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Anche le foreste dell’Africa centrale sono invase dalle fiamme

L’estate 2019 sarà ricordata per i disastrosi incendi in varie zone del pianeta: dalla Siberia all’Amazzonia, dall’Indonesia all’Africa. Le nazioni africane più colpite sono l’Angola, la Repubblica Democratica del Congo e la Tanzania.

Le cause degli incendi

In questi giorni di fine agosto la situazione in Africa centrale sembra inquietante. Lo testimonia una foto scattata dalla Nasa: dall’immagine, oltre ai fuochi che stanno colpendo l’Amazzonia, si osserva la regione equatoriale dell’Africa sommersa dal rosso degli incendi. Dalla foto, si notano altre zone in Africa che stanno bruciando: Sudafrica e Madagascar. Come è stato rilevato, gli incendi nell’Africa subsahariana rappresentano circa il 70% della superficie bruciata nel mondo. I fattori che provocano tali incendi sono da imputare principalmente a due cause.

La prima è legata all’antica, quanto diffusa pratica agricola chiamata del “debbio”. Detta anche tecnica del “taglia e brucia”, essa consiste nel tagliare gli alberi, per poi bruciare i tronchi e creare così lo spazio per nuove terre utili per coltivare o per allevare bestiame. Se tradizionalmente, la pratica del debbio – tenuta rigorosamente sotto controllo – risultava utile per rigenerare e fertilizzare la terra, con l’avvento dell’agricoltura e dell’allevamento intensivi questa tecnica è distruttiva. L’altra principale causa degli incendi è da collegarsi ai cambiamenti climatici in atto sul pianeta e al riscaldamento globale: fattori che provocano sempre più spesso lunghi periodi di siccità.

Gli effetti dell’agribusiness

“Il disastro ambientale della produzione di cibo […] sulla base delle pressioni dell’agribusiness globale sarà imprevedibile e colossale e lo toccheremo presto con mano”, si legge nel libro “Geopolitica del cibo: Una sfida per le grandi potenze” di Giancarlo Elia Valori. L’agri-business ormai da decenni ha intaccato anche l’agricoltura e l’economia dell’Africa. La foresta tropicale del bacino del fiume Congo è minacciata soprattutto dalla coltivazione dell’albero della gomma e della palma da cui si ricava il ben noto olio. Gli incendi sono una vera manna per chi vuole distruggere la foresta primigenia per far posto a queste coltivazioni redditizie. Anche l’Amazzonia fa gola all’agri-business: un immenso territorio adatto a vari tipi di agricoltura o di allevamento di bovini. In un Rapporto dell’organizzazione Fern datato 2015, intitolato “Stolen Goods: the EU’s complicity in illegal tropical deforestation”, si legge che la distruzione delle foreste è causata anche dagli stili di vita e dall’economia dei Paesi europei, che richiedono olio di palma, soia, carni bovine, biocombustibili e altro ancora.

Il tormentato Congo

La Repubblica Democratica del Congo rimane una delle nazioni africane maggiormente oggetto di sfruttamento. Global Forest Watch Fires, applicazione web open-source che monitora la situazione delle foreste a livello globale, ha stimato che dall’inizio del 2019 nella RDC si sono verificati 1.908.154 allarmi. La RDC, insieme al Brasile, all’Indonesia, alla Colombia e alla Bolivia, è il Paese dove la distruzione delle foreste tropicali procede a ritmi sostenuti. Anche in Ghana e in Costa d’Avorio le foreste sono minacciate a causa dell’agribusiness e del commercio illegale di legname. Secondo il Rapporto 2018 del Global Forest Watch, il mondo ha perso 12 milioni di ettari di foreste tropicali.

Quali soluzioni adottare?

Oltre a modificare le Agende politiche ed economiche orientandole verso stili di vita e produzioni rispettose della natura, una soluzione avviata anni fa è quella di piantare nuove specie arboree. Già negli anni Settanta del XX secolo, Wangari Maathai (1940-2011), Premio Nobel per la Pace nel 2004, è riuscita a creare una rete di persone impegnate a proteggere gli ecosistemi del Kenya e del continente africano. Tutto è iniziato nel 1977, quando decise di piantare sette alberi in onore di sette antenati di etnie diverse nel parco Kamukunji. Quella decisione ha posto le basi per la nascita del Green Belt Movement, movimento ambientalista promotore di campagne di sensibilizzazione verso temi di tutela del territorio e delle risorse naturali. Grazie alla determinazione di Wangari Maathai sono stati piantati milioni di alberi in tutto il Kenya e sono stati coinvolti nell’iniziativa altri paesi africani: una vera “cintura verde”.

L’iniziativa di piantare alberi in Africa vuole contrastare pericolosi fenomeni tra loro concatenati: la deforestazione da parte delle compagnie del legno (spesso multinazionali straniere) provoca l’erosione dei suoli, che a sua volta non permette di coltivare alimenti, aprendo le porte a ondate di carestie, portatrici di malnutrizione e di malattie. Piantare alberi è un gesto che salva l’ambiente, i popoli, la vita stessa.

Silvia C. Turrin

Foto: Nasa; Environmental Africa; RainforestFoundationUk.org.

Per approfondire il tema dei cambiamenti climatici e dei loro effetti in Africa si veda il n.146 di SMA Notizie
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