Prossima fermata… Soweto

Dopo anni di ricerche, tra vecchi e rari vinili, Duncan Brooker e Francis Gooding hanno dato vita a una serie di cd, in cui è selezionato il meglio della musica sudafricana degli anni ’60 e ’70. Un progetto prezioso per tutti i cultori dei ritmi delle township

In occasione del Festival Culturale Panafricano organizzato ad Algeri, nel lontano 1969, il poeta Don L. Lee affermò:  “Jazz è potere nero… jazz è potere africano, jazz è musica africana”. Se si guarda in particolare alle espressioni sonore sviluppate in Sudafrica nel corso dell’ultimo secolo, la considerazione di Lee è quanto mai emblematica. È soprattutto negli spazi metropolitani, nelle città  minerarie e nelle periferie urbane che prendono forma sintesi musicali che hanno una natura “politica”. Soweto, acronimo di South West Township, è stata ed è uno dei centri dell’Africa Australe culturalmente e musicalmente più attivi. Situata alle porte di Johannesburg, nel nord-est della nazione arcobaleno, questa immensa città ha fornito l’humus ideale per lo sviluppo di vari stili, come il marabi, il kwela e il mbaqanga. Durante i terribili anni del regime di apartheid, fare musica per i neri era estremamente difficile e pericoloso, se non impossibile dopo la famigerata promulgazione del Group Areas Act, nel 1950. Con questa legge le persone dovevano riunirsi solo nelle rispettive aree razziali e con le leggi sui lasciapassare gli spostamenti, dopo una certa ora, tra una township e l’altra erano proibiti. Malgrado gli ostacoli e i pericoli, i musicisti sudafricani sono riusciti a esprimere la loro creatività e, spesso la loro rabbia, scrivendo pagine musicali meravigliose, giunte sino a noi grazie a registrazioni di fortuna, catturate in qualche shebeens (locali clandestini dove si ballava e si beveva), o raccolte dalla storica etichetta sudafricana Gallo.

La fusione di stili
Da quel fermento musicale sudafricano degli anni ’60 e ’70, la Strut Records ha attinto materiale per realizzare un progetto di alto spessore, strutturato in una serie di tre cd, intitolati Next Stop Soweto, in cui si ritrovano rare tracce, apparse solo sui 45 giri dell’epoca, e brani di quegli artisti rimasti a lungo sconosciuti a causa delle censure imposte durante l’apartheid.
La trilogia è il risultato di anni di ricerca sul campo, anche etnologica, condotta da Duncan Brooker, già curatore del progetto Nigeria ’70, e Francis Gooding, storico musicale, i quali sono riusciti a formare un mosaico sonoro policromatico, formato dalla fusione di jazz, gospel, rumba, funk e canzoni tradizionali. Tra gli stili rappresentati nelle compilation figura anche il mbaqanga, dal ritmo veloce, con intense linee di basso e canti corali. Il mbaqanga è talvolta definito “musica proletaria”, perché sorta e sviluppata in quei quartieri poveri, le township, alla periferia delle grandi città. Tra gli esponenti del mbaqanga vi sono, fra gli altri, le Mahotella Queens presenti nel primo volume con “Zwe Kumusha” e nel secondo con “Wozani Mahipi”.

Essenze jazz
Nella serie ritroviamo Dollar Brand, tra i più grandi pianisti jazz sudafricani, conosciuto in tutto il mondo dai cultori del genere. Di lui si potrebbero scrivere libri su libri. Nacque nel 1934 a Cape Town e fu costretto al nomadismo, o meglio all’esilio politico e artistico a causa del regime, ma la sua musica non ne è mai stata scalfita. Come lui stesso sottolineò: “In un certo senso, nella musica, non ho mai lasciato il Sudafrica. So dove stanno le mie radici ed esse sono con me. […] il vantaggio di essere un artista è che in ogni caso non sei mai veramente mandato via da casa”. Dollar Brand, poi Abdullah Ibrahim dopo la sua conversione all’Islam alla fine degli anni ’60, ha realizzato dischi di notevole suggestione, tra cui Anatomy of a South African village, Hamba Khale, African piano e Desert flower, per citarne solo alcuni. Nella serie della Strut Records , Duncan Brooker e Francis Gooding hanno voluto inserire un pezzo storico “Next stop Soweto”, che dà il titolo all’intero progetto. Questa trilogia non solo vuole essere un omaggio a tutti quegli artisti che non si sono arresi alle ingiustizie, ma è anche una testimonianza della capacità della musica di creare la speranza di un domani migliore.

di Silvia C. Turrin©

Articolo originariamente messo on line sul sito di SMA Africa

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