Monthly Archive marzo 2018

apartheid Sharpeville

21 marzo 1960 – ricordando il massacro di Sharpeville

apartheid Sharpeville

Immagine emblematica esposta all’interno del museo dell’apartheid – Photo Silvia C. Turrin

Il massacro di Sharpeville, avvenne il 21 marzo 1960.

In quella data, i dirigenti del PAC, organizzazione politica sorta nel 1959 da una scissione interna all’ANC, decisero di intraprendere una campagna di protesta, non-violenta, contro le pass law. Tale scelta scaturiva dalla convinzione che “le masse fossero già pronte per rispondere spontaneamente ad un’iniziativa creativa”.

Quel giorno, 20mila persone si mossero verso la stazione di polizia di Sharpeville protestando pacificamente contro le pass law. Sebbene i manifestanti fossero disarmati, il contingente di polizia, numericamente inferiore rispetto ad essi, si fece prendere dal panico e iniziò a sparare uccidendo 69 persone e ferendone molte altre. Sobukwe, leader del PAC fu arrestato insieme ad altri dirigenti.

In seguito all’eccidio, l’8 aprile l’ANC e il PAC furono dichiarate organizzazioni illegali tramite l’Unlawful (Criminal) Organizations Act (N.34, 1960) e, da quel momento in poi, entrambe dovettero agire in condizioni di clandestinità. Tra il 1961 e il 1963, le due organizzazioni abbandonarono la strategia non-violenta, formando rispettive ali armate e intraprendendo azioni di sabotaggio. A seguito di diversi attentati, i leader storici dell’ANC e del PAC furono arrestati, processati (processo di Rivonia) e condannati all’ergastolo.

In seguito all’eccidio di Sharpeville, il governo di Pretoria varò nuove leggi di carattere repressivo, quali il General Law Amendment Act (1963) che autorizzava la polizia a detenere una persona incommunicado per 90 giorni, rinnovabili, senza mandato, senza processo, senza capi di accusa e senza l’assistenza di un legale. Nel 1965 fu implementato il Criminal Procedure Amendment Act che autorizzava la polizia a trattenere un testimone in un processo incommunicado per 180 giorni, rinnovabili.



Per Approfondire segnalo il mio libro “Il movimento della Consapevolezza nera in Sudafrica. Dalle origini al lascito di Stephen Biko” in cui parlo fra l’altro del massacro di Sharpeville

La regione sudafricana del Cederberg è un’area montana ancora incontaminata, caratterizzata da paesaggi unici. Questa
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Oltre la sofferenza

Alla notizia della morte di Stephen Hawking le reazioni di milioni di persone nel mondo sono state sorprendenti. Commozione, ammirazione, stima hanno dominato i commenti relativi al decesso del cosmologo, fisico, matematico e astrofisico britannico. Reazioni emotive alimentate certamente dalle incredibili scoperte fatte da Hawking, relative alla cosmologia quantistica, alla teoria dei buchi neri e all’origine dell’universo. Ammirazione e commozione derivate anche dalla caparbietà, dalla forza, dal coraggio che Hawking ha [di]-mostrato al mondo a dispetto della malattia degenerativa.

Scoprì di avere la sclerosi laterale amiotrofica (SLA) a soli 21 anni. Nonostante ciò, ha superato lo shock iniziale, ha oltrepassato la facile tentazione di deprimersi, di gettare la spugna e di non proseguire gli studi (complessi) di cosmologia. Anzi, ha rivoluzionato la disciplina in questione, ha avuto due mogli e tre figli, e ci ha lasciato in eredità un vasto patrimonio di conoscenze non soltanto di carattere accademico e scientifico.

Sì, perché la vita di Stephen Hawking può essere da esempio a tutti coloro che vivono una profonda sofferenza non solo fisica, ma anche emotiva.

La storia di Hawking ci ha fatto pensare proprio al concetto di sofferenza. La malattia di Hawking certamente gli procurava grande sofferenza, che avrebbe potuto divenire ancor più forte e intensa se Hawking non avesse reagito alla sua condizione immutabile. Egli, scienziato di fama internazionale con un alto quoziente intellettivo, era impotente di fronte alla degenerazione della SLA. Eppure, proprio grazie alla sua intelligenza e alla sua caparbietà, insieme alla voglia di vivere una vita piena e ricca di emozioni, ha saputo non aggravare ulteriormente il peso della sua sofferenza deprimendosi. Non si è lasciato sopraffare dal dolore, dal senso di ingiustizia, perché sapeva che la vita va oltre la malattia, va oltre la materialità del corpo fisico.

