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Il cibo del risveglio

La buona salute comincia da un’alimentazione equilibrata e sana. Questa è una convinzione antica quanto il mondo, confermata da una serie di studi risalenti a millenni fa. Basti pensare alle teorie sviluppate dal celebre medico greco Ippocrate, vissuto in Grecia tra il V e il IV secolo a.C., il quale mise in evidenza come la malattia derivi dalla qualità e dalla quantità di cibo che si ingerisce. Da questa premessa formulò la nota teoria dei quattro umori corporei (sangue, flemma, bile gialla e bile nera), poi rielaborata da Galeno, nel II secolo d.C.

Il rapporto tra cibo e benessere è ben noto ovunque nel mondo. Dall’India al Marocco, dal Giappone all’Italia il cibo rimane “la nostra prima medicina”. Ne siamo consapevoli, eppure, nonostante le svariate pubblicazioni e i numerosi programmi televisivi dedicati alla cucina molte persone continuano ad avere una relazione sbagliata col cibo. Immersi come siamo in un eccesso di informazioni sull’alimentazione dovremmo ormai aver compreso come scegliere un’alimentazione sana e naturale. Eppure non sempre è così. Talvolta il cibo sopperisce a una mancanza esistenziale: mancanza d’amore, o di fiducia nelle proprie capacità, o mancanza di dolcezza. Oppure, il cibo si trasforma in una sorta di “oggetto” attraverso cui scaricare rabbia, tensioni, frustrazioni. Il rapporto col cibo viene così distorto, deformato, umiliato, svalutato. Tutto ciò si verifica, poiché si guarda e ci si rapporta al cibo partendo da una prospettiva materialistica. Ma è possibile superarla, come spiega Selene Calloni Williams nel recente libro “Il cibo del risveglio” (Ed. Mediterranee).

Scrive l’Autrice: “L’individuo che io chiamo homo materialis comunis è colui che pensa di aver nel piatto un ammasso di vitamine, proteine, carboidrati… Insomma qualcosa di assolutamente concreto, materiale, oggettivo destinato a far parte di un corpo, il suo, che è altrettanto materiale e oggettivo; egli non fa anima mangiando. […] L’homo materialis è annegato nelle teorie, delle quali è la vittima designata. […] Di questi tempi vengono prodotte molte teorie sull’alimentazione e sempre di nuove ne nascono, tuttavia, malgrado tutti gli sforzi profusi, l’individuo continua a farsi del male mangiando”.

Mangiare come rituale sciamanico

 

Leggendo “Il cibo del risveglio” si comprende la necessità di trasformare la comune visione riguardante il “semplice” atto del mangiare. È essenziale andare oltre la dimensione oggettiva e materiale, per abbracciare piuttosto la visione immaginale. Compiendo questa evoluzione di prospettiva possiamo considerare il cibo come un elemento prezioso, vitale, strettamente connesso all’invisibile e all’amore.

L’Autrice, oltre a spiegare numerosi consigli di cucina, descrive meditazioni, preghiere, rituali potenti da praticare ogni volta che mangiamo, in modo da trasformare ogni pasto in un atto d’amore e in un rito che va oltre la materia. Compiendo le varie pratiche descritte ne “Il cibo del risveglio” rafforziamo la nostra consapevolezza, la nostra presenza mentale, sviluppiamo l’attenzione cosciente e andiamo oltre a una mera azione meccanicistica, automatica, ripetitiva.

Il libro è arricchito da 30 schede relative a 30 alimenti diversi, dall’amaranto al carciofo, dal fico al ginkgo biloba, dalla mela alla pesca… In ogni scheda, per ciascun alimento viene spiegato il mito che l’ha portato in essere. Sono miti legati a varie tradizioni, tra cui quella Greca e quella Induista. E ogni mito manifesta una particolare emozione e/o stato d’animo (rabbia, fallimento, tradimento, ansia, insicurezza, ecc.) accompagnato a sua volta da un evento.

“Conoscere gli effetti dei vari cibi sui nostri stati d’animo ci aiuta a divenire co-creatori del nostro destino” spiega nel libro Selene Calloni Williams.

Seguendo le pratiche di risveglio descritte nel libro, cibarsi diventa un rito sacro. Si ha inoltre la straordinaria opportunità di ri-scopre la centralità del sacrum facere. Mangiare sarà non più un’azione meccanicistica, bensì si trasforma in un rituale simbolico. Il rituale del cibarsi diventa così un viaggio tramite il quale possiamo lenire le ferite dell’anima e riabbracciare l’invisibile.

Silvia C. Turrin


 


Selene Calloni Williams. Scrittrice, viaggiatrice e documentarista, è autrice di numerosi libri e documentari a tema psicologia ed ecologia profonda, sciamanismo, yoga, filosofia e antropologia.
È l’iniziatrice del “metodo simbolo-immaginale” o “approccio immaginale” e della scuola italo svizzero degli immaginalisti. L’approccio immaginale è applicato a varie tecniche e discipline nell’ambito delle professioni fondate sulla relazione d’aiuto e nel campo della crescita personale. Per esempio la Mindfulness Immaginale, la Psicogenealogia Immaginale, le Costellazioni Immaginali, la Regressione Immaginale, ecc.

 

 

 


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Cederberg sudafrica

A nord di Città del Capo, tra pitture rupestri e vallate fiorite

La regione sudafricana del Cederberg è un’area montana ancora incontaminata, caratterizzata da paesaggi unici. Questa è una zona per chi ama stare a contatto con la natura selvaggia, tra insolite formazioni rocciose in cui si possono scoprire antiche pitture rupestri. A solo due ore da Città del Capo, si ammirano i monti del Cederberg, cime con varie altitudini, che raggiungono i 2000 metri. Costituite da arenaria, le rocce sono state plasmate nel corso dei millenni dal vento e dalla pioggia. Il processo di erosione ha dato vita nella pietra a particolari conformazioni. Tra le più note vi è una roccia, dalla forma di una grande Croce Maltese, alta circa venti metri. Altrettanto suggestivo è il Wolfberg Arch, i cui colori al tramonto e all’alba creano indimenticabili giochi di luce e ombra. L’aspetto singolare di certe formazioni rocciose lo si può notare soltanto da determinate angolazioni e prospettive. È il caso di Soldaatkop, una bizzarra formazione rocciosa che ricorda il volto di una persona, ma che si può soltanto riconoscere viaggiando in direzione Clanwilliam, lungo la R364.

arco wolfberg sudafrica

Le montagne di questa regione, un tempo, erano i rifugi degli antichi San, i Boscimani. Lo testimoniano gli oltre duemila siti scoperti nel Cederberg, dove si ammirano le pitture rupestri degli abitanti originari del Sudafrica. Alcune pitture sono rappresentazioni della loro vita quotidiana, scandita dalla caccia e dalla danza, altre ancora rimangono enigmatiche. Numerosi disegni sono stati dipinti da sciamani San dopo aver raggiunto una sorta di trance. Molte pitture rappresentano quindi visioni che vanno oltre la dimensione tangibile e materiale. L’arte si unisce ad antichi rituali e a primigenie forme di spiritualità. Non sorprende che questi siti siano protetti come patrimonio nazionale.

Particolari sono le testimonianze rupestri nelle grotte di Stadsaal, dove sono ritratti elefanti accanto a strane figure togate. Queste pitture ci testimoniamo di un passato dove la natura era variegata, oltre che madre nutrice. Purtroppo, gli elefanti in quest’area del Sudafrica non s’incontrano più. Uno degli ultimi avvistamenti di pachidermi nel Cederberg risale al lontano Settecento. Tra cascate, grotte, zone acquitrinose, torrenti vivono però indisturbati altri numerosi mammiferi, tra cui leopardi, babbuini, in particolare il babbuino chacma, antilopi e caracal.

Nelle zone montane del Cederberg si contempla inoltre una rigogliosa vegetazione, in cui spicca la protea cryophila, specie rara che predilige un habitat con temperature non elevate. Molto suggestiva per chi ama la natura sudafricana è la valle denominata Biedouw, distante circa 80 chilometri dalla cittadina di Clanwilliam. Dopo le piogge, questa vallata si tinge di un manto vivace grazie alla fioritura di coloratissime specie floreali.

Tra queste troviamo la pianta selvatica Aspalathus linearis, aghifoglia cespugliosa che solo a partire dal 1930 ha iniziato con successo a essere coltivata per la produzione del famoso tè rosso sudafricano. Non a caso, la regione del Cedarberg è l’unica zona al mondo dove si può percorrere la “strada del rooibos”, per ammirare le piantagioni dell’Aspalathus linearis e per scoprire un peculiare aspetto naturalistico di questo angolo del Sudafrica.

Silvia C. Turrin

La regione sudafricana del Cederberg è un’area montana ancora incontaminata, caratterizzata da paesaggi unici. Questa
Il 2018 è un anno storico per il Sudafrica, perché dopo 126 anni gli Springboks
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Domani 19 ottobre uscirà il seguito dell’Autobiografia di Nelson Mandela. Dopo Long Walk to Freedom

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Madagascar, la “guerra” della vaniglia

