratti elefanti accanto a strane figure togate. Queste pitture ci testimoniamo di un passato dove la natura era variegata, oltre che madre nutrice. Purtroppo, gli elefanti in quest’area del Sudafrica non s’incontrano più. Uno degli ultimi avvistamenti di pachidermi nel Cederberg risale al lontano Settecento. Tra cascate, grotte, zone acquitrinose, torrenti vivono però indisturbati altri numerosi mammiferi, tra cui leopardi, babbuini, in particolare il babbuino chacma, antilopi e caracal.

Nelle zone montane del Cederberg si contempla inoltre una rigogliosa vegetazione, in cui spicca la protea cryophila, specie rara che predilige un habitat con temperature non elevate. Molto suggestiva per chi ama la natura sudafricana è la valle denominata Biedouw, distante circa 80 chilometri dalla cittadina di Clanwilliam. Dopo le piogge, questa vallata si tinge di un manto vivace grazie alla fioritura di coloratissime specie floreali.

Tra queste troviamo la pianta selvatica Aspalathus linearis, aghifoglia cespugliosa che solo a partire dal 1930 ha iniziato con successo a essere coltivata per la produzione del famoso tè rosso sudafricano. Non a caso, la regione del Cedarberg è l’unica zona al mondo dove si può percorrere la “strada del rooibos”, per ammirare le piantagioni dell’Aspalathus linearis e per scoprire un peculiare aspetto naturalistico di questo angolo del Sudafrica.

Silvia C. Turrin

Il 2018 è un anno storico per il Sudafrica, perché dopo 126 anni gli Springboks
Il 2018 è un anno importante non soltanto per il Sudafrica. Il 18 luglio si
Immagine emblematica esposta all'interno del museo dell'apartheid - Photo Silvia C.
Domani 19 ottobre uscirà il seguito dell’Autobiografia di Nelson Mandela. Dopo Long Walk to Freedom
Oggi Nelson Mandela avrebbe compiuto 98 anni. Per ricordarlo ripropongo qui due articoli che avevo

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Madagascar, la “guerra” della vaniglia

È la quarta isola al mondo per grandezza. La sua superficie, ampia circa 594mila km², racchiude vari ecosistemi: dalle foreste pluviali nella zona orientale, a distese aride dominate da splendidi baobab. In un ambiente così diversificato il Madagascar si rivela uno dei paesi più ricchi in biodiversità. È proprio su quest’isola che viene raccolta una delle spezie più costose e pregiate, la vaniglia. È molto cara poiché il processo di lavorazione è lungo e complesso. Inoltre, negli ultimi anni, i cambiamenti climatici hanno avuto profondi effetti ambientali e geologici, tanto che per un chilogrammo di vaniglia si possono spendere 400 euro. La raccolta è una fase estremamente delicata, in quanto la vaniglia deriva dal baccello di un’orchidea bellissima e fragile, la vanilla planifolia. Sebbene sia originaria del Messico, circa l’80% della produzione mondiale viene dal Madagascar. Non stupisce quindi se sull’isola si può organizzare un itinerario di viaggio proprio lungo la costa della vaniglia.

 

La regione di Sava è quella tra le più importanti. Non a caso, a partire dalla metà di luglio 2018, è attivata la “campagna vaniglia”, al fine di perfezionare e coordinare la professionalizzazione nel settore. L’iniziativa, che punta a migliorare lo sviluppo economico e sociale, si prefigge anche di controllare sia i vari attori della filiera, sia la tracciabilità della spezia. Uno degli obiettivi è quello di contrastare il lavoro minorile, un problema ancora grave, se si considera che solo il 10% dei produttori di vaniglia sono registrati a livello regionale e governativo. Il restante 90% non è ancora sottoposto a verifiche e ciò aggrava lo sfruttamento dei bambini nella filiera legata alla raccolta e alla lavorazione della vaniglia.

Il Presidente della regione Sava, Faustin Velomaro, sostenuto da varie realtà locali e internazionali, ha promosso un progetto per sostenere chi lavora nel settore, a beneficio dei bambini. Un’iniziativa coordinata anche dall’Organizzazione internazionale del Lavoro. Per ottenere un maggior controllo è stata attivata la Carta d’identificazione professionale; inoltre, sarà pubblicata e resa accessibile a tutti la lista delle realtà attive e riconosciute in questo settore.