Parlare qui di Stephen Hawking può sembrare fuorviante, ma non è proprio così. Siccome tutto è interrelato, allora l’esperienza di questo grande scienziato ci tocca un po’ tutti da vicino.

Egli ci ha mostrato chiaramente come funzionano le Quattro Nobili Verità:

1-la sua vita è stata caratterizzata dalla sofferenza legata alla malattia degenerativa

2-sapeva qual’era la causa della sua sofferenza

3-sapeva che in qualche modo poteva eliminare un certo tipo di sofferenza, quella che l’avrebbe portato a commiserarsi e a rinchiudersi in se stesso

4-ha scoperto la via attraverso cui vivere comunque una vita ricca di significato e felice.

Molte persone aumentano la propria sofferenza lamentandosi, talvolta ingiustamente. Per esempio, ci si arrabbia perché la commessa non è stata gentile e non ha sorriso; perché a causa di un parcheggio maldestro si sono rotti i fanali posteriori dell’auto; perché il collega non ha riso per una nostra battuta ironica su di un altro collega non presente; perché ci siamo svegliati con un forte mal di testa…

Ci sono sofferenze che non possiamo controllare, altre le possiamo attenuare e altre ancora le possiamo eliminare, come quelle derivanti da ansia e affaticamento.

Ci sono anche altri tipi di sofferenze di cui siamo gli unici artefici, come quelle causate dall’avidità o dall’orgoglio o dalla malevolenza o ancora dall’invidia.

Nelle nostre mani abbiamo il potere di vivere perennemente nella sofferenza o di trasformarla in qualcosa che possa arricchire la nostra vita e quella degli altri.

Stephen Hawking ci ha insegnato che è possibile andare oltre la sofferenza e realizzare qualcosa di davvero straordinario per se stessi e per il mondo intero.

Una profonda sofferenza può aprire le porte della mente e del cuore, rendendoci disponibili agli altri” – Tenzin Gyatso

Silvia C. Turrin
Articolo pubblicato anche sul sito: Nel Cuore della Meditazione

Sul nuovo numero della rivista “Elisir di Salute” (luglio-agosto 2017) trovate un articolo di Silvia
Praticare la Mindfulness Immaginale significa cercare di essere consapevoli, significa sentire/ascoltare con attenzione cosciente. La
Possiamo individuare punti di contatto tra la psicologia analitica e forme spirituali collegate strettamente  alla
Sul numero 60 della rivista "Scienza e Conoscenza" è pubblicato un mio articolo dal titolo
Sul numero di marzo di Missioni Consolata tra i tanti articoli trovate anche il mio

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Tunisia, tra oasi nel deserto, laghi salati e musei a cielo aperto

Respirare profumi di spezie orientali, immergersi nei meandri di intricate medine, ammirare i variopinti colori di souk, osservare un cielo stellato dormendo tra palme e sabbia sahariana. Questo e altro ancora è possibile viverlo non allontanandosi poi molto dalla nostra penisola. A sole due ore (circa) di volo, partendo dai principali aeroporti italiani si raggiunge la Tunisia, Paese africano che, nonostante un rapido processo di modernizzazione, mantiene ancora in vita antiche tradizioni maghrebine.

Molti gli itinerari che il piccolo Stato a nord dell’Africa offre, in ogni stagione dell’anno, ai numerosi turisti provenienti dall’Italia desiderosi di conoscere da vicino la cultura araba, sperimentando il vero hamman, fumando narghilè o visitando luoghi dove la storia è ancora tangibile.

Tunisi, la capitale, sta diventando sempre più occidentale: caotica, inquinata dal traffico e dai rumori. Ma nella medina – labirinto di vie popolate da venditori e artigiani – si assorbono gli odori e i colori tipicamente arabi, grazie ai souk che in essa si dipanano come una ragnatela. La città ospita inoltre la più importante esposizione archeologica del Maghreb, racchiusa nel Museo del Bardo, dove varie sezioni ripercorrono vari periodi storici, nel corso dei quali si sono succeduti romani, greci, arabi.

È però al di fuori della capitale che si inizia a conoscere l’essenza del Paese incastonato tra Mar Mediterraneo, Algeria e Libia.

La zona settentrionale tunisina vanta numerosi siti archeologici definibili veri e propri musei a cielo aperto, testimonianze delle varie civiltà che hanno lasciato le tracce del proprio passaggio.

Cartagine, antica capitale punica, patria di Annibale, è tra i luoghi più famosi, grazie alle numerose vicende storiche che l’avvolgono. Purtroppo, delle vestigia imponenti non è rimasto molto a causa delle distruzioni apportate dai Romani. L’ideale sarebbe quindi affidarsi a una guida esperta per effettuare un percorso che permetta effettivamente di capire le vicissitudini di Cartagine, edificata nell’anno 814 a.C., sulle cui fondamenta si sono sovrapposte architetture fenicie, romane, bizantine, arabe. Un tour che potrebbe includere le Terme di Antonino; il quartiera Bysa; il Museo nazionale, dove si possono ammirare i reperti dei recenti scavi; i porti dai quali i cartaginesi partirono per sfidare Roma; e il quartiere Magon, in cui rimangono resti dell’epoca punica.

Merita poi una visita Sidi Bou Saïd – non molto distante da Cartagine – antico villaggio, situato su un dirupo affacciato sul Mediterraneo, caratterizzato da abitazioni dipinte di bianco, sulle quali risaltano i portoni blu e i colori dei fiori e delle piante che le circondano. Ed è proprio la struttura architettonica, impreziosita da giardini e cascate di bougainvillee, a rendere magica la sosta in questo grazioso paese. Valgono una tappa anche Testour, dal sapore Andaluso, essendo stata fondata dai Mori cacciati dalla Spagna sul finire del XV secolo, e Dougga, in cui domina l’imponente mausoleo libico-punico, alto 21 metri, e dove un’antica strada pavimentata conduce al campidoglio dedicato alle divinità di Giove, Giunone e Minerva.

El Djem, cittadina ubicata fra Souss e Sfax e circondata da piante di ulivi, rappresenta un altro luogo importante a livello archeologico. È qui che si trova il ben conservato anfiteatro romano, opera che testimonia la rilevanza di questa piccola località ai tempi della Roma imperiale.

Tra uliveti e pianure desolate, nella parte centrale della Tunisia, si erge Kairouan, quarta città sacra dell’Islam, che ogni anno accoglie fedeli provenienti da tutto il Maghreb, diretti alla Grande Moschea: edificio circondato da possenti mura, al cui interno si trova un cortile rivestito in marmo, un minareto e, sotto un portico, vi è l’ingresso alla sala delle preghiere. Secondo la tradizione musulmana sette pellegrinaggi a Kairouan equivalgono a un viaggio a La Mecca.

Il lato selvaggio e spettacolare della Tunisia lo si può ammirare addentrandosi nel Sud del Paese, dove oasi, distese di laghi salati, anfratti rocciosi e sabbie sahariane avvolgono il viaggiatore in un’atmosfera ipnotica. La città costiera di Gabès rappresenta il centro da cui si dipanano le piste che conducono al deserto. Gabès merita una tappa soprattutto per la spettacolare strada delle oasi: palme, melograni, campi di tabacco e altri tipi di vegetazione si estendono per circa sei chilometri, percorribili in bicicletta o noleggiando il tipico calèche (calesse).

Non molto distante, si trova il villaggio trogloditico di Matmata, da visitare preferibilmente al mattino presto o nel tardo pomeriggio, nelle ore in cui non c’è “il turismo di massa”: solo così è davvero possibile capire il modus vivendi dei suoi abitanti. Il villaggio, praticamente sotterraneo, è stato fondato dai Berberi per sfuggire sia agli attacchi di invasori, sia al caldo. Le abitazioni sono scavate nella roccia e sono collegate da un intricato sistema di gallerie.

Dopo aver sperimentato la suggestiva attraversata del Chott el Djerid, il grande lago salato, avvolto da sfumature rosa e bianche, si raggiunge una delle mete più famose della Tunisia: Tozeur, celebre sia per la sua oasi composta da palme da datteri e da un rigoglioso giardino botanico, che per il Festival del Sahara. Tozeur, la città principale della regione dei laghi salati, è anche una delle porte per accedere al silenzio e agli immensi spazi del mare di sabbia africano.

Non si può infatti abbandonare il Paese tunisino senza aver trascorso almeno una notte nel deserto: un’esperienza che se vissuta lontana dai cliché tipicamente turistici potrebbe riempire il cuore di mille emozioni, perché l’apparente vuoto e l’illusorio silenzio del deserto dischiudono la pace dell’anima.

Silvia C. Turrin

 


Per organizzare il viaggio:
Gabr’Aoun Robo, Tunisia: nel paese dalle sabbie bianche tra chott, ksour e piste del sud -, Polaris, Firenze, 2006

Il Giappone è un paese dove gli opposti convivono in modo armonioso. Accanto all’indiscutibile modernità,
Allontanarsi dai ritmi frenetici delle metropoli grigie, inquinate, convulse e immergersi in un paesaggio meraviglioso,
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Maurizia Giusti, in arte Syusy Blady, è una donna poliedrica. Tutti la ricordiamo grazie a
Per gli antichi Romani era la “finis terrae”, la fine della terra. Oltre le spiagge,

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