Monthly Archive novembre 2017

yoga bhole

Lo Yoga Terapia

Il medico e fisiologo indiano M.V. Bhole unendo le tecniche di Pranayama con le pratiche purificatorie dell’Hatha Yoga ha sviluppato un metodo terapeutico che permette di curare rigidità e dolori muscolari. L’obiettivo è quello classico dello Yoga: unire mente e corpo per sviluppare una profonda conoscenza del Sé

“Allorché l’attività della mente viene posta sotto controllo, la mente diviene pura come un cristallo, e riflette con precisione, senza distorsione alcuna, colui che percepisce, ciò che viene percepito, e lo stesso ente che percepisce”.

Così si legge nei Sutra di Patanjali, un testo − si presume risalente al II secolo d.C. − a cui molti maestri yogici di oggi si ispirano per portare avanti antiche conoscenze volte al benessere olistico della persona. Nella tradizione classica, di cui Patanjali rappresenta una delle più autorevoli figure, il termine Yoga significa “unione”, indicando con questa parola l’unione tra la mente e il corpo. È proprio a tale concezione che si ispira lo Yoga terapia, metodo ideato dal medico fisiologo M.V. Bhole, nato in India nel 1935. Il suo approccio si basa su una lunga esperienza in campo clinico. Dopo essersi specializzato in fisiologia nel 1961 presso l’All India Institute of Medical Science di Nuova Delhi, il dott. Bhole ha svolto per oltre trent’anni la professione di ricercatore nel Kaivalyadhama Yoga Research Institute, fondato da Swami Kuvalayananda a Lonavla (provincia di Pune). È in questo Istituto che si è specializzato in fisiologia respiratoria e nel corso degli anni Sessanta ha sperimentato l’efficacia delle tecniche yoga su particolari patologie, come l’asma bronchiale. Quello è stato un importante punto di partenza. Come lui stesso afferma “Da lì, è iniziato un lavoro scientifico riguardante le possibili applicazioni terapeutiche dello Yoga che vede oggigiorno utilizzare tecniche di meditazione per la cura di problemi dovuti allo stress”.

Attività, incontri e approcci terapeutici gli hanno permesso di elaborare un proprio metodo chiamato Yoga terapia, perfezionato dopo lunghi e approfonditi studi legati al Pranayama e agli effetti delle pratiche purificatorie dell’Hatha Yoga.

Attingendo poi a testi classici, molti dei quali letti in lingua originale, ovvero l’antico sanscrito, il dottor Bhole ha cercato di unire in un unico sistema varie pratiche dello yoga: gli Asana (posture); il Pranayama (il controllo del respiro); Kriya (lavoro con gli organi interni attraverso i meccanismi respiratori); Bandha (lavoro con i muscoli respiratori durante lo stato di apnea); meditazione e recitazione di mantra.

“È un metodo terapeutico in cui le tecniche vengono insegnate e date all’allievo come strumento utile per una pratica personale”, sottolinea il dottor Bhole.

yoga terapiaUn incontro di Yoga terapia si sviluppa partendo da una serie di esercizi di rilassamento del corpo, seguiti da una sequenza di asana, al termine della quale si ascolta la risonanza lasciata dai vari movimenti. Oltre alle varie posture, viene praticata la purificazione dei canali energetici tramite respirazioni guidate e vengono recitati mantra le cui vibrazioni infondono benessere agli organi interni del corpo.

A differenza dell’Hatha Yoga, con questo metodo gli insegnanti non puntano all’immediata perfezione degli asana da parte degli allievi. Poiché lo yoga è una ricerca che dal corpo fisico si espande a quello sottile, il percorso di conoscenza può variare da persona a persona. Il maestro, in questo senso, fornisce spiegazioni dettagliate in merito ai movimenti da praticare e le posizioni da assumere. Spetta però al singolo trovare e perfezionare la propria personale postura, ascoltando anche le vibrazioni interne e i lievi micro-cambiamenti che avvengono a livello fisico. Ascoltarsi è il verbo che meglio sintetizza questo tipo di pratica. Infatti, non è tanto un metodo che si concentra sulla pratica di asana, quanto sulle Pranayama e sulle tecniche di purificazione interiore.

Lo Yoga terapia consiste dunque in un ascolto del corpo, della mente, delle emozioni e delle energie che si espandono. Nello Yoga terapia sono centrali la percezione e la comprensione diretta, nonché soggettiva delle esperienze interiori. È un approccio esperienziale, in cui è fondamentale una corretta respirazione: l’inspirazione e l’espirazione accompagnano i movimenti nella giusta sequenza, rendendo più naturali i movimenti stessi. Proprio perché privo di “forzature”, questo metodo è adatto a chiunque, anche a chi soffre di particolari problematiche fisiologiche (come dolori muscolari o mal di schiena), perché come si afferma nell’Hatha Pradipika:Lo Yoga può essere un sollievo per la sofferenza”.

Silvia C. Turrin

È immerso nel cuore dell'Himalaya, difeso da un complesso ambiente costituito da valli profonde e
E’ in edicola il numero 72 di Vivere lo Yoga, con tanti nuovi articoli interessanti, legati non soltanto al
E’ in edicola il numero 70 di Vivere lo Yoga di settembre-ottobre 2016. Come sempre trovate tanti articoli
Non è ancora uscito in Libreria ed è già molto richiesto da tante persone desiderose
Un libro nato grazie all'incontro con ‪‎Selene Calloni Williams‬ e grazie al Corso di Mindfulness

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libro Danon

Il potere del riposo

libro DanonCapita che un evento imprevisto ci faccia capire che stiamo correndo troppo nella nostra vita. Una brusca caduta, un incidente, la perdita di una persona cara…ci spingono a fermarci. Qualcuno o qualcosa ci “avverte” che il nostro modus vivendi ci sta inesorabilmente soffocando, a causa della frenesia che portiamo con noi nella vita sia privata, sia lavorativa. Un accadimento imprevisto o un incontro inaspettato ci possono far comprendere che la velocità alla quale noi stiamo andando ci sta spiazzando e non è certo utile al nostro cammino di crescita personale. Anzi, è fonte di stress, ansia, nervosismo. Per questo è fondamentale fermarsi, come ci rivela il nuovo libro della psicologa Marcella Danon, direttrice della Scuola di Ecopsicologia Ecopsiché.

“Il potere del riposo” (Feltrinelli Editore) ci spiega come ritrovare un sistema di vita basato su una migliore qualità, più affine ai nostri ritmi “umani”. Sì, perché la velocità alla quale molti stanno andando è paragonabile alla velocità di un ingranaggio meccanico: si tratta di ritmi insostenibili che hanno profonde ripercussioni a livello psicofisico. Spesso la soluzione più efficace per recuperare energie è il riposo, divenuto sempre più una vera necessità.

Come scrive Marcella Danon nel suo libro:

“Riposare vuol dire sostare, darsi tregua, concedere una pausa a una parte del corpo, o a una facoltà fisica o psichica, per evitare di sovraccaricarla. Quando riposiamo non perdiamo certo tempo, ricarichiamo
le batterie, moltiplichiamo le nostre energie e le nostre risorse”.

Ecco perché risulta fondamentale dormire bene e avere un sonno regolare: se non fosse così i nostri bioritmi risulterebbero alterati e fonte quindi di problemi sia fisici, sia psichici.
L’Autrice ci invita a ricaricarci non soltanto durante le ore di riposo notturno, ma anche nel corso della giornata. Per esempio, una bella camminata nella natura ci permette di risvegliare i nostri cinque sensi. Che sia in un bosco o in riva a un fiume o in un parco cittadino è vitale per il nostro corpo rimanere all’aria aperta, a contatto con il verde.
Nel libro si trovano tanti spunti per recuperare energie: dalla pratica della centratura alla classica pennichella, passando per l’ascolto della musica che più ci rilassa. Suggerimenti validi anche per rivitalizzare la creatività e gli slanci professionali.
“Il potere del riposo” è un invito a modificare i ritmi dominanti nella nostra società, per far posto a una velocità più a misura di essere umano e in sintonia con l’ambiente che ci circonda.