 

La produzione di vaniglia necessita una regolamentazione anche perché i raccolti sono sempre più minacciati dai cambiamenti climatici, dai tifoni, dalle piogge. È indubbio che la vaniglia sta diventando una spezia rara e dunque sempre più costosa. Purtroppo, questo si ripercuote sulla popolazione malgascia. Anche gli stessi coltivatori di vaniglia sono preoccupati, non solo per le imprevedibilità del clima, ma anche per l’aumento delle bande di saccheggiatori che, indisturbati, hanno iniziato a rubare i preziosi baccelli di questa spezia.

Si parla non a caso di “guerra della vaniglia”. Ma dietro a questa “guerra” ci sarebbe il commercio illegale di palissandro. Questo tipo di legno è molto pregiato e si ricava da varie specie di papiglionacee appartenenti ai generi Dalbergia e Pterocarpus. In Madagascar vige il divieto di abbattere queste specie arboree, quindi chi commercia palissandro è fuori legge. La produzione di vaniglia, in taluni casi, maschererebbe nient’altro che il riciclaggio di denaro ricavato illegalmente dalle vendite di palissandro. Tracciare una filiera certa e catalogare i veri produttori di vaniglia, come intende fare il Presidente della regione Sava, Faustin Velomaro, avrebbe ripercussioni importanti anche sul traffico illecito di legname.

 

Silvia C. Turrin

L’Articolo è consultabile on line anche sul sito di SMA Afriche

È la quarta isola al mondo per grandezza. La sua superficie, ampia circa 594mila km²,
Proseguiamo il nostro itinerario nel mondo colorato e profumato delle spezie. Nella prima parte abbiamo
Allontanarsi dai ritmi frenetici delle metropoli grigie, inquinate, convulse e immergersi in un paesaggio meraviglioso,
Negli ultimi mesi, dopo un'estate caratterizzata da siccità, da temperature elevate e al contempo da
Per gli antichi Romani era la “finis terrae”, la fine della terra. Oltre le spiagge,

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Gorée, per non dimenticare la tratta degli schiavi

A pochi chilometri dalla capitale senegalese Dakar, troviamo l’isola di Gorée, proclamata Patrimonio dell’Umanità dell’UNESCO nel 1978. Gorée è un luogo simbolo della storia non soltanto africana. Ciò che è accaduto su questa piccola isola ha influenzato e influenza ancora le dinamiche sociali, economiche, politiche e culturali di varie nazioni. Gorée è tristemente nota per essere stata uno dei tanti centri di smistamento e di commercio degli schiavi.

Scoperta nel 1444 da marinai portoghesi, l’isola venne in seguito controllata dagli olandesi, i quali la battezzarono goede reede, che significa “buon ancoraggio”, da cui deriva il suo attuale nome. In seguito, se l’alternarono inglesi e francesi. Gorée era contesa dagli europei per la sua posizione strategica, essendo vicina all’entroterra africano e affacciata all’oceano Atlantico, in direzione delle Americhe. La sua architettura riflette ancora oggi il periodo coloniale. Ne sono una testimonianza alcune case tradizionali presenti sull’isola, la maggior parte datate XVIII e XIX secolo, strutturate su due piani: il primo fungeva da residenza per i mercanti, mentre il pianterreno era adibito a magazzino di merci o di schiavi. Proprio una di queste abitazioni è il luogo simbolo dell’isola, ovvero la Maison des esclaves (la Casa degli schiavi), dove uomini, donne e bambini, divisi nelle rispettive zone, venivano rinchiusi, per poi essere condotti lontani dalla loro terra.

Dalla Maison des esclaves sono passati milioni di africani, allontanati per sempre dalla loro Madre Terra. È qui, in questo sito carico di dolore, che venivano calpestati i diritti umani di migliaia e migliaia di persone; diritti calpestati dall’avidità, dall’ignoranza e dalla crudeltà di altri esseri umani. Passando per la “porta del non ritorno”, la loro libertà veniva totalmente negata, annullata. La tratta degli schiavi fu un’esperienza senza precedenti nella storia dei popoli, che ha avuto profonde ripercussioni nel continente africano e che ha condizionato le vicende di tante nazioni, in primis quelle degli Stati Uniti.

Per mantenere la memoria di quel tragico periodo, la Maison des esclaves è stata trasformata in museo, che ripercorre le sofferenze patite da milioni di africani. Al piano terra della Maison des esclaves si vedono le celle dove venivano ammassate le persone, bambini, giovani donne, uomini… Quelle riservate agli uomini erano “larghe” 2,60 metri per 2,60 metri e in questo angusto spazio venivano stipati dai 15 ai 20 individui. Gli schiavi erano costretti a rimanere seduti contro il muro, con le braccia e il collo incatenati. Prima di essere smistati come animali da soma, come oggetti e non persone, potevano attendere persino tre lunghi mesi.