È la quarta isola al mondo per grandezza. La sua superficie, ampia circa 594mila km², racchiude vari ecosistemi: dalle foreste pluviali nella zona orientale, a distese aride dominate da splendidi baobab. In un ambiente così diversificato il Madagascar si rivela uno dei paesi più ricchi in biodiversità. È proprio su quest’isola che viene raccolta una delle spezie più costose e pregiate, la vaniglia. È molto cara poiché il processo di lavorazione è lungo e complesso. Inoltre, negli ultimi anni, i cambiamenti climatici hanno avuto profondi effetti ambientali e geologici, tanto che per un chilogrammo di vaniglia si possono spendere 400 euro. La raccolta è una fase estremamente delicata, in quanto la vaniglia deriva dal baccello di un’orchidea bellissima e fragile, la vanilla planifolia. Sebbene sia originaria del Messico, circa l’80% della produzione mondiale viene dal Madagascar. Non stupisce quindi se sull’isola si può organizzare un itinerario di viaggio proprio lungo la costa della vaniglia.

 

La regione di Sava è quella tra le più importanti. Non a caso, a partire dalla metà di luglio 2018, è attivata la “campagna vaniglia”, al fine di perfezionare e coordinare la professionalizzazione nel settore. L’iniziativa, che punta a migliorare lo sviluppo economico e sociale, si prefigge anche di controllare sia i vari attori della filiera, sia la tracciabilità della spezia. Uno degli obiettivi è quello di contrastare il lavoro minorile, un problema ancora grave, se si considera che solo il 10% dei produttori di vaniglia sono registrati a livello regionale e governativo. Il restante 90% non è ancora sottoposto a verifiche e ciò aggrava lo sfruttamento dei bambini nella filiera legata alla raccolta e alla lavorazione della vaniglia.

Il Presidente della regione Sava, Faustin Velomaro, sostenuto da varie realtà locali e internazionali, ha promosso un progetto per sostenere chi lavora nel settore, a beneficio dei bambini. Un’iniziativa coordinata anche dall’Organizzazione internazionale del Lavoro. Per ottenere un maggior controllo è stata attivata la Carta d’identificazione professionale; inoltre, sarà pubblicata e resa accessibile a tutti la lista delle realtà attive e riconosciute in questo settore.

 

La produzione di vaniglia necessita una regolamentazione anche perché i raccolti sono sempre più minacciati dai cambiamenti climatici, dai tifoni, dalle piogge. È indubbio che la vaniglia sta diventando una spezia rara e dunque sempre più costosa. Purtroppo, questo si ripercuote sulla popolazione malgascia. Anche gli stessi coltivatori di vaniglia sono preoccupati, non solo per le imprevedibilità del clima, ma anche per l’aumento delle bande di saccheggiatori che, indisturbati, hanno iniziato a rubare i preziosi baccelli di questa spezia.

Si parla non a caso di “guerra della vaniglia”. Ma dietro a questa “guerra” ci sarebbe il commercio illegale di palissandro. Questo tipo di legno è molto pregiato e si ricava da varie specie di papiglionacee appartenenti ai generi Dalbergia e Pterocarpus. In Madagascar vige il divieto di abbattere queste specie arboree, quindi chi commercia palissandro è fuori legge. La produzione di vaniglia, in taluni casi, maschererebbe nient’altro che il riciclaggio di denaro ricavato illegalmente dalle vendite di palissandro. Tracciare una filiera certa e catalogare i veri produttori di vaniglia, come intende fare il Presidente della regione Sava, Faustin Velomaro, avrebbe ripercussioni importanti anche sul traffico illecito di legname.

 

Silvia C. Turrin

L’Articolo è consultabile on line anche sul sito di SMA Afriche

È la quarta isola al mondo per grandezza. La sua superficie, ampia circa 594mila km²,
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Gorée, per non dimenticare la tratta degli schiavi

A pochi chilometri dalla capitale senegalese Dakar, troviamo l’isola di Gorée, proclamata Patrimonio dell’Umanità dell’UNESCO nel 1978. Gorée è un luogo simbolo della storia non soltanto africana. Ciò che è accaduto su questa piccola isola ha influenzato e influenza ancora le dinamiche sociali, economiche, politiche e culturali di varie nazioni. Gorée è tristemente nota per essere stata uno dei tanti centri di smistamento e di commercio degli schiavi.

Scoperta nel 1444 da marinai portoghesi, l’isola venne in seguito controllata dagli olandesi, i quali la battezzarono goede reede, che significa “buon ancoraggio”, da cui deriva il suo attuale nome. In seguito, se l’alternarono inglesi e francesi. Gorée era contesa dagli europei per la sua posizione strategica, essendo vicina all’entroterra africano e affacciata all’oceano Atlantico, in direzione delle Americhe. La sua architettura riflette ancora oggi il periodo coloniale. Ne sono una testimonianza alcune case tradizionali presenti sull’isola, la maggior parte datate XVIII e XIX secolo, strutturate su due piani: il primo fungeva da residenza per i mercanti, mentre il pianterreno era adibito a magazzino di merci o di schiavi. Proprio una di queste abitazioni è il luogo simbolo dell’isola, ovvero la Maison des esclaves (la Casa degli schiavi), dove uomini, donne e bambini, divisi nelle rispettive zone, venivano rinchiusi, per poi essere condotti lontani dalla loro terra.

