Me’shell Ndegeocello e George Benson, tra intimismo e prevedibilità

Sabato 27 luglio si sono tenuti gli ultimi live della 14ª edizione del Festival Jazz dei Cinque Continenti di Marsiglia. All’esterno del Palazzo Longchamp, sede tradizionale della rassegna, aspettava che aprisse ufficialmente l’entrata del parco una gran fila di persone, a testimoniare il sold out della serata. Tante le attese per i concerti di due artisti statunitensi molto diversi tra loro, per stilemi musicali e personalità.

Me’shell Ndegeocello

La prima parte è stata aperta da Me’shell Ndegeocello. Chi attendeva sonorità fusion, Contemporary R&B tipiche degli album Peace beyond passion e Bitter è rimasto deluso. Si è presentata sul palco con un camicione largo, bianco, con disegni a quadratini e attorno al collo una sciarpa grigia: l’unico colore vivace lo emettevano i suoi occhiali da vista rosso vermiglio. Sebbene abbia estrapolato qualche vecchia traccia, i ritmi e le sonorità di brani alla “The way” non li ha regalati a un pubblico profondamente diversificato: pochi i suoi estimatori, tanti i distratti, troppi quelli che aspettavano la seconda parte della serata.

In ogni caso, Me’shell, molto intimista e introspettiva, ha sviscerato la sua abilità di bassista e songwriter dalla voce profonda, riflessiva, proponendo canzoni dagli ultimi cd, Weather e il recente Pour Une Âme Souveraine, dedicato alla musica di Nina Simone. Numerosi comunque gli arrangiamenti ricercati, in bilico tra nu soul, jazz, e alternative R&B, molto urban, perfetti per un concerto in un club o in uno spazio appunto intimista come è apparsa lei, ma poco adatti per una serata in un parco che ospitava all’incirca tre-quattromila presenze. Forse questo Me’shell l’ha percepito. Ha suonato il basso egregiamente, ha cantato senza ricercare spettacolarizzazione, ha ricordato la sensibilità e la grandezza di Nina Simone, infine ha ringraziato gli astanti per il tempo che hanno speso nell’ascoltarla. Un’artista sui generis Me’shell Ndegeocello, a modo suo “radicale”, lontana da certi modelli dello star business.

George Benson

Di altra natura è stata l’esibizione di George Benson, istrionico chitarrista, ancora sorprendentemente apprezzato da un pubblico trasversale, giovane e non.

Dopo aver già avuto modo di assistere a suoi concerti in passato, il live marsigliese è stato – per chi scrive – decisamente prevedibile. Dei suoi ultimi cd, ha cantato soltanto una traccia, e soprattutto ha attinto da classici stra-conosciuti: “On Broadway” e soprattutto “Give me the night”. Quest’ultimo brano – come accade ad ogni suo concerto – ha “svegliato” la platea portando donne e uomini di ogni età a danzare. Tra brani melliflui come “In your eyes”, “Moody’s Mood”, “Nothing’s gonna change my love for you”, “Love X Love” è riuscito a infilare nella scaletta tracce che non sempre propone, tra cui “Beyond the sea” e “Kissing in the moolight”. Del suo ultimo disco Inspiration: a tribute to Nat King Cole ha proposto “Unforgettable” con arrangiamenti classicheggianti che per nulla si discostano dall’originale. Sono mancate “Breezin”, “This Masquerade”, “It’s all in the game”, “Livin’ Inside Your Love”, e pure la sua versione del classico davisiano “So what”. Traccia tra le più insolite è stata “Mambo Inn” con cui ha messo in risalto ancora una volta i suoi virtuosismi di grande chitarrista. Virtuosismi che i suoi veri, storici estimatori vorrebbero fossero maggiormente protagonisti dei suoi live, mettendo in secondo piano gli hit di successo.

George Benson ha un’incredibile capacità nel giocare con le corde della chitarra, come testimoniano i primi dischi degli anni ’60 e ’70. It’s Uptown, The Other Side of Abbey Road, Shape of Things to Come, Beyond the Blue Horizon sono solo alcuni degli album da lui firmati di maggior spessore musicale, in cui ritroviamo arrangiamenti e ritmiche jazz, soul, fusion. Tra i suoi più recenti lavori che meritano un ascolto sono That’s right e Absolute Benson dai quali, purtroppo, non esegue mai, se non raramente, alcun pezzo. I suoi ammiratori, dopo Marsiglia e altri recenti live europei, aspettano ancora con impazienza concerti in cui i successi pop vengano sostituiti da lavori jazz di grande rilievo. George Benson ne è ancora capace, deve solo andare oltre il business e soprattutto le aspettative del grande pubblico, per portare nuovamente al centro dell’attenzione quei ritmi jazz con cui ha iniziato la sua brillante carriera.

Silvia C. Turrin

I commenti sono chiusi.