Monthly Archive giugno 2018

Gregg Braden, affrontare i cambiamenti con il cuore e con la mente

Gregg Braden resilienzaIl mondo, agli inizi del XXI secolo, sembra impazzito, sembra “andare alla rovescia”, come dicono in tanti. Questa convinzione è comune a molte persone, che si trovano in differenti angoli del pianeta. Il mondo “impazzito” lo si vede considerando diversi settori e situazioni. In primis, vediamo che il clima, in varie zone, è soggetto a repentini cambiamenti e a condizioni estreme: periodi di siccità sono seguiti da picchi di piogge torrenziali. Dati di fatto sono: l’aumento di alluvioni devastanti; l’aumento delle tempeste tropicali; l’aumento degli incendi boschivi; l’aumento dei livelli anidride carbonica nell’atmosfera. Anche il settore economico e quello energetico sono soggetti a fluttuazioni e a cambiamenti epocali, basti considerare le persone che hanno perso il lavoro, la casa e che non hanno cibo. In tante aree del globo il loro numero è sempre più in crescita. Sul piano energetico assistiamo a un costante aumento del prezzo del petrolio e con esso all’aumento dei prezzi dei cibi di cui ci nutriamo, poiché il petrolio serve per il funzionamento dei trattori e dei sistemi coi quali vengono trasformati gli alimenti. Anche sul piano culturale-tecnologico assistiamo a profondi mutamenti, come dimostra la diffusione dei social network e dei telefonini, anche in quelle zone del mondo un tempo isolate.

Cambiamento fa rima con globalizzazione. I cambiamenti che abbiamo visto e di cui siamo testimoni sono proprio legati all’interconnessione economica, energetica, culturale, ambientale che unisce popoli tra loro distanti. In questo contesto di continue fluttuazioni tante persone si sentono smarrite, non hanno più punti di riferimento.

Ecco che entra in gioco il concetto di resilienza, ovvero quella capacità di ripresa che ci aiuta ad adattarci ai cambiamenti che avvengono in un mondo liquido, in costante trasformazione, che non è quello in cui siamo nati e cresciuti.

Partendo proprio da queste premesse, Gregg Braden, progettista informatico aerospaziale, conosciuto per i suoi libri di successo e per le sue conferenze-seminario, torna a spiegarci come affrontare il cambiamento e la globalizzazione in maniera consapevole nel libro Il Potere della Resilienza (Macro – Trigono edizioni – L’arte di essere edizioni, 2018). Un testo che si rifà al bestseller The Turning Point e col quale Braden compie un ulteriore passo avanti, illustrandoci come gestire i mutamenti ascoltando non solo la mente.

Uno degli aspetti più interessanti delle analisi da lui esposte riguarda il suo continuo riferimento alle antiche tradizioni, nelle quali vediamo come tante culture vivevano rispettando e non dominando l’ambiente, cooperando tra loro e non lottando gli uni e gli altri, alimentando la spiritualità e non dogmi religiosi.

Un altro elemento su cui Braden ci invita a riflettere è il potere del cuore, considerato non più come semplice organo indispensabile per pompare sangue in tutto l’organismo, ma è molto, molto di più come l’Autore ci spiega in maniera scrupolosa nel primo Capitolo del volume. Diverse ricerche hanno infatti scoperto che nel cuore sono presenti i neuriti, i quali replicano molte delle funzioni rilevate nel cervello. Una scoperta che dimostra come cervello e cuore collaborino molto di più di quanto prima si ritenesse. Il cuore si sta rivelando un organo complesso, dotato di funzioni che prima non venivano minimamente prese in considerazione, come quella di promuovere stati intenzionali di intuizione profonda o come quella di conoscenza, ovvero intelligenza cardiaca.

Il Potere della Resilienza è un libro che va oltre il concetto e le pratiche di resilienza, e che ci invita a modificare i nostri schemi mentali, unendo cervello e cuore, saperi antichi e conoscenze postmoderne, sapendo che tutto è connesso, tutti noi siamo connessi gli uni agli altri. 

Silvia C. Turrin

Il potere della resilienza è stato scritto tenendo a mente un fine ben preciso: restituire a noi stessi il potere personale nel fare le scelte che conducono alla buona riuscita della nostra vita, in un mondo rinnovato, trasformato e sostenibile. Credo sia possibile imboccare questo sentiero, pur continuando a tramandare le nostre tradizioni familiari e l’eredità storica che tanto arricchiscono la nostra esperienza esistenziale.

La chiave della nostra trasformazione è semplicemente questa: più conosciamo noi stessi, più strumenti avremo per compiere scelte di saggezza.