Dalla Maison des esclaves sono passati milioni di africani, allontanati per sempre dalla loro Madre Terra. È qui, in questo sito carico di dolore, che venivano calpestati i diritti umani di migliaia e migliaia di persone; diritti calpestati dall’avidità, dall’ignoranza e dalla crudeltà di altri esseri umani. Passando per la “porta del non ritorno”, la loro libertà veniva totalmente negata, annullata. La tratta degli schiavi fu un’esperienza senza precedenti nella storia dei popoli, che ha avuto profonde ripercussioni nel continente africano e che ha condizionato le vicende di tante nazioni, in primis quelle degli Stati Uniti.

Per mantenere la memoria di quel tragico periodo, la Maison des esclaves è stata trasformata in museo, che ripercorre le sofferenze patite da milioni di africani. Al piano terra della Maison des esclaves si vedono le celle dove venivano ammassate le persone, bambini, giovani donne, uomini… Quelle riservate agli uomini erano “larghe” 2,60 metri per 2,60 metri e in questo angusto spazio venivano stipati dai 15 ai 20 individui. Gli schiavi erano costretti a rimanere seduti contro il muro, con le braccia e il collo incatenati. Prima di essere smistati come animali da soma, come oggetti e non persone, potevano attendere persino tre lunghi mesi.

I racconti di Boubacar Joseph Ndiaye, scrittore e conservatore di questa casa-museo, hanno contribuito a far conoscere al mondo intero la storia della Maison des Esclaves e il dramma della tratta. Boubacar ha lasciato questo mondo nel 2009, ma la sua insegnamento continua, tanto che ogni anno migliaia di persone visitano Gorée.

A sud dell’isola, osserviamo un’altra testimonianza della tratta, ovvero un forte costruito dagli olandesi sulla collina chiamata Le Castel. Nelle vicinanze si può scorgere il Memoriale di Gorée”, realizzato dall’architetto italiano Ottavio Di Blasi. La struttura, che assomiglia a un grande villaggio, è divisa in due parti, che simboleggiano, l’una, l’Africa della diaspora, mentre l’altra, rappresenta gli africani non deportati dalla loro Madre Terra. Al centro della struttura vi è una sorta di “frattura”, ed è qui che sorge il Memoriale propriamente detto formato da due grandi vele.

Questo Memoriale è un luogo che non soltanto invita a ricordare e a riflettere sulla disumana tratta degli schiavi: qui ha infatti sede il Centro Internazionale delle memorie, uno spazio culturale proiettato verso il futuro, in cui i diritti umani e il dialogo tra i popoli rappresentano le colonne portanti. Il regista Malick Kane ha realizzato un docu-film dedicato interamente al Memoriale di Gorée (titolo originale del film Mémorial de Gorée).

Silvia C. Turrin

L’articolo è pubblicato anche sul sito di SMA Afriche

A pochi chilometri dalla capitale senegalese Dakar, troviamo l’isola di Gorée, proclamata Patrimonio dell’Umanità dell’UNESCO
È la quarta isola al mondo per grandezza. La sua superficie, ampia circa 594mila km²,
Il 2018 è un anno importante non soltanto per il Sudafrica. Il 18 luglio si
Immagine emblematica esposta all'interno del museo dell'apartheid - Photo Silvia C.
Respirare profumi di spezie orientali, immergersi nei meandri di intricate medine, ammirare i variopinti colori

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Gregg Braden, affrontare i cambiamenti con il cuore e con la mente

Gregg Braden resilienzaIl mondo, agli inizi del XXI secolo, sembra impazzito, sembra “andare alla rovescia”, come dicono in tanti. Questa convinzione è comune a molte persone, che si trovano in differenti angoli del pianeta. Il mondo “impazzito” lo si vede considerando diversi settori e situazioni. In primis, vediamo che il clima, in varie zone, è soggetto a repentini cambiamenti e a condizioni estreme: periodi di siccità sono seguiti da picchi di piogge torrenziali. Dati di fatto sono: l’aumento di alluvioni devastanti; l’aumento delle tempeste tropicali; l’aumento degli incendi boschivi; l’aumento dei livelli anidride carbonica nell’atmosfera. Anche il settore economico e quello energetico sono soggetti a fluttuazioni e a cambiamenti epocali, basti considerare le persone che hanno perso il lavoro, la casa e che non hanno cibo. In tante aree del globo il loro numero è sempre più in crescita. Sul piano energetico assistiamo a un costante aumento del prezzo del petrolio e con esso all’aumento dei prezzi dei cibi di cui ci nutriamo, poiché il petrolio serve per il funzionamento dei trattori e dei sistemi coi quali vengono trasformati gli alimenti. Anche sul piano culturale-tecnologico assistiamo a profondi mutamenti, come dimostra la diffusione dei social network e dei telefonini, anche in quelle zone del mondo un tempo isolate.