I racconti di Boubacar Joseph Ndiaye, scrittore e conservatore di questa casa-museo, hanno contribuito a far conoscere al mondo intero la storia della Maison des Esclaves e il dramma della tratta. Boubacar ha lasciato questo mondo nel 2009, ma la sua insegnamento continua, tanto che ogni anno migliaia di persone visitano Gorée.

A sud dell’isola, osserviamo un’altra testimonianza della tratta, ovvero un forte costruito dagli olandesi sulla collina chiamata Le Castel. Nelle vicinanze si può scorgere il Memoriale di Gorée”, realizzato dall’architetto italiano Ottavio Di Blasi. La struttura, che assomiglia a un grande villaggio, è divisa in due parti, che simboleggiano, l’una, l’Africa della diaspora, mentre l’altra, rappresenta gli africani non deportati dalla loro Madre Terra. Al centro della struttura vi è una sorta di “frattura”, ed è qui che sorge il Memoriale propriamente detto formato da due grandi vele.

Questo Memoriale è un luogo che non soltanto invita a ricordare e a riflettere sulla disumana tratta degli schiavi: qui ha infatti sede il Centro Internazionale delle memorie, uno spazio culturale proiettato verso il futuro, in cui i diritti umani e il dialogo tra i popoli rappresentano le colonne portanti. Il regista Malick Kane ha realizzato un docu-film dedicato interamente al Memoriale di Gorée (titolo originale del film Mémorial de Gorée).

Silvia C. Turrin

L’articolo è pubblicato anche sul sito di SMA Afriche

A pochi chilometri dalla capitale senegalese Dakar, troviamo l’isola di Gorée, proclamata Patrimonio dell’Umanità dell’UNESCO
È la quarta isola al mondo per grandezza. La sua superficie, ampia circa 594mila km²,
Il 2018 è un anno importante non soltanto per il Sudafrica. Il 18 luglio si
Immagine emblematica esposta all'interno del museo dell'apartheid - Photo Silvia C.
Respirare profumi di spezie orientali, immergersi nei meandri di intricate medine, ammirare i variopinti colori

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Siya Kolisi Springboks

Siya Kolisi, primo capitano nero della nazionale di rugby sudafricana

Il 2018 è un anno storico per il Sudafrica, perché dopo 126 anni gli Springboks avranno come capitano della squadra un giocatore nero, Siya Kolisi. Dobbiamo aspettare il prossimo 9 giugno per vederlo ufficialmente coi gradi da titolare, quando ci sarà il test match contro l’Inghilterra in programma all’Ellis Park di Johannesburg. Ma chi è il nuovo capitano? Il suo nome completo è Siyamthanda Kolisi, età 26 anni. È cresciuto alla periferia di Port Elizabeth e, appena dodicenne, durante un torneo presso Mossel Bay, venne notato per la sua abilità nel maneggiare il pallone di rugby. Da allora, ha sempre compiuto passi in avanti, prima ottenendo una borsa di studio, poi, prendendo parte al mondiale giovanile 2011 in Italia, sino al debutto nel 2013 coi mitici Springboks come ala in terza linea. Un cammino sempre in ascesa.

La squadra dell’antilope (“springbok” in inglese significa appunto antilope) nei primi mesi del 2018 sta vivendo importanti cambiamenti. Il primo è avvenuto agli inizi di marzo, quando è stato selezionato come nuovo allenatore della squadra Johan C. “Rassie” Erasmus, classe 1972, nato (guarda caso) a Port Elizabeth, e anche lui giocatore in terza linea come Kolisi. Il secondo e più rilevante cambiamento lo si deve proprio a Erasmus, il quale ha scelto Kolisi come nuovo capitano degli Springboks. Una notizia che ha fatto il giro del mondo, visto che la squadra di rugby sudafricana ha, sin dalle sue origini, un’impronta marcatamente bianca.

Quando il rugby in Sudafrica era precluso ai neri

Ufficialmente, la squadra di rugby sudafricana venne fondata nel lontano 1891 e all’epoca si chiamava “British Isles”. Solo tra il 1906 e il 1907 si è iniziato a chiamarli con il nome di Springboks. Se si guardano le foto di allora sino al 1980 la squadra è composta esclusivamente da giocatori bianchi. Bisogna attendere l’anno 1981 per vedere il primo rugbista di colore ufficialmente in squadra, ovvero Errol Tobias che partecipò al match contro l’Irlanda, proprio nel bel mezzo di un periodo cupo per la nazione. Infatti, a causa della politica razzista del governo di Pretoria il Sudafrica venne praticamente isolato, e tra il 1985 e il 1991 gli Springboks non ebbero la possibilità di partecipare ai mondiali dell’87 e del ’91.

