Ladysmith Black Mambazo – Voci contro il razzismo

Il potere di risollevare l’anima dall’abisso della disperazione e di mobilitare le coscienze verso la modifica di status quo iniqui lo si ritrova nella musica sudafricana, di ieri e di oggi. Artisti come Miriam Makeba, “Mama Africa”, Hugh Masakela, eclettico e stimato trombettista nato a Johannesburg, Dollar Brand, grande pianista jazz originario di Cape Town conosciuto, dopo la sua conversione all’Islam, col nome di Abdullah Ibrahim, hanno denunciato il razzismo, gli abusi e i soprusi del regime di apartheid. Con il loro forzato nomadismo hanno fatto conoscere al mondo intero, attraverso vari album la discriminazione razziale e lo sfruttamento economico di neri, indiani, coloured da parte di una minoranza. Molti musicisti, durante quei difficili anni, sono rimasti in Sudafrica per star vicini, con canti e suoni, agli oppressi.

È questo il caso dei Ladysmith Black Mambazo, formazione leggendaria, che ha trasformato la voce in uno strumento musicale per antonomasia. Le loro composizioni sono tutte interpretate “a cappella”, tradizione molto diffusa in terra africana sin da tempi remoti. In particolare, nella loro musica è stato ripreso uno stile vocale sviluppato nel XIX secolo dai minatori zulu. Costretti a lavorare come schiavi nelle miniere di diamanti, lontani dalle proprie famiglie, sfruttati e sottopagati, nelle poche ore di “libertà” dimenticavano sofferenze e solitudini, semplicemente cantando senza l’uso di alcuno strumento, accompagnati solo da particolari danze. Una consuetudine agrodolce che si è trasformata in una vera e propria forma di musica corale, chiamata mbube, recuperata dai Ladysmith Black Mambazo.

Questo composito gruppo è nato negli anni ’60 dalla mente di Joseph Shabalala, artista di origine zulu, cresciuto alla periferia di Durban, a Ladysmith, una delle tante township dove i cosiddetti “non bianchi” erano costretti ad abitare. Tra un lavoro e l’altro, Shabalala si dilettava a cantare nei locali di Durban, ma come ha ammesso lui stesso «in quella musica mancava qualcosa», sino a quando, grazie a un presunto sogno, è riuscito a decifrare il suono e le armonie che desiderava creare. E così, radunati fratelli, cugini e amici, ha dato vita al gruppo Ladysmith Black Mambazo. Questo nome, soprattutto all’epoca dell’apartheid, assumeva una forte valenza socio-culturale e politica, in quanto espressione dell’orgoglio di appartenenza al gruppo oppresso dei neri. Ladysmith è il luogo di nascita della famiglia Shabalala, ma è anche un simbolo della segregazione razziale. Mambazo è un termine zulu che unito a Black significa “ascia nera”: un modo per indicare come la band avrebbe metaforicamente travolto la concorrenza degli altri gruppi, ricordando in qualche modo le grandi gesta del re Shaka, di origine non a caso zulu. In effetti, la band è riuscita a imporsi sin dal suo esordio con Amabutho (1973), album che ha conquistato il disco d’oro. Diventati un’istituzione in Sudafrica e apprezzati in tutto il continente africano, i Ladysmith Black Mambazo si sono fatti conoscere a livello internazionale nel 1986. In quell’anno, Paul Simon, dopo essere rimasto folgorato dal township jive (un particolare stile della musica sudafricana), ha realizzato Graceland.

Un disco da un lato molto discusso, dato che il cantautore newyorkese per registrarlo si è recato in Sudafrica violando l’embargo delle Nazioni Unite (boicottaggio sostenuto anche da vari musicisti riunitisi sotto la sigla Artist united against apartheid); dall’altro ha però contribuito in modo determinante allo sviluppo della world music, seguendo, anche se da una diversa prospettiva, le orme di Peter Gabriel. In Graceland sono stati coinvolti vari musicisti neri sudafricani, tra cui i Ladysmith Black Mambazo. Per il gruppo, l’incontro con Simon ha significato una maggiore visibilità e popolarità anche oltre i confini africani. L’album Shaka zulu, prodotto dallo stesso Simon, ha ricevuto nel 1987 il Grammy Award come miglior disco di folk tradizionale. E nel 2005, la band ha ottenuto un altro Grammy per l’album Raise your spirit higher. Dopo oltre trent’anni di carriera, dopo aver patito le angherie di un assurdo regime razzista e averlo visto implodere pacificamente, i Ladysmith Black Mambazo sono ancora i portavoce della musica tradizionale sudafricana. Lo ha dimostrato Long walk to freedom, disco dal titolo emblematico, ispirato all’autobiografia di Mandela. Il disco ripercorre il lungo cammino artistico del gruppo, riproponendo brani storici, nuovamente riarrangiati e interpretati con il contributo di grandi nomi della scena musicale contemporanea. Traccia iniziale non poteva che essere “Nomathemba”, originariamente inclusa nel già ricordato Amabutho, diventata un grande successo nel 1973. L’intensità dell’intreccio vocale e la profondità timbrica ne fanno ancora oggi una delle più valide espressioni del cosiddetto mbube, la particolare forma del canto “a cappella” di cui i Ladysmith Black Mambazo sono, a nostro avviso, i migliori interpreti. Immancabili anche due brani di Graceland: “Homeless”, in cui figura Sarah McLachlan, e una coinvolgente nuova versione di “Diamonds on the soles of her shoes”, impreziosita dalla voci di Melissa Etheridge e Joe McBride.

Non sorprende poi di trovare “Mbube”, classico del repertorio vocale sudafricano scritto nel 1939 da Solomon Linda, e ripreso innumerevoli volte da vari artisti. In questa nuova versione, la profondità del canto dei Ladysmith Black Mambazo si amalgama all’inconfondibile suono della chitarra di Taj Mahal. Il risultato è sorprendente: i ritmi africani abbracciano il sound del delta-blues, riunendo così uno stile nato dalla diaspora africana con la terra da cui tutto ha avuto origine.

È poi particolarmente intensa “Shosholoza”. Qui, l’intreccio polifonico dato dalle voci del gruppo e da illustri ospiti (Lucky Dube, Bhekumuzi Luthlui, Vusi Mahlasela, Nokukhanya, Phuzekhemisi e Thandiswa) è accompagnato dalla tromba di Hugh Masekela.

Non poteva inoltre mancare “Nkosi Sikelel ‘lAfrica”. Canzone scritta nel lontano 1897 da Enoch Sontonga e poi trasformata dagli oppressi in una sorta di inno, cantato in molte occasioni come atto di sfida contro il regime. Con la fine dell’apartheid è stato quasi naturale per Mandela, primo presidente del Sudafrica libero, scegliere proprio quel brano come inno della Rainbow nation.

Con canti collettivi e colorate coreografie, i Ladysmith Black Mambazo hanno dato voce alle aspirazioni e alle angosce di un popolo. Nel percorso musicale tracciato in Long walk to freedom è dunque inevitabile scorgere anche la travagliata storia e poi la ritrovata libertà del Sudafrica.

Articolo di Silvia C. Turrin©

 

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