Cambiamento fa rima con globalizzazione. I cambiamenti che abbiamo visto e di cui siamo testimoni sono proprio legati all’interconnessione economica, energetica, culturale, ambientale che unisce popoli tra loro distanti. In questo contesto di continue fluttuazioni tante persone si sentono smarrite, non hanno più punti di riferimento.

Ecco che entra in gioco il concetto di resilienza, ovvero quella capacità di ripresa che ci aiuta ad adattarci ai cambiamenti che avvengono in un mondo liquido, in costante trasformazione, che non è quello in cui siamo nati e cresciuti.

Partendo proprio da queste premesse, Gregg Braden, progettista informatico aerospaziale, conosciuto per i suoi libri di successo e per le sue conferenze-seminario, torna a spiegarci come affrontare il cambiamento e la globalizzazione in maniera consapevole nel libro Il Potere della Resilienza (Macro – Trigono edizioni – L’arte di essere edizioni, 2018). Un testo che si rifà al bestseller The Turning Point e col quale Braden compie un ulteriore passo avanti, illustrandoci come gestire i mutamenti ascoltando non solo la mente.

Uno degli aspetti più interessanti delle analisi da lui esposte riguarda il suo continuo riferimento alle antiche tradizioni, nelle quali vediamo come tante culture vivevano rispettando e non dominando l’ambiente, cooperando tra loro e non lottando gli uni e gli altri, alimentando la spiritualità e non dogmi religiosi.

Un altro elemento su cui Braden ci invita a riflettere è il potere del cuore, considerato non più come semplice organo indispensabile per pompare sangue in tutto l’organismo, ma è molto, molto di più come l’Autore ci spiega in maniera scrupolosa nel primo Capitolo del volume. Diverse ricerche hanno infatti scoperto che nel cuore sono presenti i neuriti, i quali replicano molte delle funzioni rilevate nel cervello. Una scoperta che dimostra come cervello e cuore collaborino molto di più di quanto prima si ritenesse. Il cuore si sta rivelando un organo complesso, dotato di funzioni che prima non venivano minimamente prese in considerazione, come quella di promuovere stati intenzionali di intuizione profonda o come quella di conoscenza, ovvero intelligenza cardiaca.

Il Potere della Resilienza è un libro che va oltre il concetto e le pratiche di resilienza, e che ci invita a modificare i nostri schemi mentali, unendo cervello e cuore, saperi antichi e conoscenze postmoderne, sapendo che tutto è connesso, tutti noi siamo connessi gli uni agli altri. 

Silvia C. Turrin

Il potere della resilienza è stato scritto tenendo a mente un fine ben preciso: restituire a noi stessi il potere personale nel fare le scelte che conducono alla buona riuscita della nostra vita, in un mondo rinnovato, trasformato e sostenibile. Credo sia possibile imboccare questo sentiero, pur continuando a tramandare le nostre tradizioni familiari e l’eredità storica che tanto arricchiscono la nostra esperienza esistenziale.

La chiave della nostra trasformazione è semplicemente questa: più conosciamo noi stessi, più strumenti avremo per compiere scelte di saggezza.

Gregg Braden

 

Il mondo, agli inizi del XXI secolo, sembra impazzito, sembra “andare alla rovescia”, come dicono
Negli ultimi mesi, dopo un'estate caratterizzata da siccità, da temperature elevate e al contempo da
Alain Saury è stato un personaggio davvero eclettico. Nato nel 1932, Saury sin da adolescente
Pubblico un Editoriale molto interessante di Carlo Petrini, Presidente Internazionale di Slow Food. Vale la
Pianure alluvionali costiere e altopiani, baie panoramiche di incredibile fascino e poi la valle dello

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Siya Kolisi Springboks

Siya Kolisi, primo capitano nero della nazionale di rugby sudafricana

Il 2018 è un anno storico per il Sudafrica, perché dopo 126 anni gli Springboks avranno come capitano della squadra un giocatore nero, Siya Kolisi. Dobbiamo aspettare il prossimo 9 giugno per vederlo ufficialmente coi gradi da titolare, quando ci sarà il test match contro l’Inghilterra in programma all’Ellis Park di Johannesburg. Ma chi è il nuovo capitano? Il suo nome completo è Siyamthanda Kolisi, età 26 anni. È cresciuto alla periferia di Port Elizabeth e, appena dodicenne, durante un torneo presso Mossel Bay, venne notato per la sua abilità nel maneggiare il pallone di rugby. Da allora, ha sempre compiuto passi in avanti, prima ottenendo una borsa di studio, poi, prendendo parte al mondiale giovanile 2011 in Italia, sino al debutto nel 2013 coi mitici Springboks come ala in terza linea. Un cammino sempre in ascesa.