Silvia C. Turrin

Link utili:

Il potere del riposo

Scuola di Ecopsicologia Ecopsiché

La buona salute comincia da un’alimentazione equilibrata e sana. Questa è una convinzione antica quanto
Il mondo, agli inizi del XXI secolo, sembra impazzito, sembra “andare alla rovescia”, come dicono
Immagine emblematica esposta all'interno del museo dell'apartheid - Photo Silvia C.
Talvolta, l’importanza e il ruolo dei nostri antenati viene sottovalutato, o addirittura non viene nemmeno
L’autunno è una stagione perfetta per disintossicarsi. Non solo nutriamo il nostro organismo con alimenti

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scozia isole

Il placido mondo delle isole scozzesi

Allontanarsi dai ritmi frenetici delle metropoli grigie, inquinate, convulse e immergersi in un paesaggio meraviglioso, in cui i movimenti sinuosi o tormentati del mare si accostano ad un cielo dalle sfumature mutevoli. Entrare in un mondo dove spiagge di sabbia cristallina, brughiere, falesie e fiordi spettacolari si fondono in armonia e dove il passato convive placidamente col presente. Tutto questo si può assaporare visitando le numerose isole scozzesi, alcune bagnate dalle fredde acque dell’Atlantico, altre avamposto nel mare del Nord.
scoziaIn prossimità delle suggestive highlands, si trova l’arcipelago delle Orcadi, raggiungibile in meno di un’ora partendo dal piccolo paesino di John O’Groats. Il nome Orkney ha un’origine norvegese e significa “isole delle foche”, denominazione che non sorprende, dato che lungo le coste si possono incontrare svariati esemplari di questi graziosi mammiferi marini. E la derivazione scandinava si spiega dal forte influsso che ebbero i Vichinghi in questi luoghi, un tempo loro mete di conquista. Tracce di questi antichi navigatori sono ancora tangibili osservando per esempio i graffiti in alfabeto runico incise sulle pareti di Maes Howe: necropoli risalente all’età della pietra, situata sull’isola più ampia delle Orcadi, Mainland. Proprio qui vi è un’alta concentrazione di siti preistorici: dalle Standing Stones of Stenness (3000 a.C.) – circolo di dodici colonne in pietra che ricordano Stonehenge – al Ring of Brodgar (2800 a.C.), inserito in un luogo suggestivo, accanto a due loch (laghi, in scozzese), utilizzato presumibilmente per seguire le fasi lunari. Tra gli insediamenti archeologici più datati figura Skara Brae (3200 circa a.C.), villaggio preistorico chiamato anche la Pompei britannica. Il suo aspetto originario è riuscito a conservarsi non grazie a una coltre di ceneri e lapilli, ma dal soffice manto di sabbia che ha permesso di lasciare intatte le abitazioni, tutte collegate tra loro da intricati corridoi e passaggi. Il centro principale di Mainland è Kirkwall, cittadina dove domina l’imponente cattedrale dedicata a St Magnus, edificata nel lontano 1137. Sempre a Kirwall si può ripercorrere il passato delle Orcadi, visitando il Museum of Orkney History, allestito nella Tankerness House (risalente al XVI sec.).