Gregg Braden

 

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Siya Kolisi Springboks

Siya Kolisi, primo capitano nero della nazionale di rugby sudafricana

Il 2018 è un anno storico per il Sudafrica, perché dopo 126 anni gli Springboks avranno come capitano della squadra un giocatore nero, Siya Kolisi. Dobbiamo aspettare il prossimo 9 giugno per vederlo ufficialmente coi gradi da titolare, quando ci sarà il test match contro l’Inghilterra in programma all’Ellis Park di Johannesburg. Ma chi è il nuovo capitano? Il suo nome completo è Siyamthanda Kolisi, età 26 anni. È cresciuto alla periferia di Port Elizabeth e, appena dodicenne, durante un torneo presso Mossel Bay, venne notato per la sua abilità nel maneggiare il pallone di rugby. Da allora, ha sempre compiuto passi in avanti, prima ottenendo una borsa di studio, poi, prendendo parte al mondiale giovanile 2011 in Italia, sino al debutto nel 2013 coi mitici Springboks come ala in terza linea. Un cammino sempre in ascesa.

La squadra dell’antilope (“springbok” in inglese significa appunto antilope) nei primi mesi del 2018 sta vivendo importanti cambiamenti. Il primo è avvenuto agli inizi di marzo, quando è stato selezionato come nuovo allenatore della squadra Johan C. “Rassie” Erasmus, classe 1972, nato (guarda caso) a Port Elizabeth, e anche lui giocatore in terza linea come Kolisi. Il secondo e più rilevante cambiamento lo si deve proprio a Erasmus, il quale ha scelto Kolisi come nuovo capitano degli Springboks. Una notizia che ha fatto il giro del mondo, visto che la squadra di rugby sudafricana ha, sin dalle sue origini, un’impronta marcatamente bianca.

Quando il rugby in Sudafrica era precluso ai neri

Ufficialmente, la squadra di rugby sudafricana venne fondata nel lontano 1891 e all’epoca si chiamava “British Isles”. Solo tra il 1906 e il 1907 si è iniziato a chiamarli con il nome di Springboks. Se si guardano le foto di allora sino al 1980 la squadra è composta esclusivamente da giocatori bianchi. Bisogna attendere l’anno 1981 per vedere il primo rugbista di colore ufficialmente in squadra, ovvero Errol Tobias che partecipò al match contro l’Irlanda, proprio nel bel mezzo di un periodo cupo per la nazione. Infatti, a causa della politica razzista del governo di Pretoria il Sudafrica venne praticamente isolato, e tra il 1985 e il 1991 gli Springboks non ebbero la possibilità di partecipare ai mondiali dell’87 e del ’91.

L’isolamento della squadra di rugby sudafricana finì quando vennero smantellate, dopo 43 anni dalla loro istituzione, le politiche e le leggi del regime di apartheid. Ma gli Springboks, per la maggioranza della popolazione nera sudafricana, rimanevano il simbolo del vecchio regime razzista. Ci vollero la saggezza e la lungimiranza di Nelson Mandela, primo Presidente nero, democraticamente eletto, del Sudafrica a unire la nuova nazione arcobaleno grazie al rugby (Rainbow nation, “nazione arcobaleno” è il soprannome con cui Desmond Tutu ha definito il Sudafrica post-apartheid, un paese composto da tanti popoli).

Mandela e gli Springboks

Mandela coppa del mondo rugby 1995

Questa straordinaria storia ci è stata raccontata da John Carlin nel bestseller “Ama il tuo nemico” (titolo originale Playing the Enemy: Nelson Mandela and the Game that Made a Nation), poi trasposto nel bellissimo e commovente film Invictus realizzato nel 2009 da Clint Eastwood. Grazie al capitano dell’epoca, François Pienaar, che ha seguito i preziosi consigli elargitigli da Mandela, la nazionale di rugby sudafricana degli Springboks è riuscita a ottenere la storica vittoria nella Coppa del Mondo del 1995. Una vittoria non solo sportiva, ma anche morale, etica, politica, intrisa di messaggi di pace, dialogo e di perdono, a dispetto di quanti volevano gridare vendetta contro i bianchi.

Probabilmente senza l’intervento di Mandela gli Springboks non esisterebbero più e forse la storia sudafricana sarebbe stata caratterizzata da un flusso di eventi molto diversi da quelli che noi tutti conosciamo. Ma la storia non si fa né coi se, né coi ma, e in questo caso ci piace ricordare ciò che davvero è accaduto. Gli Springboks hanno vinto la coppa del mondo di rugby nel 1995. I tifosi sudafricani, bianchi e neri, si sono stretti in un abbraccio che andava oltre i confini sportivi. E coloro che avevano inneggiato all’imprigionamento di Mandela e che avevano auspicato una guerra civile per eliminarlo, cambiarono idea, perché si resero conto che solo “uniti si vince” e che è necessario “parlare non alla mente, ma al cuore delle persone”. Una bella lezione non solo sportiva, ma anche esistenziale, che tutti – ad ogni latitudine del globo – dovrebbero imparare.