La squadra dell’antilope (“springbok” in inglese significa appunto antilope) nei primi mesi del 2018 sta vivendo importanti cambiamenti. Il primo è avvenuto agli inizi di marzo, quando è stato selezionato come nuovo allenatore della squadra Johan C. “Rassie” Erasmus, classe 1972, nato (guarda caso) a Port Elizabeth, e anche lui giocatore in terza linea come Kolisi. Il secondo e più rilevante cambiamento lo si deve proprio a Erasmus, il quale ha scelto Kolisi come nuovo capitano degli Springboks. Una notizia che ha fatto il giro del mondo, visto che la squadra di rugby sudafricana ha, sin dalle sue origini, un’impronta marcatamente bianca.

Quando il rugby in Sudafrica era precluso ai neri

Ufficialmente, la squadra di rugby sudafricana venne fondata nel lontano 1891 e all’epoca si chiamava “British Isles”. Solo tra il 1906 e il 1907 si è iniziato a chiamarli con il nome di Springboks. Se si guardano le foto di allora sino al 1980 la squadra è composta esclusivamente da giocatori bianchi. Bisogna attendere l’anno 1981 per vedere il primo rugbista di colore ufficialmente in squadra, ovvero Errol Tobias che partecipò al match contro l’Irlanda, proprio nel bel mezzo di un periodo cupo per la nazione. Infatti, a causa della politica razzista del governo di Pretoria il Sudafrica venne praticamente isolato, e tra il 1985 e il 1991 gli Springboks non ebbero la possibilità di partecipare ai mondiali dell’87 e del ’91.

L’isolamento della squadra di rugby sudafricana finì quando vennero smantellate, dopo 43 anni dalla loro istituzione, le politiche e le leggi del regime di apartheid. Ma gli Springboks, per la maggioranza della popolazione nera sudafricana, rimanevano il simbolo del vecchio regime razzista. Ci vollero la saggezza e la lungimiranza di Nelson Mandela, primo Presidente nero, democraticamente eletto, del Sudafrica a unire la nuova nazione arcobaleno grazie al rugby (Rainbow nation, “nazione arcobaleno” è il soprannome con cui Desmond Tutu ha definito il Sudafrica post-apartheid, un paese composto da tanti popoli).

Mandela e gli Springboks

Mandela coppa del mondo rugby 1995

Questa straordinaria storia ci è stata raccontata da John Carlin nel bestseller “Ama il tuo nemico” (titolo originale Playing the Enemy: Nelson Mandela and the Game that Made a Nation), poi trasposto nel bellissimo e commovente film Invictus realizzato nel 2009 da Clint Eastwood. Grazie al capitano dell’epoca, François Pienaar, che ha seguito i preziosi consigli elargitigli da Mandela, la nazionale di rugby sudafricana degli Springboks è riuscita a ottenere la storica vittoria nella Coppa del Mondo del 1995. Una vittoria non solo sportiva, ma anche morale, etica, politica, intrisa di messaggi di pace, dialogo e di perdono, a dispetto di quanti volevano gridare vendetta contro i bianchi.

Probabilmente senza l’intervento di Mandela gli Springboks non esisterebbero più e forse la storia sudafricana sarebbe stata caratterizzata da un flusso di eventi molto diversi da quelli che noi tutti conosciamo. Ma la storia non si fa né coi se, né coi ma, e in questo caso ci piace ricordare ciò che davvero è accaduto. Gli Springboks hanno vinto la coppa del mondo di rugby nel 1995. I tifosi sudafricani, bianchi e neri, si sono stretti in un abbraccio che andava oltre i confini sportivi. E coloro che avevano inneggiato all’imprigionamento di Mandela e che avevano auspicato una guerra civile per eliminarlo, cambiarono idea, perché si resero conto che solo “uniti si vince” e che è necessario “parlare non alla mente, ma al cuore delle persone”. Una bella lezione non solo sportiva, ma anche esistenziale, che tutti – ad ogni latitudine del globo – dovrebbero imparare.

Silvia C. Turrin

L’articolo è on line anche sul sito SMA Afriche

 

La regione sudafricana del Cederberg è un’area montana ancora incontaminata, caratterizzata da paesaggi unici. Questa
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Les bienfaits des bains de forêt

«Je partis dans les bois car je voulais vivre sans me hâter, vivre intensément et sucer toute la moelle secrète de la vie. Je voulais chasser tout ce qui dénaturait la vie, pour ne pas, au soir de la vieillesse, découvrir que je n’avais pas vécu» écrit Henry David Thoreau philosophe, naturaliste et poète américain. Avec son œuvre «Walden ou la Vie dans les bois» Thoreau parle d’un retour à la nature pour vivre l’authenticité, dans les forêts.

Nous avons compris, dans ces dernières années, le pouvoir de guérison de la nature et les vertus thérapeutiques des forêts, grâce à de nombreuses études: par exemple, Ming Kuo, chercheuse à l’université de Chicago, a souligné les effets positives de la nature sur la santé, en particulier sur la dépression, le troubles de l’anxiété et de l’attention. Le docteur Qing Li, médecin immunologiste à l’université de médecine de Tokyo, membre fondateur de la société japonaise de sylvothérapie, dans son livre « Shinrin-Yoku, l’art et la science du bain de forêt » explique que le pouvoir de guérison des forêts est une réalité scientifique. En effet, le pays du Soleil Levant reconnaît officiellement les vertus thérapeutiques du Shinrin-Yoku et le gouvernement en 1982 a inscrit le concept de promenades méditatives dans les bois dans un programme sanitaire national pour inciter les Japonais à prendre soin de leur santé et de leurs forêts.

Aux États-Unis est arrivée la tradition japonais de bain des forêts grâce au travail de M. Amos Clifford, fondateur et directeur de l’Association des Guides et Programmes de la Nature et de la Thérapie forestière, et expert sur la thérapie forestière inspirée du Shinrin Yoku. Dans son livre «Le guide des bains de forêt» (Guy Trédaniel Éditeur, 2018) trouvons des explications sur la pratique de cette méthode qui permet d’abandonner le stress et prévenir les maladies.

Les bienfaits des bains de forêt sont vraiment extraordinaires, puisque les personnes qui les pratiquent ont constaté, par exemple, une augmentation d’une sensation de détente mentale profonde et des sentiments de gratitude et d’altruisme.

Marcher lentement dans la forêt, explorer la nature en prenant conscience des éléments permet de déconnecter avec la cacophonie urbain. La pollution chimique et sonore de la ville est loin et nous pouvons obtenir des effets surprenants, comme la diminution de la sécrétion de cortisol (l’hormone du stress) et de la tension artérielle. Le bain de forêt ralentit le rythme cardiaque et optimise les fonctions immunitaires. La présence des phytoncides dans l’air (composés naturellement émis par les arbres) permet au notre propre système immunitaire de travailler mieux et de contraster des agents pathogènes. En outre, le bain de forêt favorise un état de méditation qui permet de se recentrer sur soi.

Pratiquer les bains de forêt régulièrement est important non seulement pour notre santé, mais aussi pour la santé et la protection des écosystèmes forestiers. Avec les bains de forêt nous apprenons à nous connecter avec la nature, avec la Terre-mère.

Silvia C. Turrin


Conseils de lecture:

Amos Clifford, Le guide des bains de forêt, Guy Trédaniel Éditeur, 2018

Yoshifumi Miyazaki, Shinrin Yoku, Guy Trédaniel Éditeur, 2018

 

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Bhutan, Selene Calloni Viaggi

Bhutan, il regno del drago tonante

È immerso nel cuore dell’Himalaya, difeso da un complesso ambiente costituito da valli profonde e da alte vette che toccano i settemila metri. La collocazione geografica ha contribuito a renderlo inaccessibile per molti secoli e sino al 1974, le porte del Bhutan sono state chiuse agli stranieri. Confinante con Cina, India e Nepal, questo piccolo regno dell’Asia è ancora restio ad aprirsi al turismo di massa: alcune località rimangono inaccessibili e il flusso degli stranieri è costantemente monitorato da oculate politiche governative. Non è comunque difficile ammirare i suoi incantevoli paesaggi naturali se ci si aggrega a un gruppo composto almeno da quattro persone e se si viaggia sostituendo l’idea di “turisti fai da te” con il concetto di viaggiatori consapevoli, rispettosi delle tradizioni di questa nazione sospesa tra atmosfere antiche e una profonda spiritualità.

I suoi abitanti lo chiamano Druk Yul, “terra del drago tonante”. Un nome datogli dai tibetani, che lo unificarono nel 1600 grazie all’opera del lama Ngawang Namgyal, a cui si deve l’introduzione del buddhismo Mahayana. La figura del drago e il culto buddhista sono talmente centrali nel Paese da essere stati simbolicamente adottati sulla bandiera bhutanese, dove i colori giallo e arancione rappresentano rispettivamente il potere temporale della monarchia e quello religioso del monachesimo buddhista. L’immagine del drago esprime la forza delle divinità femminile e maschile che proteggono il Paese dalle energie negative.

