Desmond Tutu, un cammino di vita sempre a fianco dei più deboli

Il nome di Desmond Tutu è strettamente legato al Sudafrica. Ed è per questo che l’intera nazione lo sta commemorando dopo l’annuncio dato dal presidente Cyril Ramaphosa della sua morte, avvenuta proprio oggi, 26 dicembre 2021. Aveva compiuto da pochi mesi (precisamente il 7 ottobre) 90 anni.

È doveroso ricordare una figura del suo calibro, poiché ha lasciato un segno profondo a livello religioso, storico e culturale, non solo in Sudafrica.

Dalle lotte anti-apartheid alla Rainbow Nation

foto http://civilrightsteaching.org/

L’Arcivescovo emerito di Cape Town, caro amico di Nelson Mandela, fu una delle voci appartenenti al mondo religioso sudafricano più critiche contro il governo di Pretoria e contro il sistema razziale istituzionalizzato dalla minoranza al potere. Egli incarna l’uomo votato a Dio che da sempre agisce in modo concreto ispirandosi a quei principi di giustizia, uguaglianza, fratellanza presenti nelle Sacre Scritture. 

Desmond Tutu ha messo in pratica la parola di Gesù, lottando pacificamente ogni giorno contro il razzismo e le ineguaglianze in Sudafrica. È stato a fianco dell’amico Nelson Mandela quando si cercava una soluzione allo smantellamento dell’apartheid; gli è stato vicino quando Madiba fu arrestato e poi quando venne finalmente liberato dopo oltre vent’anni di carcere.

Desmond Tutu, ordinato sacerdote anglicano nel 1961, si è impegnato attivamente prima contro il razzismo, poi a favore della pacificazione nazionale in Sudafrica sostenendo la creazione della Truth and Reconciliation Commission (Commissione per la Verità e Riconciliazione), istituita per indagare sulla violazione dei diritti umani e civili e sulle atrocità commesse sia dai movimenti di protesta anti-apartheid, sia dalle forze di polizia e dei servizi segreti sudafricani.

Quanti discorsi infiammati contro il governo di Pretoria e contro l’uso della violenza ha lanciato tra gli anni Sessanta e gli anni Novanta del secolo scorso, e quante parole inneggianti alla pace ha elargito nella veste di uomo di Chiesa politicamente impegnato. Proprio per il suo impegno attivo anti-apartheid e per i suoi discorsi a favore del dialogo fu insignito del Premio Nobel per la Pace nel 1984.

Tra i suoi libri più struggenti e illuminanti tradotti e pubblicati in italiano ricordiamo Non c’è futuro senza perdono (Feltrinelli editore), in cui il Premio Nobel per la Pace ripercorre le tappe che hanno portato allo sviluppo della Commissione per la verità e la riconciliazione: dai lavori iniziali ai dibattimenti, sconvolgenti sia per le vittime, sia per i carnefici.

Temi fondanti del suo percorso esistenziale e spirituale sono il perdono, l’amore, la compassione e la compartecipazione. È proprio da queste basi che Desmond Tutu sviluppò il concetto di Rainbow Nation. Una definizione volta a descrivere il Sudafrica post-apartheid, ovvero una nuova nazione, basata sull’unione delle differenti comunità. L’immagine della “nazione arcobaleno” intendeva evocare “l’alba di un giorno nuovo”. Tale definizione voleva rappresentare una sorta di simbolo narrativo significativo, che fungesse da collante per una società realmente multirazziale e tollerante verso ogni tipo e genere di differenza.

Perdono, riconciliazione e giustizia

 

Noi non perdoniamo per aiutare l’altra persona. Non perdoniamo per gli altri. Noi perdoniamo per noi stessi”, aveva dichiarato Desmond Tutu. Con questo spirito, l’Arcivescovo emerito di Cape Town sostenne la creazione della Truth and Reconciliation Commission. Una commissione voluta sia per far luce sui crimini perpetrati durante l’apartheid, sia per forgiare una riconciliazione nazionale basata su un forte senso di giustizia, ma anche di perdono.

La giustizia derivava dai dibattimenti delle varie udienze, diffuse dai canali radiotelevisivi sia sudafricani, sia di altre numerose nazioni. I lavori permisero di far conoscere all’opinione pubblica il volto dei carnefici. Fu proprio questo aspetto pubblico a costituire la concreta pena inflitta a coloro che avevano commesso violazioni dei diritti umani. Come affermò Tutu, l’umiliazione di essere additati alla riprovazione della comunità sudafricana ed internazionale rappresentò il vero prezzo da pagare per gli oppressori.

Ma la giustizia senza il perdono non può creare una vera riconciliazione. Da qui, il forte invito di Desmond Tutu di perdonare quei carnefici pentiti, i quali, nel raccontare la verità, potevano dar vita a un Sudafrica nuovo.

Desmond Tutu nel libro The Book of Forgiving scrive:

La qualità della vita umana sul nostro pianeta non è altro che la somma totale delle nostre interazioni quotidiane gli uni con gli altri. Ogni volta che noi aiutiamo qualcuno, e ogni volta che noi facciamo del male a qualcun altro, abbiamo un impatto drammatico sul nostro mondo. Poiché siamo esseri umani, alcune delle nostre interazioni andranno male, e quindi saremo feriti o feriremo, o accadranno entrambe le situazioni. È la natura dell’essere umano, ed è inevitabile. Il perdono è il modo in cui impostiamo nel modo giusto queste interazioni. È il modo di riparare strappi nel tessuto sociale. È il modo in cui evitiamo alla comunità umana di scomporsi, disfarsi”.

È stato proprio il processo di riconciliazione nazionale fondato sul perdono, processo ardentemente voluto da Desmond Tutu, che ha permesso al Sudafrica di non sprofondare in una guerra civile: attraverso la Commissione per la Verità si è fatta luce su moltissimi casi oscuri durante l’epoca dell’apartheid.

Tutu, insieme a Nelson Mandela, hanno offerto speranze per una società migliore. Purtroppo il Sudafrica sta vivendo uno dei peggiori periodi dalla fine dell’apartheid, a causa delle drammatiche conseguenze della pandemia. La crisi non è soltanto sanitaria, con la diffusione della nuova variante Omicron, ma anche politica ed economica.

Desmond Tutu aveva esortato i suoi connazionali a vaccinarsi e aveva sostenuto la campagna volta alla sospensione dei brevetti per la produzione di vaccini anti-Covid.

Una campagna simile a quella contro il monopolio dei brevetti nel trattamento per l’HIV, che aveva sempre supportato con grande energia. Si dovettero aspettare ben 10 anni prima che le barriere dei brevetti sugli anti-retrovirali fossero abolite.

Con la scomparsa di Desmond Tutu si spegne una voce autorevole, vicina ai più poveri, ai più deboli, che richiamava tutto il mondo a quei valori – giustizia, perdono e riconciliazione – che ci rendono umani.

Silvia C. Turrin

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *