Christian Scott, una bella rivelazione al Festival jazz dei Cinque Continenti di Marsiglia

Tante le aspettative verso questa serata del 23 luglio al Palais Longchamp tutta dedicata al volto nuovo del jazz afroamericano. In particolare, il pubblico del Festival dei Cinque Continenti di Marsiglia attendeva con trepidazione Gregory Porter, l’artista jazz-soul dell’anno, che è riuscito ad allargare il numero dei suoi estimatori grazie all’album Liquid Spirit (Blue Note, 2013). Non c’è dubbio che la sua voce sia straordinaria: calda, profonda, baritonale, che si dilata con estrema facilità lungo la scala pentatonica. Anche in questo concerto Gregory Porter ha confermato la capacità di plasmare le note, i vocalizzi come solo i grandi del gospel, del soul e del jazz sanno fare. Eppure, al di là di questa facile ed eccezionale duttilità vocale è mancato qualcosa o, meglio, chi scrive ha percepito qualcosa di troppo.


“Un di più” derivato dall’interazione oltre misura studiata fra Porter e il suo gruppo. Accompagnato da Chip Crawford al piano, Aaron James al contrabbasso, Emanuel Harrold alla batteria e Yosuke Sato al sax, il nostro vocalist ha dato l’impressione di aver lasciato ampio spazio a eccessivi tecnicismi e alla puntigliosità di arrangiamenti già pianificati; si è percepito uno “sforzo” nello sviluppare un pathos di gruppo che stentava a imporsi. Troppi anche gli assoli acuti del sassofonista, che soffocavano letteralmente il resto della band. Nessun musicista si è imposto per particolari virtuosismi jazz e Porter si è di fatto limitato a reinterpretare pari pari molte delle tracce incluse in Liquid Spirit, dall’omonimo brano a “Musical Genocide”, da “Hey Laura” a “Free”. Tra le poche divagazioni e improvvisazioni regalate da Porter a un pubblico per la maggior parte distratto (ad eccezione dei pochi fortunati seduti sul manto erboso difronte al palco) citiamo la sua incursione nel classico “Hit the Road Jack”, portato al successo dal compianto Ray Charles.

Decisamente molto più jazz, anzi, free, post-bop e contemporary jazz, è stata la prima parte della serata affidata a una band affiatata, il cui leader è il giovane trombettista Christian Scott (classe 1983). Formato da Braxton Cook al sax, Lawrence Fields al piano, Kristopher Funn al basso, Corey Fonville alla batteria e la talentuosa diciannovenne Elena Pinderhughes al flauto, il gruppo ha sviscerato con passione suoni eleganti, sofisticati, a tratti pieni d’energia e di arrangiamenti improvvisati. Dal palco promanavano belle vibrazioni, dall’interplay vivace, libero e al contempo rispettoso dei canoni del jazz. Una bella rivelazione, quella di Christian Scott, almeno per Marsiglia e la Francia. Ma questo giovane trombettista – che si ispira ai lavori di Miles Davis, Coltrane, Mingus e al contempo Bob Dylan e Hendrix – ha già infuso energia, non solo musicale, al movimento Occupy Wall Street, ha collaborato tra gli altri con Mos Def e Jill Scott e attraverso le sue composizioni parla di questioni socio-politiche pressanti negli States (come il sistema carcerario e le conseguenze, che si fanno ancora sentire, dell’uragano Katrina). Tutto un altro spessore musicale rispetto al più rassicurante e prevedibile Gregory Porter.

Silvia C. Turrin

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