L’isolamento della squadra di rugby sudafricana finì quando vennero smantellate, dopo 43 anni dalla loro istituzione, le politiche e le leggi del regime di apartheid. Ma gli Springboks, per la maggioranza della popolazione nera sudafricana, rimanevano il simbolo del vecchio regime razzista. Ci vollero la saggezza e la lungimiranza di Nelson Mandela, primo Presidente nero, democraticamente eletto, del Sudafrica a unire la nuova nazione arcobaleno grazie al rugby (Rainbow nation, “nazione arcobaleno” è il soprannome con cui Desmond Tutu ha definito il Sudafrica post-apartheid, un paese composto da tanti popoli).

Mandela e gli Springboks

Mandela coppa del mondo rugby 1995

Questa straordinaria storia ci è stata raccontata da John Carlin nel bestseller “Ama il tuo nemico” (titolo originale Playing the Enemy: Nelson Mandela and the Game that Made a Nation), poi trasposto nel bellissimo e commovente film Invictus realizzato nel 2009 da Clint Eastwood. Grazie al capitano dell’epoca, François Pienaar, che ha seguito i preziosi consigli elargitigli da Mandela, la nazionale di rugby sudafricana degli Springboks è riuscita a ottenere la storica vittoria nella Coppa del Mondo del 1995. Una vittoria non solo sportiva, ma anche morale, etica, politica, intrisa di messaggi di pace, dialogo e di perdono, a dispetto di quanti volevano gridare vendetta contro i bianchi.

Probabilmente senza l’intervento di Mandela gli Springboks non esisterebbero più e forse la storia sudafricana sarebbe stata caratterizzata da un flusso di eventi molto diversi da quelli che noi tutti conosciamo. Ma la storia non si fa né coi se, né coi ma, e in questo caso ci piace ricordare ciò che davvero è accaduto. Gli Springboks hanno vinto la coppa del mondo di rugby nel 1995. I tifosi sudafricani, bianchi e neri, si sono stretti in un abbraccio che andava oltre i confini sportivi. E coloro che avevano inneggiato all’imprigionamento di Mandela e che avevano auspicato una guerra civile per eliminarlo, cambiarono idea, perché si resero conto che solo “uniti si vince” e che è necessario “parlare non alla mente, ma al cuore delle persone”. Una bella lezione non solo sportiva, ma anche esistenziale, che tutti – ad ogni latitudine del globo – dovrebbero imparare.

Silvia C. Turrin

L’articolo è on line anche sul sito SMA Afriche

 

Il 2018 è un anno storico per il Sudafrica, perché dopo 126 anni gli Springboks
Il 2018 è un anno importante non soltanto per il Sudafrica. Il 18 luglio si
Immagine emblematica esposta all'interno del museo dell'apartheid - Photo Silvia C.
Domani 19 ottobre uscirà il seguito dell’Autobiografia di Nelson Mandela. Dopo Long Walk to Freedom
Oggi Nelson Mandela avrebbe compiuto 98 anni. Per ricordarlo ripropongo qui due articoli che avevo

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Nelson Mandela Presidente Sudafrica apartheid

2018 il centenario dalla nascita di Mandela

Il 2018 è un anno importante non soltanto per il Sudafrica. Il 18 luglio si festeggerà il centenario dalla nascita di Nelson Mandela. Un anniversario pregno di significati, grazie al quale si ha la possibilità di ricordare una figura politica amata a livello internazionale. Tanti gli eventi organizzati in varie zone del globo per ricordare il primo Presidente del Sudafrica eletto democraticamente da tutto il popolo, senza distinzioni di colore.

Da prigioniero a presidente

Tra il 27 e il 30 aprile 1994, in un clima di euforia, si svolsero in Sudafrica le prime elezioni multirazziali e democratiche, basate sul principio una persona, un voto. Ciò si verificava dopo decenni di apartheid (il sistema di separazione razziale venne ufficializzato con la vittoria del National Party nel 1948) e secoli di colonialismo. In quei giorni del 1994 in Sudafrica si respirava un vento di cambiamento e tante persone nutrivano il sogno di una nazione riconciliata e unita. Con l’investitura di Nelson Mandela come primo Presidente della “nazione arcobaleno” (così è chiamato affettuosamente il Sudafrica) questo sogno di pace e di riconciliazione si stava avverando.