Gli echi del passato riemergono visitando le antiche fortezze, chiamate dzong, che tratteggiano raffinate e suggestive espressioni architettoniche, costruite in zone strategiche a scopo difensivo, religioso e amministrativo. Tra le più importanti spiccano il Rinchen Pung Dzong, la “fortezza su un cumulo di gioielli”, e il Trashi Chhoe Dzong, “fortezza della religione gloriosa”, situato a Thimphu, la capitale, edificata a 2300 metri, circondata da risaie terrazzate e da salici piangenti.

A Thimphu ha sede l’Istituto nazionale di medicina tradizionale, una costruzione tra le più interessanti della città, non solo a livello architettonico; al suo interno, si scoprono tanti preparati medicinali a base di erbe officinali, di minerali e di altri preziosi ingredienti per la cura di varie malattie. Presso l’Istituto viene svolta un’intensa attività di ricerca sulle piante medicinali del Bhutan al fine di impiegarle secondo antiche tradizioni taumaturgiche, molte delle quali sono conservate in preziosi e centenari volumi presenti nella biblioteca dell’Istituto.

Danze e luoghi misteriosi

Bhutan viaggio Selene Calloni

Negli dzong, i monasteri-fortezza, eretti in cima alle colline o alla confluenza dei fiumi, vengono celebrate le tsechu, feste che durano più giorni, nel corso delle quali i monaci, vestiti con gli abiti tradizionali e con il volto coperto da grandi maschere colorate, danzano in onore dei grandi maestri, al suono di tamburi, cembali e corni. Tra gli eventi più suggestivi vi è quello di Punakha Dromche, dove sono rappresentati da un lato, i temi tipici del Bardo, lo stadio intermedio tra rinascite, dall’altro, i fatti storici legati alla fondazione del Druk Yul, il paese del Drago Tonante.

Gli aspetti religiosi si fondono con le rappresentazioni mitiche e le antiche tradizioni folkloristiche del Paese. Altrettanto importante è lo tsechu dedicato a Padmasambhava, durante il quale viene rievocata la vita, oltre che i suoi insegnamenti. Tra i luoghi più affascinanti e misteriosi del Bhutan vi è il Bumthang, cui si accede oltrepassando il valico di Yotong, In questa zona avvolta da atmosfere mistiche si possono scoprire i primordi della cultura e della spiritualità bhutanese, visitando gli antichi siti della valle di Choskhor. Questa vallata, fulcro del Bumthang, protegge il monastero-fortezza di Jakar, risalente al 1549. Si può ammirare inoltre il tempio di Kurjey, tra i siti più sacri del Bhutan, fondato nel 1652 sul leggendario luogo dove Guru Padmasambhava aveva lasciato impressa su una roccia l’impronta del proprio corpo.

Tra le sue frasi più ispirate vi sono questi versi:

Mio padre è Samantabhadra, la consapevolezza non–duale. Mia madre è Samantabhadri, la sfera assoluta. La mia discendenza è l’unione di consapevolezza non–duale e sfera assoluta. Mi chiamo Padmasambhava, il Nato dal Loto. Il mio Paese è la sfera assoluta, libera da sorgere e cessare. Il cibo di cui mi nutro è il pensiero dualistico. Dedico il mio tempo a compiere le attività di un Buddha”.

Spiritualità, meditazione e Yoga in Bhutan

Bhutan viaggio Selene Calloni

Il Paese delle nevi è la meta di un imperdibile Viaggio/seminario condotto da Selene Calloni Williams e organizzato da Voyagesillumination.

Selene ha viaggiato in Bhutan molte volte e molto a lungo in passato, è uno dei luoghi al mondo che più ama, poiché è il solo che abbia ancora il tantrismo come religione ufficiale.

Selene ritorna in Bhutan dopo diversi anni e lo fa mettendo a frutto l’esperienza accumulata, la quale Le dice che il periodo migliore per visitare il Bhutan è proprio a cavallo tra dicembre e gennaio, quando il caldo non è ancora arrivato e soprattutto non sono ancora arrivati i turisti. In questo periodo, non turistico, i monaci e i monasteri sono più disponibili, la pace e la vastità dei paesaggi e dei monasteri è godibile fino in fondo.

Il Bhutan è chiamato “Il paese delle nevi” e va visto in questo periodo: il tempo del “vero Bhutan”.

Durante il viaggio Selene condurrà personalmente un seminario sulla tradizione sciamanico-tantrica della non-dualità, l’erotica sciamanica, la mistica sciamanica e la poetica sciamanica.

Le Iscrizioni si effettuano entro il 20 SETTEMBRE

Per maggiori info e iscrizioni:info@voyagesillumination.com

La partecipazione è subordinata ad un colloquio e il numero dei partecipanti è limitato. Richiedi la scheda dettagliata del viaggio scrivendo a info@voyagesillumination.com

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