scozia isoleMa la vera anima di queste terre incastonate in acque cristalline, si riesce a scoprire addentrandosi nei piccoli villaggi, parlando con gli abitanti, ospitali e disponibili, immergendosi nella natura. L’isola di Hoy, a sud di Mainland (raggiungibile da Stromness o da Houton), offre scorci pieni di poesia, emozionanti, come quelli che si ammirano dalle scogliere di St John’s Head, falesie alte più di 300 metri. E altrettanto suggestivo è il faraglione a forma di pinnacolo conosciuto col nome di Old Man of Hoy. Turisticamente meno frequentate sono altre isole che compongono l’arcipelago delle Orcadi: Rousay, ricoperta da un soffice tappeto d’erica, sulla quale si trova il Midhowe Cairn, tomba preistorica, al cui interno vi è una camera lunga 30 metri, chiamata “la grande nave dei morti”; Stronsay, nota per il suggestivo arco roccioso Vat of Kirbister; e ancora North Ronaldsay, sperduta nelle fredde correnti atlantiche, dove vivono placidamente foche e numerose specie di uccelli.

La stagione invernale, non è certamente l’ideale per scoprire questo angolo di Scozia: il limite è rappresentato dalle basse temperature e dai repentini cambiamenti del tempo. Eppure, questo periodo dell’anno è vissuto intensamente dagli abitanti delle Orcadi. Il solstizio d’inverno è per esempio occasione di suggestive cerimonie presso Maes Howe, grazie a un gioco di luci che si riflettono nella camera tombale.

scozia isoleIl culto del sole è ancora particolarmente vivo nelle isole Shetland, tant’è che in pieno inverno (alla fine di gennaio) viene celebrata, presso Lerwick, la festa di Up-Helly-Aa, reminescenza di un antico rito pagano che culmina, tra canti e musiche tradizionali, con l’incendio della riproduzione di una galea vichinga. Le Shetland, a Nord delle Orcadi, sono caratterizzate da un paesaggio aspro e selvaggio, coi loro faraglioni, anfratti, voes (fiordi), habitat perfetto per una variegata fauna: delfini, balene, foche, lontre e un’incredibile varietà di uccelli, che volteggiano vicino alle scogliere e che nidificano nella brughiera. E anche su queste isole il passato è ben testimoniato da numerosi siti archeologici, come i misteriosi “broch”: torri circolari dell’età del ferro, presumibilmente edificate a scopo difensivo. La più famosa e imponente è Mousa Broch, alta 12 metri.

Anche gli abitanti delle Shetland, come del resto tutti gli scozzesi, sono affabili e sempre disponibili a far conoscere la loro cultura, le loro tradizioni. Nelle città principali (come Lerwick), così come nei piccoli centri si possono incontrare numerosi artigiani, veri e propri artisti: chi realizza violini, chi caldi e morbidi capi di lana, chi tappeti. Per scoprire gli scorci mozzafiato e la natura di queste isole, si può partecipare al Festival delle passeggiate delle Shetland (fine di agosto). Musica e storie tradizionali vengono invece narrate alla fine di settembre, in occasione dello Shetland Storytelling Festival, appuntamento dedicato alla narrazione di racconti, inframmezzati o accompagnati da danze e canti.

E la musica tipicamente scozzese aleggia anche sulle Western Isles o Ebridi Esterne, come dimostra l’Hebridean Celtic Festival (sull’isola di Lewis), evento dal richiamo internazionale, nel corso del quale viene diffusa, anche da artisti di fama mondiale, la tradizione musicale gaelica. In effetti, le Ebridi, sempre avvolte da folate di vento, rappresentano una roccaforte della cultura gaelica, anche dal punto di vista linguistico. In questo angolo di Scozia immerso nelle acque dell’Atlantico, la natura offre scorci poetici e suggestivi, come le bianche e deserte spiagge dell’isola di Harris o le distese dei cosiddetti “machair”, parola celtica che indica i pascoli marini (curati da comunità rurali) – composti da sabbia e resti di conchiglie – che, nella tarda primavera, si coprono di variopinti fiori selvatici. Gli appassionati di archeologia possono scoprire anche sulle Ebridi spettacolari siti preistorici, come le Calanais Standing Stones, menhir eretti nel neolitico, la cui posizione pare essere legata a elementi astrologici.

Le isole scozzesi sembrano essere avvolte da un alone di selvaggia tranquillità, dove l’ambiente naturale convive in armonia con i ritmi, non frenetici, degli abitanti. Un consiglio: è possibile alloggiare presso operatori alberghieri attenti al risparmio energetico e alla tutela ecologica (per informazioni: Green Tourism Business Scheme ).


Web-site utili:

 
www.visithebrides.com

www.visitorkney.com/

www.visitshetland.com

www.visitscotland.com


 

Respirare profumi di spezie orientali, immergersi nei meandri di intricate medine, ammirare i variopinti colori
Il Giappone è un paese dove gli opposti convivono in modo armonioso. Accanto all’indiscutibile modernità,
Terra di contrasti assoluti, dominata da paesaggi selvaggi, dove l’acqua e il fuoco si scontrano
Maurizia Giusti, in arte Syusy Blady, è una donna poliedrica. Tutti la ricordiamo grazie a
Per gli antichi Romani era la “finis terrae”, la fine della terra. Oltre le spiagge,

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global warming inquinamento cambiamenti climatici

Cambiamenti climatici. Non si fa abbastanza per la Terra

Negli ultimi mesi, dopo un’estate caratterizzata da siccità, da temperature elevate e al contempo da fenomeni estremi, sembra essere aumentata la consapevolezza che il riscaldamento globale e i cambiamenti climatici siano ormai un fatto reale, concreto, che interessa tutti e tutto il globo. Eppure, non sono una novità fenomeni come le piogge intense e copiose, o le temperature al di sopra delle medie stagionali. Di “global warming”, di effetto serra, di tropicalizzazione del clima mediterraneo se ne parla già da vari decenni.

Di recente, ho ripreso in mano alcuni miei articoli che avevo scritto per un portale di una nota casa editrice e tra questi ne ho ritrovato uno datato 3 settembre 2004, in cui parlavo proprio delle possibili conseguenze del riscaldamento globale. Vorrei riproporlo qui, per mettere in evidenza quanto poco si è fatto concretamente per diminuire i livelli di inquinamento.


Paesaggi innevati, freddo pungente, cappotti e maglioni pesanti saranno forse un lontano ricordo di tempi andati. È questo l’ipotetico futuro che attende il Vecchio Continente se si realizzerà effettivamente quanto delineato dal recente rapporto pubblicato dall’European environment agency (EEA), l’Agenzia europea per l’ambiente con sede a Copenaghen. Il contenuto del documento è stato ben sintetizzato dalle parole di Jaqueline McGlade, direttore generale dell’EEA: “Come conseguenza del riscaldamento globale che si sta manifestando in maniera molto più accentuata in Europa, gli inverni rigidi e freddi scompariranno quasi interamente dal nostro continente entro il 2080”. A questa constatazione gli esperti dell’EEA sono giunti sviluppando un modello matematico da cui sono emersi dati preoccupanti. Se nell’ultimo secolo si è registrato in Europa un incremento delle temperature di circa un grado, fra 76 anni, sulla base dello studio, si verificherebbe un ulteriore surriscaldamento capace di aumentare la temperatura dai 3 ai 6 gradi e ciò cancellerebbe la stagione invernale e instaurerebbe un clima subtropicale.

Alla stessa conclusione sono pervenuti altri organismi che si occupano di clima e di riscaldamento globale della Terra. Uno di questi è l’International Panel on Climate Change (IPCC) costituito, nel 1988, per volontà dello United Nations Environment Programme (UNEP) e della World Meteorological Organization (WMO). Aumento delle temperature medie terrestri, scioglimento di ghiacci e ghiacciai, innalzamento del livello dei mari, estremizzazione del clima: è questo lo scenario delineato dall’IPCC nel suo rapporto datato 2001, nel quale, fra l’altro, si afferma che l’origine dei cambiamenti climatici è con certezza attribuibile all’azione umana.