La lungimiranza e il peso politico-intellettuale di Mandela, oltre che la sua capacità di perdonare i suoi carcerieri, senza però dimenticare le loro azioni illiberali, hanno permesso alla Rainbow Nation di aprire una nuova pagina della sua lunga tormentata storia. Con l’elezione di Mandela come primo Presidente iniziò infatti un processo di riconciliazione nazionale che, pur tra eventi drammatici, ricordi profondamente dolorosi e tragici squarci familiari e sociali, ha permesso al Sudafrica di andare avanti senza affondare in una sanguinosa guerra civile. Nelson Mandela, nonostante i lunghi anni di prigionia (in tutto 27 anni), ha abbracciato la tesi dell’amico Arcivescovo premio Nobel per la Pace Desmond Tutu, ovvero “non c’è futuro senza perdono” e ha saputo traghettare il Sudafrica verso una nuova fase storica. Per questo, proprio come era accaduto nel 1984 a Desmond Tutu, fu assegnato a Mandela il premio Nobel per la pace nel 1993.

Il Sudafrica non lo dimentica

 

Se l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite – che nel 2009 ha dichiarato il 18 luglio il Nelson Mandela International Day – ha deciso di indire a settembre il “Nelson Mandela Peace Summit” (un incontro di alto livello che avrà come tema la pace mondiale), nella patria di Mandela fervono già i preparativi per festeggiare il centenario dalla sua nascita. Per il 17 luglio, la vigilia del compleanno di Madiba, è previsto un attesissimo discorso dell’ex Presidente degli Stati Uniti Barack Obama. Un evento organizzato dalla Nelson Mandela Foundation presso l’Ellis Park Arena a Johannesburg: sono attese 4000 persone.

Per promuovere progetti di alfabetizzazione e di contrasto alla povertà è attiva poi l’iniziativa denominata “Mandela Concerts”, ovvero una serie di concerti non stop in varie parti del mondo, per l’intera giornata del 18 luglio, compleanno di Madiba. L’idea è quella di organizzare tanti concerti a effetto domino – finisce uno ne inizia un altro – con l’intento di raccogliere fondi per rendere prioritaria l’istruzione per i bambini indigenti.

Il South African Tourism ha poi creato la Madiba’s Journey App, un’applicazione che aiuta i turisti/viaggiatori a scoprire i luoghi che hanno avuto una particolare importanza nella vita di Mandela, come la sua città natale, Qunu. Si tratta di una tecnologia fruibile anche rimanendo comodamente a casa.

Eventi tra Italia, Francia e Australia

Anche l’Italia ricorda questo importante anniversario grazie all’Associazione Nelson Mandela Forum, che ha dato l’avvio alle iniziative relative a questa ricorrenza con l’inaugurazione del Mandela Memorial a Firenze. Il Memoriale – che si trova all’ingresso del Mandela Forum in Piazza Enrico Berlinguer, sotto la pensilina – è una riproduzione in vetro della cella di detenzione nel carcere di Robben Island, nella quale il premio Nobel per la pace è stato rinchiuso per 18 anni. L’installazione è un invito a riflettere, da un alto, sullo spazio ristretto in cui fu imprigionato Nelson Mandela e, dall’altro, sulla sua politica di riconciliazione nazionale da lui lanciata dopo la liberazione. Da questa riflessione non può che emergere tutta la grandezza e l’umanità di Mandela.

In Francia e in Australia è in tournée il musical dedicato a Madiba, prodotto da Jean-Pierre Hadida (che è anche autore e compositore), da Francine Disegni e da Serge Bonafous. Una storia in musica che ripercorre la vita di Nelson Mandela, dalla nascita di un combattente per la libertà del suo popolo sino alla sua liberazione. Un passaggio storico segnato anche dai colori dominanti: se durante l’apartheid viene marcato il contrasto fra bianco e nero, con la fine del regime razzista la scena si tinge dei colori dell’arcobaleno, della Rainbow Nation. Tra l’equipe del musical troviamo tra le quinte Sam Tshabalala, nato in Sudafrica, considerato uno degli eroi della resistenza culturale al regime di apartheid.

Silvia C. Turrin

Articolo pubblicato anche sul sito:
https://www.missioniafricane.it/2018-il-centenario-dalla-nascita-di-mandela/

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apartheid Sharpeville

21 marzo 1960 – ricordando il massacro di Sharpeville

apartheid Sharpeville

Immagine emblematica esposta all’interno del museo dell’apartheid – Photo Silvia C. Turrin

Il massacro di Sharpeville, avvenne il 21 marzo 1960.

