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Miles Davis. A 30 anni dalla morte un doveroso ricordo

C’è jazz e jazz. Ma c’è anche jazz che non è jazz. Quello di Miles Davis è un “jazz non jazz”.

Perdonate questo incipit apparentemente confuso, ma c’è una spiegazione a ciò. Scandagliando lo straordinario, policromo percorso del geniale Miles Davis ci accorgiamo di come il suo linguaggio sonoro vada oltre il jazz. Del resto, lui stesso affermò che il concetto di jazz non è altro che una definizione ideata dall’establishment bianco per etichettare un certo tipo di musica nera.

Quello di Miles è un “jazz che non è jazz”.

Già a partire dagli anni ’40, quando, giovanissimo, decise di andare a New York per conoscere Charlie Parker, per suonare con “Bird” e imparare da lui, il jazz non era più jazz. Era altro. Era Be bop.

Miles Davis giovanissimo con Charlie “Bird” Parker

Svariati musicisti dell’epoca, in primis Louis Armostrong, criticavano il Bop per essere una cacofonia di rumori.

Nonostante attacchi e scetticismi, Charlie Parker insieme all’amico musicista Dizzy Gillespie crearono una rivoluzione musicale che avrebbe influenzato le future generazioni di artisti.

Dizzy Gillespie

Quei fraseggi e quelle nuove – per l’epoca – forme melodiche ebbero un impatto sullo stesso Miles. Per lui, Bird era tutto.
Miles, già nel 1944, definì Parker come uno dei migliori musicisti statunitensi.

E Miles ci aveva visto giusto. Charlie Parker fu un innovatore della scena jazz di New York. Lui, con Dizzy, scardinò le regole tradizionali di quel genere chiamato jazz per dar vita a un linguaggio moderno.

Si può dire che Miles ha seguito le orme di Bird, nel bene e nel male. Come Parker, Miles Davis ha tracciato più volte nel corso della sua carriera nuove direzioni musicali.

Prima, con dischi quali The real birth of the cool, Birth of th cool e Cool boppin’ dà il via a una espressione sonora etichettabile come “cool jazz” (anche se, ripetiamo, nel caso di Miles le definizioni sono fuorvianti e riduttive). I primi album di Miles seguono una prima deviazione dal be bop. Il linguaggio “cool” combina la dimensione intellettuale con il paesaggio sonoro circostante.

Seguono capolavori come Round about midnight e Kind of blue, in cui l’improvvisazione abbraccia composizioni modali.

Tra le rivoluzioni sonore tracciate da Miles vi è l’incontro tra il suo “non jazz” e l’elettronica. Con Bitches Brew crea un profondo e innovativo solco nel panorama musicale degli anni ’70. E l’altra rivoluzione promossa da Miles fu l’introduzione nel suo territorio sonoro del rap, come testimonia l’album (postumo) Doo-Bop realizzato in collaborazione con Easy Mo Bee.

Miles Davis aveva la capacità di intercettare nuovi idiomi musicali e se tali idiomi collimavano con la sua visione ritmico-melodica e con i suoi slanci compositivi, allora Miles plasmava note e arrangiamenti che vanno oltre le definizioni, i confini musicali, gli stereotipi. Anticipava così il futuro.

Ma come Bird, Miles Davis cadde nell’oscuro baratro della dipendenza da droghe, proprio agli inizi della sua carriera. Erano gli anni ’50, un periodo in cui il mondo del jazz vide tanti musicisti uccisi dall’abuso di sostanze chimiche deleterie per il corpo e per la mente.

Eppure Miles seppe rialzarsi. Riuscì ad attingere nuovamente alla sua lucida, fervida, geniale creatività, realizzando album che tutti dovrebbero ascoltare almeno una volta nella vita.

Miles affermò in musica il suo urlo contro il razzismo bianco.

Album come Tutu e Amandla – oltre a esprimere nuove contaminazioni sonore, frutto di una collaborazione con giovani e virtuosi musicisti – comunicano un messaggio netto e chiaro.

Miles si rifiutò sempre di suonare di fronte a un pubblico di soli bianchi. Sulla scia del movimento Artists United Against Apartheid lui non organizzò mai un concerto in Sudafrica. E come avrebbe potuto, in una terra in cui il razzismo era di fatto legalizzato?

Miles ha sempre osteggiato e combattuto i pregiudizi. Osteggiava quel razzismo che vedeva non solo in Sudafrica, ma anche negli States. Miles era particolarmente sensibile verso la questione razziale. Ciò lo faceva apparire – almeno agli occhi di un certo tipo di pubblico bianco – come un artista burbero, dal carattere difficile.

Ma come si poteva non comprendere la sua ostilità verso una società statunitense in cui non vi era affatto l’eguaglianza nei diritti tra bianchi e neri?

Basti ricordare su tutti un evento cruciale, che toccherà Miles per il resto della vita.

Era il 1960. Suo padre stava guidando in piena campagna. Mentre attraversava un passaggio a livello incustodito sopraggiunse un treno che lo travolse. Fu un miracolo che non morì. Doveva però essere trasportato d’urgenza all’ospedale. L’ambulanza più vicina, “dei bianchi”, si rifiutò di portarlo e dovettero attendere l’ambulanza per soli neri.

Questo è uno dei tanti fatti collegati alla segregazione razziale che spinsero Miles a diventare critico verso una società – quella statunitense – apparentemente liberale, democratica e aperta.

Spesso definito sprezzante ed egocentrico, Miles aveva in effetti costruito attorno a sé una corazza che lo faceva apparire agli occhi degli “altri” un uomo arrogante. Ma quella corazza e quel suo essere burbero erano modi per riuscire ad affrontare e a contrastare con coraggio proprio il razzismo imperante negli Stati Uniti.

Miles Davis nel 1986 al Montreux Jazz Festival

Miles anche su questo era avanti, come testimonia l’attuale movimento Black Lives Matter, frutto del persistere di quell’ideologia razzista denunciata a suo tempo da Davis.

Però guai a definirlo “razzista al contrario”!

Le collaborazioni con Gil Evans, Joe Zawinul, Mike Stern (solo per citarne alcuni), la sua ammirazione verso Frank Sinatra e Orson Welles, la passionale relazione con Juliette Gréco mostrano chiaramente un Miles in grado di superare la “colour bar”.

In questo 2021, ricorrono i 30 anni dalla sua morte. A nostro avviso è doveroso ricordarlo, considerato il suo lascito. Un’eredità che abbraccia mezzo secolo. 50 anni in cui Miles Davis ha scritto pagine indelebili del grande libro della Musica.

 

Silvia C. Turrin

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