Infatti, i maggiori imputati sono i cosiddetti gas serra (anidride carbonica, metano, protossido di azoto, clorofluorocarburi), ovvero emissioni provenienti da varie attività dell’uomo. Se il sistema economico mondiale si baserà ancora sui modelli attuali – hanno sostenuto gli esperti dell’IPCC – i livelli dei gas serra continueranno ad aumentare, incrementando parallelamente le temperature globali.

global warming inquinamento cambiamenti climatici

Gli effetti del global warning (il riscaldamento del pianeta) sono già tangibili e alcune zone del pianeta risentono maggiormente del fenomeno. È il caso dell’Europa. Le piogge sono diventate più intense in determinati periodi dell’anno, trasformandosi spesso in nubifragi, con trombe d’aria; inoltre, sono spesso causa di alluvioni, tanto che alcuni studiosi parlano di “tropicalizzazione del clima europeo”. L’UNEP ha stimato che nel 2003, nel Vecchio Continente, il caldo torrido ha causato danni all’agricoltura per più di 10 miliardi di dollari e secondo gli esperti del Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente “quella che ci è parsa un’estate eccezionale sarà un fenomeno sempre più frequente nei prossimi decenni, fino a diventare più o meno normale verso la metà del secolo”. L’aumento delle temperature medie si è accentuato a partire dagli anni ’90 del secolo scorso e se il trend proseguirà, nel 2080 l’Europa meridionale assumerà caratteristiche molto simili a quelle del Nord Africa. A ciò si aggiungono le ricerche effettuate dalla World Health Organization (WHO), dalle quali è emerso che sono stati 150 mila i decessi causati da malattie dovute ai cambiamenti climatici verificati nel 2000. Se non saranno attuate misure idonee e immediate – affermano gli esperti della WHO – i numeri sono destinati ad aumentare. Per attenuare e contrastare il global warming, i governi possono fare molto: favorendo l’uso di fonti rinnovabili; riducendo la dipendenza dal petrolio; rivedendo il sistema attuale dei trasporti; incentivando lo sviluppo di tecnologie eco-compatibili. L’obiettivo, in pratica, sarebbe quello di adottare un nuovo modello economico incentrato sullo sviluppo sostenibile, in grado di diminuire la produzione dei gas serra. È ciò che molti Paesi hanno tentato di avviare attraverso il Protocollo di Kyoto. Al 30 settembre 2003, 119 nazioni lo hanno ratificato e approvato, ma la somma delle loro emissioni ammonta solo al 44% del totale. Per far sì che il Documento abbia valore legale e sia davvero efficace è necessaria la ratifica di altri Paesi le cui emissioni corrispondano al 55% dell’anidride carbonica prodotta nel 1990 dal mondo industrializzato. Mancano dunque all’appello la Russia – indecisa se ratificarlo a causa di problemi economici e politici interni – e gli Stati Uniti che con solo il 4,5% della popolazione mondiale rilasciano quasi un quarto del totale delle emissioni globali.

Silvia C. Turrin

Articolo originariamente pubblicato il 3 settembre 2004


Dalla data di pubblicazione cos’è cambiato? Purtroppo non molto.

La novità principale è che la Russia ha firmato e ratificato il protocollo di Kyoto.
Chi manca ancora all’appello? Chi non ha ancora una visione politico-economica ecologica e sostenibile?
Il governo statunitense, il quale si rifiuta di ratificare il trattato.
Forse, se Al Gore fosse stato eletto Presidente degli USA nel lontano 2000 qualcosa sarebbe cambiato.
Sappiamo che con i se e con i ma non si fa la Storia. Sappiamo anche che i successori di Al Gore (qui ricordo il film-documentario An Inconvenient Truth in cui Al Gore spiega i pericoli del riscaldamento globale) – se fosse stato eletto e se fosse riuscito a imporre la sua visione ecologica – avrebbero avuto comunque la possibilità di ritirarsi dagli accordi. Oltre agli Stati Uniti, anche Cina e India dovrebbero assumersi maggiori responsabilità riducendo drasticamente i loro livelli di emissione dei gas serra.
I movimenti dei gas serra non possono essere contrastati né da muri, né da frontiere presidiate dalle forze dell’ordine. Solo cambiando la nostra visione del mondo e il paradigma economico dominante possiamo riuscire a far pace con il nostro pianeta Terra.