In quella data, i dirigenti del PAC, organizzazione politica sorta nel 1959 da una scissione interna all’ANC, decisero di intraprendere una campagna di protesta, non-violenta, contro le pass law. Tale scelta scaturiva dalla convinzione che “le masse fossero già pronte per rispondere spontaneamente ad un’iniziativa creativa”.

Quel giorno, 20mila persone si mossero verso la stazione di polizia di Sharpeville protestando pacificamente contro le pass law. Sebbene i manifestanti fossero disarmati, il contingente di polizia, numericamente inferiore rispetto ad essi, si fece prendere dal panico e iniziò a sparare uccidendo 69 persone e ferendone molte altre. Sobukwe, leader del PAC fu arrestato insieme ad altri dirigenti.

In seguito all’eccidio, l’8 aprile l’ANC e il PAC furono dichiarate organizzazioni illegali tramite l’Unlawful (Criminal) Organizations Act (N.34, 1960) e, da quel momento in poi, entrambe dovettero agire in condizioni di clandestinità. Tra il 1961 e il 1963, le due organizzazioni abbandonarono la strategia non-violenta, formando rispettive ali armate e intraprendendo azioni di sabotaggio. A seguito di diversi attentati, i leader storici dell’ANC e del PAC furono arrestati, processati (processo di Rivonia) e condannati all’ergastolo.

In seguito all’eccidio di Sharpeville, il governo di Pretoria varò nuove leggi di carattere repressivo, quali il General Law Amendment Act (1963) che autorizzava la polizia a detenere una persona incommunicado per 90 giorni, rinnovabili, senza mandato, senza processo, senza capi di accusa e senza l’assistenza di un legale. Nel 1965 fu implementato il Criminal Procedure Amendment Act che autorizzava la polizia a trattenere un testimone in un processo incommunicado per 180 giorni, rinnovabili.



Per Approfondire segnalo il mio libro “Il movimento della Consapevolezza nera in Sudafrica. Dalle origini al lascito di Stephen Biko” in cui parlo fra l’altro del massacro di Sharpeville

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Tunisia, tra oasi nel deserto, laghi salati e musei a cielo aperto

Respirare profumi di spezie orientali, immergersi nei meandri di intricate medine, ammirare i variopinti colori di souk, osservare un cielo stellato dormendo tra palme e sabbia sahariana. Questo e altro ancora è possibile viverlo non allontanandosi poi molto dalla nostra penisola. A sole due ore (circa) di volo, partendo dai principali aeroporti italiani si raggiunge la Tunisia, Paese africano che, nonostante un rapido processo di modernizzazione, mantiene ancora in vita antiche tradizioni maghrebine.

Molti gli itinerari che il piccolo Stato a nord dell’Africa offre, in ogni stagione dell’anno, ai numerosi turisti provenienti dall’Italia desiderosi di conoscere da vicino la cultura araba, sperimentando il vero hamman, fumando narghilè o visitando luoghi dove la storia è ancora tangibile.

Tunisi, la capitale, sta diventando sempre più occidentale: caotica, inquinata dal traffico e dai rumori. Ma nella medina – labirinto di vie popolate da venditori e artigiani – si assorbono gli odori e i colori tipicamente arabi, grazie ai souk che in essa si dipanano come una ragnatela. La città ospita inoltre la più importante esposizione archeologica del Maghreb, racchiusa nel Museo del Bardo, dove varie sezioni ripercorrono vari periodi storici, nel corso dei quali si sono succeduti romani, greci, arabi.

È però al di fuori della capitale che si inizia a conoscere l’essenza del Paese incastonato tra Mar Mediterraneo, Algeria e Libia.

La zona settentrionale tunisina vanta numerosi siti archeologici definibili veri e propri musei a cielo aperto, testimonianze delle varie civiltà che hanno lasciato le tracce del proprio passaggio.

Cartagine, antica capitale punica, patria di Annibale, è tra i luoghi più famosi, grazie alle numerose vicende storiche che l’avvolgono. Purtroppo, delle vestigia imponenti non è rimasto molto a causa delle distruzioni apportate dai Romani. L’ideale sarebbe quindi affidarsi a una guida esperta per effettuare un percorso che permetta effettivamente di capire le vicissitudini di Cartagine, edificata nell’anno 814 a.C., sulle cui fondamenta si sono sovrapposte architetture fenicie, romane, bizantine, arabe. Un tour che potrebbe includere le Terme di Antonino; il quartiera Bysa; il Museo nazionale, dove si possono ammirare i reperti dei recenti scavi; i porti dai quali i cartaginesi partirono per sfidare Roma; e il quartiere Magon, in cui rimangono resti dell’epoca punica.

