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Arles si tinge delle note colorate dei suoni d’Africa

Giunto alla 18ª edizione, il Festival Les Sud à Arles ha riconfermato la sua vocazione polifonica nella scelta delle espressioni musicali, dando ampio spazio all’Africa. Una serata speciale è stata dedicata alla maliana Rokia Traoré e all’istrionico rapper congolese Baloji

La città di Arles, situata alle porte della Camargue, è da sempre centro di passaggio di tanti popoli e culture. Qui le tradizioni locali si mescolano e confondono con quelle spagnole e più in generale con elementi tipici delle genti che vivono sulle coste del Mediterraneo.

Questa inclinazione verso la fusione di culture si respira in modo particolare nel mese di luglio, in occasione dei tanti concerti organizzati in città. Arles si trasforma nella casa delle tante voci provenienti dal Sud del mondo e un posto privilegiato lo occupa sempre il continente africano. Chi vuole addentrarsi nei canti e nei ritmi della Madre Africa può scegliere tra stage di danza africana, proiezione di documentari musicali e live. Noi abbiamo privilegiato due concerti d’eccezione, tenutisi l’11 luglio nella splendida cornice del Teatro Antico, i cui protagonisti sono stati la maliana Rokia Traoré e il rapper congolese Baloji.

Questo giovane artista, che ha aperto la serata iniziata alle 21.30, nasconde dietro un’aria un po’ ironica (studiata) da dandy europeo un profondo legame con la sua terra natia e una grande consapevolezza dei problemi che affliggono l’Africa. Appena arrivato sul palco Baloji ha dimostrato di avere un’ottima padronanza della scena e soprattutto di saper utilizzare la sua musica per parlare di un continente che subisce ancora nuove forme di colonialismo. Tramite ritmi afrobeat, hip-hop, afrofunk e rap, con qualche incursione nella rumba, Baloji ha parlato della democrazia in Africa, delle elezioni che si stanno per tenere proprio in questi giorni nel tormentato Mali; ha parlato della Costa d’Avorio e delle ultime votazioni che hanno creato una doppia presidenza a causa di brogli, cui ha fatto seguito una serie di sanguinosi scontri; Baloji ha parlato di colonialismo e ha ricordato che la sua musica ha radici ben salde nella sua terra natia, il Congo, un Paese che ha lasciato piccolissimo, quando si è trasferito in Belgio col padre.

Cresciuto praticamente in Europa, Baloji (classe 1978), il cui nome tradotto in francese significa “sorcier”, ovvero stregone, non dimentica le sofferenze del continente africano e le ingiustizie che ancora i tanti popoli devono subire per effetto di ingerenze da parte di nazioni occidentali. Ad Arles, il cantautore e rapper congolese ha proposto molte delle tracce incluse nel suo più recente disco intitolato Kinshasa Succursale edito dalla nota etichetta Crammed e distribuito in Italia da Materiali Sonori. Fra i brani cantati non poteva mancare “Le Jour d’Après / Siku Ya Baabaye (Indépendance Cha-Cha)”, una denuncia in musica del tradimento di tutte le promesse fatte dopo l’indipendenza del Congo. Baloji ha ricordato che la sua terra natia nel 2010 ha festeggiato il 50° anniversario d’indipendenza, ma ancora tante ombre aleggiano su questa nazione ricchissima di materie prime e risorse minerarie preziose, per questo sempre in balia di saccheggiatori (stranieri e non).

Al di là della sua musica coinvolgente, che ha fatto ballare tutto il pubblico, Baloji sa come lanciare denunce più o meno velate e sa diffondere ovunque la voce arrabbiata, gioiosa e consapevole dell’Africa.

Altra atmosfera è stata creata nel Teatro Antico da Rokia Traoré, cantautrice che ha all’attivo dischi ben accolti anche dal pubblico e dalla critica europea. Se Baloji ha parlato di Africa utilizzando un idioma “dei colonizzatori”, ovvero il francese, Rokia, ad eccezione di tre brani, ha privilegiato la sua lingua d’origine, il bambara, molto diffusa in Mali. Minuta, semplice e al contempo elegante, Rokia con la sua band ha proposto molte delle tracce incluse nel suo ultimo cd intitolato Beautiful Africa: dalla solare e melodica “Ka Moun kè” a “Lalla”, da “Melancolie” alla divertente “Tuit Tuit”, una sorta di canto libero ispirato ai volteggi degli uccellini che si lasciano librare nell’aria senza alcuna resistenza.

Al di là dell’aspetto così delicato e minuto, Rokia ha una grande forza interiore, oltre che una lucida consapevolezza del potere della sua voce, molto duttile, plasmabile come l’argilla della sua terra. Non banali e spesso ricercati gli arrangiamenti dei vari brani, suonati benissimo anche dai musicisti che l’hanno accompagnata: l’inglese Sebastian Rochford (batteria), l’italiano Stefano Pilla (chitarra), la danese Nicolai Munch-Hansen (basso), e il maliano Mamah Diabaté che ha portato un po’ di tradizione musicale maliana grazie alla magia sonora del n’goni. Bravissime anche le coriste, Fatim Kouyaté e Bintou Soumbounou, che hanno accompagnato la voce di Rokia armonizzandosi e fondendosi con essa.

Seppur con due stili molto diversi tra loro, Baloji e Rokia Traoré hanno trasportato nel Teatro Antico di Arles i panorami musicali dei loro rispettivi paesi, mettendo in evidenza non solo la vitale creatività artistica del Mali e del Congo, ma anche le difficoltà di popoli costretti a migrare per necessità verso terre lontane.

Silvia C. Turrin

 L’articolo è on line anche sul sito di SMA Afriche

Docu-Video

Baloji- Tout Ceci Ne Vous Rendra Pas Le Congo

Rokia Traoré – Ka Moun Ké