Per approfondire:

IPCC – Intergovernmental Panel on Climate Change

Protocollo di Kyoto


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La ribellione zen è un atto d’amore

zen Selene Calloni WilliamsRealizzarti pienamente e trovare pace, amore, prosperità in questa vita. È ciò che ti aspetta dopo aver letto il nuovo libro Lo Zen e l’arte della ribellione, a bordo di un sidecar nella fantastica storia di Arianna della scrittrice e documentarista Selene Calloni Williams. Man mano che si entra nella storia della protagonista ci si trasforma in lettori attivi, capaci di oltrepassare la corazza dell’homo materialis comunis per abbracciare la visione immaginale e per trasmutarsi in homo imaginalis. Questo è certamente un processo rilevante e rivoluzionario, poiché una volta innescato si ottiene un enorme potere, ovvero quello di non essere più governabili, controllabili e manipolabili. Ciò significa che leggendo le pagine del libro si viene “iniziati” a una profonda trasformazione interiore che, da un lato, conduce alla deprogrammazione inconscia, dall’altro, porta a spezzare le catene tipiche dell’homo consumens. In pratica, si diventa liberi, in quanto si coltiva l’abilità di riconoscere l’esistenza come sogno, impressione, immaginazione: solo così – come afferma l’Autrice – si ha la forza di assumersi la piena responsabilità di tutti gli eventi, sottraendosi al ruolo di vittima e di spettatore passivo.

Attraverso la storia di Arianna riusciamo a ridestarci da un sonno ipnotico e a coltivare il fuoco della libertà per ritrovare noi stessi e per realizzarci, adesso, in questa vita.

Con la scelta coraggiosa di ribellarsi ai divieti imposti da chi controlla il suo mondo, Arianna – abbandonando la città per il deserto – scopre la sua vera natura, scopre chi è veramente. L’atto della ribellione agli arconti, a quelle norme e consuetudini che rendono l’essere umano misurabile, prevedibile, governabile, porta Arianna a deprogrammarsi e ad assaporare la vera libertà. Arianna non sarà più vittima del tempo e degli eventi. Ad accompagnarla in questo viaggio iniziatico sono il mago Teodoro e Akì, la donna naga. L’atto di ribellione compiuto da Arianna si rivelerà un atto d’amore e di libertà. Una libertà che viaggia in sidecar, perché il processo di deprogrammazione e di risveglio è compiuto anche grazie all’aiuto dei fidati compagni. Arianna dovrà affrontare da sola alcune prove, ma il sostegno di Teodoro e di Akì sarà fondamentale in varie situazioni. Solo l’amore potrà salvare i protagonisti; solo l’amore permetterà ad Arianna di vincere l’inganno del tempo e della morte.
In tutto questo, il lettore andrà oltre la mente ordinaria, oltre la paura, per abbracciare finalmente l’amore e vivere nella libertà.

Silvia C. Turrin

Lo Zen e l’Arte della Ribellione
A bordo di un sidecar nella fantastica storia di Arianna
Selene Calloni Williams
Edizioni Studio Tesi, 2017


Lo zen e l’arte della ribellione – il booktrailer

È immerso nel cuore dell'Himalaya, difeso da un complesso ambiente costituito da valli profonde e
Professori di neuroscienze cognitive, docenti di comunicazione e psicologi ci stanno mettendo in guardia, ormai
Il Giappone è un paese dove gli opposti convivono in modo armonioso. Accanto all’indiscutibile modernità,
Proseguiamo il nostro itinerario nel mondo colorato e profumato delle spezie. Nella prima parte abbiamo
Il medico e fisiologo indiano M.V. Bhole unendo le tecniche di Pranayama con le pratiche

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