Silvia C. Turrin

L’articolo è on line anche sul sito SMA Afriche

 

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Il 2018 è un anno importante non soltanto per il Sudafrica. Il 18 luglio si
Immagine emblematica esposta all'interno del museo dell'apartheid - Photo Silvia C.
Domani 19 ottobre uscirà il seguito dell’Autobiografia di Nelson Mandela. Dopo Long Walk to Freedom
Oggi Nelson Mandela avrebbe compiuto 98 anni. Per ricordarlo ripropongo qui due articoli che avevo

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Les bienfaits des bains de forêt

«Je partis dans les bois car je voulais vivre sans me hâter, vivre intensément et sucer toute la moelle secrète de la vie. Je voulais chasser tout ce qui dénaturait la vie, pour ne pas, au soir de la vieillesse, découvrir que je n’avais pas vécu» écrit Henry David Thoreau philosophe, naturaliste et poète américain. Avec son œuvre «Walden ou la Vie dans les bois» Thoreau parle d’un retour à la nature pour vivre l’authenticité, dans les forêts.

Nous avons compris, dans ces dernières années, le pouvoir de guérison de la nature et les vertus thérapeutiques des forêts, grâce à de nombreuses études: par exemple, Ming Kuo, chercheuse à l’université de Chicago, a souligné les effets positives de la nature sur la santé, en particulier sur la dépression, le troubles de l’anxiété et de l’attention. Le docteur Qing Li, médecin immunologiste à l’université de médecine de Tokyo, membre fondateur de la société japonaise de sylvothérapie, dans son livre « Shinrin-Yoku, l’art et la science du bain de forêt » explique que le pouvoir de guérison des forêts est une réalité scientifique. En effet, le pays du Soleil Levant reconnaît officiellement les vertus thérapeutiques du Shinrin-Yoku et le gouvernement en 1982 a inscrit le concept de promenades méditatives dans les bois dans un programme sanitaire national pour inciter les Japonais à prendre soin de leur santé et de leurs forêts.

Aux États-Unis est arrivée la tradition japonais de bain des forêts grâce au travail de M. Amos Clifford, fondateur et directeur de l’Association des Guides et Programmes de la Nature et de la Thérapie forestière, et expert sur la thérapie forestière inspirée du Shinrin Yoku. Dans son livre «Le guide des bains de forêt» (Guy Trédaniel Éditeur, 2018) trouvons des explications sur la pratique de cette méthode qui permet d’abandonner le stress et prévenir les maladies.

Les bienfaits des bains de forêt sont vraiment extraordinaires, puisque les personnes qui les pratiquent ont constaté, par exemple, une augmentation d’une sensation de détente mentale profonde et des sentiments de gratitude et d’altruisme.

Marcher lentement dans la forêt, explorer la nature en prenant conscience des éléments permet de déconnecter avec la cacophonie urbain. La pollution chimique et sonore de la ville est loin et nous pouvons obtenir des effets surprenants, comme la diminution de la sécrétion de cortisol (l’hormone du stress) et de la tension artérielle. Le bain de forêt ralentit le rythme cardiaque et optimise les fonctions immunitaires. La présence des phytoncides dans l’air (composés naturellement émis par les arbres) permet au notre propre système immunitaire de travailler mieux et de contraster des agents pathogènes. En outre, le bain de forêt favorise un état de méditation qui permet de se recentrer sur soi.

Pratiquer les bains de forêt régulièrement est important non seulement pour notre santé, mais aussi pour la santé et la protection des écosystèmes forestiers. Avec les bains de forêt nous apprenons à nous connecter avec la nature, avec la Terre-mère.

Silvia C. Turrin


Conseils de lecture:

Amos Clifford, Le guide des bains de forêt, Guy Trédaniel Éditeur, 2018

Yoshifumi Miyazaki, Shinrin Yoku, Guy Trédaniel Éditeur, 2018

 

La regione sudafricana del Cederberg è un’area montana ancora incontaminata, caratterizzata da paesaggi unici. Questa
È la quarta isola al mondo per grandezza. La sua superficie, ampia circa 594mila km²,
Allontanarsi dai ritmi frenetici delle metropoli grigie, inquinate, convulse e immergersi in un paesaggio meraviglioso,
Negli ultimi mesi, dopo un'estate caratterizzata da siccità, da temperature elevate e al contempo da
Per gli antichi Romani era la “finis terrae”, la fine della terra. Oltre le spiagge,

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