Merita poi una visita Sidi Bou Saïd – non molto distante da Cartagine – antico villaggio, situato su un dirupo affacciato sul Mediterraneo, caratterizzato da abitazioni dipinte di bianco, sulle quali risaltano i portoni blu e i colori dei fiori e delle piante che le circondano. Ed è proprio la struttura architettonica, impreziosita da giardini e cascate di bougainvillee, a rendere magica la sosta in questo grazioso paese. Valgono una tappa anche Testour, dal sapore Andaluso, essendo stata fondata dai Mori cacciati dalla Spagna sul finire del XV secolo, e Dougga, in cui domina l’imponente mausoleo libico-punico, alto 21 metri, e dove un’antica strada pavimentata conduce al campidoglio dedicato alle divinità di Giove, Giunone e Minerva.

El Djem, cittadina ubicata fra Souss e Sfax e circondata da piante di ulivi, rappresenta un altro luogo importante a livello archeologico. È qui che si trova il ben conservato anfiteatro romano, opera che testimonia la rilevanza di questa piccola località ai tempi della Roma imperiale.

Tra uliveti e pianure desolate, nella parte centrale della Tunisia, si erge Kairouan, quarta città sacra dell’Islam, che ogni anno accoglie fedeli provenienti da tutto il Maghreb, diretti alla Grande Moschea: edificio circondato da possenti mura, al cui interno si trova un cortile rivestito in marmo, un minareto e, sotto un portico, vi è l’ingresso alla sala delle preghiere. Secondo la tradizione musulmana sette pellegrinaggi a Kairouan equivalgono a un viaggio a La Mecca.

Il lato selvaggio e spettacolare della Tunisia lo si può ammirare addentrandosi nel Sud del Paese, dove oasi, distese di laghi salati, anfratti rocciosi e sabbie sahariane avvolgono il viaggiatore in un’atmosfera ipnotica. La città costiera di Gabès rappresenta il centro da cui si dipanano le piste che conducono al deserto. Gabès merita una tappa soprattutto per la spettacolare strada delle oasi: palme, melograni, campi di tabacco e altri tipi di vegetazione si estendono per circa sei chilometri, percorribili in bicicletta o noleggiando il tipico calèche (calesse).

Non molto distante, si trova il villaggio trogloditico di Matmata, da visitare preferibilmente al mattino presto o nel tardo pomeriggio, nelle ore in cui non c’è “il turismo di massa”: solo così è davvero possibile capire il modus vivendi dei suoi abitanti. Il villaggio, praticamente sotterraneo, è stato fondato dai Berberi per sfuggire sia agli attacchi di invasori, sia al caldo. Le abitazioni sono scavate nella roccia e sono collegate da un intricato sistema di gallerie.

Dopo aver sperimentato la suggestiva attraversata del Chott el Djerid, il grande lago salato, avvolto da sfumature rosa e bianche, si raggiunge una delle mete più famose della Tunisia: Tozeur, celebre sia per la sua oasi composta da palme da datteri e da un rigoglioso giardino botanico, che per il Festival del Sahara. Tozeur, la città principale della regione dei laghi salati, è anche una delle porte per accedere al silenzio e agli immensi spazi del mare di sabbia africano.

Non si può infatti abbandonare il Paese tunisino senza aver trascorso almeno una notte nel deserto: un’esperienza che se vissuta lontana dai cliché tipicamente turistici potrebbe riempire il cuore di mille emozioni, perché l’apparente vuoto e l’illusorio silenzio del deserto dischiudono la pace dell’anima.

Silvia C. Turrin

 


Per organizzare il viaggio:
Gabr’Aoun Robo, Tunisia: nel paese dalle sabbie bianche tra chott, ksour e piste del sud -, Polaris, Firenze, 2006

Respirare profumi di spezie orientali, immergersi nei meandri di intricate medine, ammirare i variopinti colori
Il Giappone è un paese dove gli opposti convivono in modo armonioso. Accanto all’indiscutibile modernità,
Allontanarsi dai ritmi frenetici delle metropoli grigie, inquinate, convulse e immergersi in un paesaggio meraviglioso,
Terra di contrasti assoluti, dominata da paesaggi selvaggi, dove l’acqua e il fuoco si scontrano
Maurizia Giusti, in arte Syusy Blady, è una donna poliedrica. Tutti la ricordiamo grazie a

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A Parigi, fra ritratti maliani e “dadaismo” africano

Chi ama l’Arte a 360 gradi e al contempo ama l’Africa sempre a 360 gradi sa che a Parigi può approfondire e soddisfare entrambe le passioni. Vuoi per il retaggio coloniale, vuoi per il melting pot culturale, vuoi per la presenza di tante comunità provenienti dai vari angoli del “continente nero”, sta di fatto che la Ville Lumière si conferma una delle capitali europee più aperte ad accogliere eventi, esposizioni, meeting incentrati sui vari volti dell’Africa.

Basta dare un’occhiata all’Agenda culturale degli ultimi mesi per avere ancora una volta la conferma di quanto Parigi rimanga, nonostante le numerose ferite subite di recente, una città attenta alle culture “altre”.

Al Musée du quai Branly, nel VII arrondissement, sino al 21 gennaio 2018 è aperta la mostra Les forêts natales, Arts d’Afrique équatoriale atlantique. Un’esposizione di opere di alto spessore provenienti da collezioni pubbliche e private tramite le quali ci si immerge in una vasta area culturale del continente africano che va dal Gabon alla Guinea Equatoriale, dal sud del Camerun alla zona occidentale della Repubblica del Congo. Ciò permette al visitatore di entrare a fondo nei diversi linguaggi artistici di diversi popoli – Fang, Kota, Tsogo, Punu – che hanno saputo plasmare magnificamente diversi materiali (in particolare il legno) per dare forma allo spirito degli antenati. Nelle teche si scoprono magnifiche maschere colorate con pigmenti naturali e abbellite con fibre vegetali, e poi statue e figure-reliquiario di varie dimensioni. Vere opere d’arte che rivelano l’incredibile abilità e creatività dei popoli della foresta equatoriale atlantica.

 

La Fondazione Henri Cartier-Bresson, nel XIV arrondissement ospita fino al 25 febbraio 2018 un omaggio a Malick Sidibé. Scomparso il 14 aprile 2016, il grande fotografo Malick Sidibé nacque nel 1935 à Soloba (Mali) e studiò a Bamako, presso l’Ecole des Artisans Soudanais. Nel 1962 aprì nel quartiere di Bagadadji, nel cuore della capitale, il suo atelier di fotografia chiamato “Studio Malick”. Da allora, in un Mali culturalmente effervescente, Malick Sidibé coi suoi scatti immortala donne e uomini, soprattutto giovani, che nelle serate di Bamako scoprono le danze provenienti dal Vecchio Continente e da Cuba. Sono ritratte le nuove generazioni, piene di sogni e di speranze, che vogliono lasciarsi alle spalle il periodo coloniale attraverso la musica e il ballo. La retrospettiva denominata Mali Twist – un titolo che si rifà in parte alla canzone eponima del chitarrista maliano Boubacar Traoré e in parte alla fotografia di Malick Sidibé “Dansez le Twist” del 1965 – è un’occasione per ritornare indietro nel passato di Bamako, quando la gioventù maliana nutriva sogni di riscatto e di autorealizzazione. Quei sogni e quella vitalità li ritroviamo ancora nei quartieri della capitale, nonostante la recente guerra e lo spettro dei fondamentalismi.

 

Interessante è poi l’Expo Dada Africa, presso il Musée de l’Orangerie, I° arrondissement, organizzata grazie alla collaborazione del museo Rietberg di Zurigo, della Berlinische Galerie Berlin, e del museo d’Orsay.

Qui il continente africano è protagonista in maniera indiretta, ovvero per il tramite dell’influsso culturale che ha avuto sul movimento anticonformista Dada.

Nato e sviluppatosi a Zurigo durante la Prima guerra Mondiale, il Dadaismo ha cercato nuove forme espressive in opposizione a quei valori dominanti all’inizio del ´900 e si è poi diffuso a Berlino, New York e ovviamente a Parigi. Gli artisti Dada attinsero ampiamente all’arte africana, e anche a quella dei popoli amerindi e orientali. Questi influssi diedero vita per esempio alle “soirées nègres” al Cabaret Voltaire, e allo scritto di Tristan Tzara “Nota sull’arte nera”. Poesie sonore, collages, balli, performance arricchiscono questa esposizione che mette a confronto l’arte tout court africana con quella del periodo dadaista che ha visto tra i suoi esponenti maggiori Hanna Höch, Sophie Taeuber-Arp, Marcel Janco, il già citato Tristan Tzara, Man Ray, e Picabia.

 

Silvia C. Turrin

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